lunedì 9 novembre 2009

Come non si cambia, per non morire.



Massimo D'Alema ha vinto il congresso. Ma il suo congresso, intendiamoci; che non sono mica così scontato da proporre improbabili litanie pop (e che gLg definirebbe senza indugio, vedi qualche post più sotto, "stronZate"), secondo cui Bersani in realtà sarebbe solo una rappresentazione dell'Altro eccetera eccetera...No, certo che no. Bersani è un leader autonomo, o almeno merita di poterlo dimostrare. E soprattutto di poterlo essere. E qui non sono ironico. Ma ciò non toglie che D'Alema l'abbia vinto davvero il suo congresso personale: un congresso lungo due anni: congresso a una voce, ora aperta ora spenta: fatto di assenze, presenze, di cose dette, cose non dette, cose appena bisbigliate, suggerimenti, ipotesi suggestive ora sussurrate, ora esposte a piena autorevole voce: tra il visionario, il concreto, il sarcastico e l'icastico; e nel quale personale congresso - come sempre - egli non si è esposto direttamente, tantomeno ad un'elezione pubblica. Ma qui non scherziamo, che le elezioni - primarie, secondarie e terziarie che siano - non sono cosa da Eletti.

Vince D'Alema, perde Veltroni. Anzi, quest'ultimo quasi scompare. Insieme al partito che fu e non sarà, si liquefa anche lui. Ma riemergerà presto o tardi dall'acqua, per camminarci ancora un pò sopra, ne sono più che sicuro. E l'eterno schema in cui da quindici anni, ormai, si muove il centrosinistra italiano, può perpetuarsi: immodificabile, scolpito nel tempo.

Ad esso si sottrae Rutelli: incompreso, incomprensibile, profetico, sciagurato, salvifico.

Lo dirà solo il tempo, quale sia l'aggettivo più indicato.

Per me - adesso - non v'è alternativa all'attendere la risposta delle cose.

Sono un democratico che solo durante questi ultimi mesi si è sentito realmente a casa. Cioè appunto nei mesi di sospensione dello "schema necessario".

Spiace che Rutelli, di cui ho condiviso al 100% l'analisi postuma, abbia scelto di non condividere il ruolo di minoranza che aspetta, ora, i moderati nel Pd.

Rischi di epurazione non ne vedo. Ostacoli, sì, certo. Ma un'epurazione non converrebbe a nessuno. Tantomeno a Bersani. Almeno a quel Bersani autonomo che in fondo conto di vedere in azione. Si parte.

mercoledì 21 ottobre 2009

Tu, per me, per sempre.


Se si paragonasse il cinema francese a una casa con un tetto spiovente, Truffaut sarebbe l’architrave, la fila di tegole che unisce la falda "cinema d’autore" a quella "cinema commerciale"». Era il 1989, il regista dei 400 colpi e di Jules e Jim era scomparso da cinque anni, e il critico Jean Douchet scriveva così sulle pagine dei Cahiers du Cinéma. Un elogio venato di rimpianto, tanto più importante se si pensa che la rivista cinematografica su cui pure Truffaut aveva fatto il redattore scrivendo alcuni dei suoi attacchi più celebri e infuocati non era mai stata molto tenera con i suoi film. Ma era anche un elogio che riletto col senno di poi rischia addirittura di peccare per difetto. A venticinque anni dalla sua morte, che cadde il 21 ottobre 1984, Truffaut ha sconfitto tutti i suoi «nemici» (guidati per anni dall’ex amico Godard). E lo ha fatto nel modo più semplice ma incontrovertibile del mondo, regalando al linguaggio comune i titoli di alcuni dei suoi film più famosi, diventati quasi dei veri e propri sinonimi: non la fascinazione per il cinema ma l’«effetto notte», non la passione divorante per i libri e il terrore per la loro distruzione ma la «sindrome Fahrenheit», non l’infanzia difficile ma i «quattrocento colpi», non la donna un tempo amata che torna e sconvolge l’esistenza ma «la signora della porta accanto», come fa notare Paola Malanga nel bellissimo libro che ha dedicato al regista. Oggi Truffaut è diventato qualche cosa più di un classico, che spesso è vissuto come un maestro ingessato nella sua tradizione accademica. Truffaut è qualche cosa di unico, capace di rinfocolare quell’amore per il cinema che da più parti sembra entrato in crisi. Le proiezioni dei suoi film non vanno mai deserte, la loro messa in onda è una certezza . Questo amore che non sembra conoscere crisi lo si vede anche dallo spazio che occupano i suoi dvd nelle videoteche: solo in Italia sono ben sedici i suoi film disponibili, su un totale di ventun lungometraggi. Nessun altro regista può vantare lo stesso successo. Per non parlare dei libri, che occupano più di uno scaffale. Una vera tendenza editoriale che, come conferma Georgette Ranucci, titolare della libreria «Il leuto» di Roma, dove si vendono esclusivamente libri dedicati allo spettacolo può essere paragonata solo a quella dedicata a Fellini, ma «mentre il regista della Dolce vita è soprattutto richiesto dagli stranieri, tra gli italiani il più venduto è sempre Truffaut». Un’ulteriore conferma? Quando il mensile Ciak decise di allegare un dvd cominciato naturalmente da Truffaut: dieci titoli che sono andati «da bene a benissimo», superando gli Hitchcock e i De Palma che seguirono. Piera Detassis, il direttore della rivista, se lo spiegò con «il perfetto equilibrio che nei suoi film esiste tra la sua anima d’autore e quella popolare: non è mai astruso, lontano, intellettuale, piuttosto riesce a toccare le corde dei sentimenti più comuni senza essere mai banale». Paola Malanga arriva a paragonarlo alla grande tradizione letteraria dell’Ottocento: «le sue eroine sembrano uscite da un romanzo delle sorelle Bronte, la Fanny Ardant della Signora della porta accanto sembra la versione moderna di Anna Karenina. Nei suoi film senti scorrere la forza dei grandi sentimenti, quelli che tutti vorrebbero vivere e senti che sono raccontati senza banalizzazioni e senza mai essere cerebrali. Tanto da credere che quello che vedi sullo schermo possa riguardarti da vicino». Ecco, è proprio questa osmosi tra schermo e vita, questo «parlar cinema per alludere alle proprie emozioni» che sempre più ci appare come la vera eredità che l’opera di Truffaut ha lasciato agli spettatori di tutto il mondo. Nelle sue storie, che a prima vista possono sembrare semplici e tradizionali («Non sono certo un innovatore» diceva di se stesso), riusciamo invece a leggere una profondità e una verità che troppo cinema sembra aver perso, riannodando i fili di una «storia umana» che questi tempi sembrano volerci far dimenticare.

martedì 20 ottobre 2009

25 ottobre.


domenica 4 ottobre 2009

Un uomo, un politico. Punto.



Conosco Giusi La Ganga, già potente del fu Psi craxiano ormai da qualche anno. La fama pubblica di questo politico è, naturalmente condizionata dagli eventi di Tangentopoli. Quella fama non mi è mai stata ignota, ma quando feci la sua conoscenza non mi sentii in alcun modo imbarazzato da questo. Avevo presente la sua vicenda giudiziaria, ma mi incuriosiva assai di più capire perchè quell'uomo fosse stato descritto (da molti, in quegli anni e anche dopo) un "prodigio della politica". Sono contento di averlo capito, e non mi sono imbarazzato di questo incontro, mai: perchè in esso non v'era nulla di ambiguo. Certo c'è stato e c'è ancora qualcuno che quando mi parla sgrana gli occhi e mi chiede "ma tu sei l'amico di La Ganga?"; e io gli rispondo di sì, perchè è vero. Non amici per la pelle, forse, ma amici, questo sì.

In questi anni La Ganga è anche venuto a Vercelli, in alcuni convegni da me organizzati (ancora come Margherita), suscitando - con quelle venute - non poche polemiche.
Ma non era un problema: le polemiche fanno parte della politica, e della vita.

Ho conosciuto, dunque, Giusi La Ganga. Ho scoperto in lui un uomo molto intelligente, molto colto, disponibile, gentile, corretto. Di levatura politica ed umana obiettivamente straordinaria, nel senso pieno del termine. Certo ho anche scoperto alcuni difetti: una certa rigidità, una qualche indifferenza all'argomentazione altrui (un classico è "ma non dire stronzate!", con "z" dura su un inconfondibile accento torinese), e una incapacità - a volte - ad adattarsi ai nuovi schemi (più mediatici che analitici) della politica (rispetto ai quali egli ha forti riserve morali).

Ultimamente le nostre posizioni, pure affini su molti punti, si sono allontanate.

Il congresso del Pd vede infatti Giusi convintamente a sostegno di Bersani (e Morgando, in Piemonte) e il sottoscritto convintamente a sostegno di Franceschini (e Damiano, in Piemonte). Naturalmente Giusi mi ha spiegato che io non ho capito nulla, che sono per la politica liquida eccetera eccetera, mentre io gli ho più volte chiesto cosa sia realmente rimasto, di craxiano, in lui. Lui dice "tutto", e io resto un pò perplesso; ma che sia anche solo tanto, o poco, questo non importa: perchè il piacere di conoscere Giusi La Ganga, di poter dire che è una persona che mi ha consentito di capire meglio alcuni lati della politica (anche in dissenso da lui, anche quando mi critica aspramente) è qualcosa che resta, positivamente, in ogni caso.

Così, leggendo questa intervista sulla Stampa di ieri, ho il piacere di ritrovarci il Giusi che ho conosciuto, e che credo dovrebbe essere conosciuto da tutti. La casa, le foto, Turati, l'ammezzato, Matteotti, la rivoluzione dei garofani, i libri (quanti libri..), i quadri, gli arrosti.
Una persona non comune, che bisognerebbe conoscere, senza pregiudizi. Non per amarlo, per dirgli bravo, ma semplicemente per conoscerlo.
Certo, intendiamoci, non è infallibile. Ritengo, ad esempio, che abbia mancato, ad aver omesso - alla domanda "e le nuove leve?", qualsiasi riferimento al sottoscritto.
Ma si sa, ormai io sono un etereo franceschiniano, mentre lui un solido comunista. E' la vita.
E se leggerete questo articolo della Stampa ne troverete tanta, dentro.

sabato 3 ottobre 2009

A difesa di Obama e dello Sport (alcune considerazioni sulle strumentalizzazioni circa l'assegnazione dei Giochi 2016)


Gli Stati Uniti hanno organizzato le Olimpiadi estive per 4 volte (solo negli ultimi 30 anni nel 1984 e nel 1996), e quelle invernali per 4 volte (solo negli ultimi 30 anni nel 1980 e nel 2002): non c'è altro paese al mondo che abbia ospitato altrettante edizioni, e neanche che si avvicini a detti numeri. Se chicago avesse avuto i Giochi del 2016 ciò avrebbe voluto dire che delle ultime 9 edizioni estive assegnate agli usa ne sarebbero toccate 3: ciò è evidentemente impensabile, ma si sarebbe trattato - oltretutto - di una palese ingiustizia. Sempre per la precisione gli USA non hanno ospitato edizioni olimpiche estive per 52 anni, tra il '32 e l'84. togliendo pure gli anni di guerra, due edizioni saltate - Londra 44 e Tokio 40 - ne si evince che per 44 anni agli USA sono stati preferiti altri paesi, emergenti e non. In quei 44 anni si sono avvicendati alla Casa Bianca presidenti di qualsivoglia calibro e provenienza politica. Concludo quindi dicendo che attribuire ad Obama la colpa per la mancata assegnazione dei Giochi a Chicago, o vedere in ciò un segnale di crisi (forse erano in crisi Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford - e con essi il prestigio degli USA - quando i Giochi andavano a Roma, Tokio, Città del Messico, Monaco, Montreal?) della sua presidenza è l'ennesima indegna mistificazione di certa destra nostrana e di buona parte di una stampa incompetente e sempre più priva di credibilità. L'unica cosa che posso dire (parzialmente di diverso segno) è come Obama forse nemmeno dovesse prestarsi a un tentativo in fondo iniquo (proprio per i motivi che sopra cito: gli amici americani, ad esempio, non ci fecero proprio una gran figura - ricorderete - quando le Olimpiadi 1996 furono scippate ad Atene e "regalate" alla Coca Cola), ma quel che ha detto a margine della convention di Copenaghen mi conferma lo spessore non comune del politico e dell'uomo: "Una delle cose piu' belle dello sport e' che si puo' giocare molto bene e perdere lo stesso". Semplice, chiaro. Antico, moderno.

venerdì 18 settembre 2009

Partiti.



Siamo partiti. Il Congresso, seppure nelle forme moderne, mixate e segmentate tra solido e liquido, dove solo si evocano - per il momento - Franceschini e Bersani, così distanti dal momumentale assemblearismo di ieri, dove ancora puoi immaginare Andreotti in carne e ossa al tavolo di presidenza, è partito.
Il Pd è al momento delle scelte, e deve viverlo appieno: con civiltà, onestà, speriamo anche entusiasmo; senza paura.
L'unico rischio vero, infatti, sarebbe quello di non scegliere.
E il pericolo, quindi, viene solo da chi prudenzialmente non si schiera, per un motivo di mera opportunità. Non ce ne sono pochi, purtroppo: ma sono sempre meno, per fortuna.
Non bisogna dirlo? Io credo di sì, che si debba, invece: che è infatti proprio questo il momento di parlare, di dire, di dire tutto.
Con civiltà, onestà, speriamo anche entusiasmo. E senza più paraculismi.
Di paraculismi, finti unanimismi, tradimenti, ripicche silenziose siamo quasi morti.
Ora parliamo, invece. Restiamo vivi. E democratici.

domenica 6 settembre 2009

Lo gnommero, il nodo. L'inestricabile.


Su ogni cosa vedo ormai intrecci inestricabili: a volte sono frutto del caso, a volte no.
Si tratta di incroci di vari tipi: di idee, di imitazioni di idee, di culture, di imitazioni di culture, di stupidità originali.
A volte anche coincidenti tra loro.

Prendo in mano, non a caso, e leggo:

"Sosteneva, fra l'altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuoi dire gomitolo. Ma il termine giuridico « le causali, la causale » gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L'opinione che bisognasse « riformare in noi il senso della categoria di causa » quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente : una fissazione, quasi: che gli evaporava dalle labbra carnose, ma piuttosto bianche, dove un mozzicone di sigaretta spenta pareva, pencolando da un angolo, accompagnare la sonnolenza dello sguardo e il quasi-ghigno, tra amaro e scettico, a cui per « vecchia » abitudine soleva atteggiare la metà inferiore della faccia, sotto quel sonno della fronte e delle palpebre e quel nero pìceo della parrucca. Così, proprio così, avveniva dei « suoi » delitti. « Quanno me chiammeno!... Già. Si me chiammeno a me... può sta ssicure ch'è nu guaio: quacche gliuommero... de sberretà... » diceva, contaminando napolitano, molisano, e italiano. La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l'effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a molinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s'avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata « ragione del mondo »."

(C.E.Gadda)