È sempre più difficile orientarsi nel dibattito politico. Anche perché questo rischia di essere, alla prova dei fatti, uno sforzo inutile. Spesso si assiste alla genesi di iter legislativi ambiziosi e complessi. Malgrado le premesse, tuttavia, essi diventano presto travagliati, contrastati, quindi forieri di polemiche infuocate (dove il fuoco è in realtà televisivo assai più che parlamentare). Quasi sempre, infine, questi grandi progetti giungono ad arenarsi, o a spegnersi, o a far perdere silenziosamente le proprie tracce, mentre a colpi di decreti, di urgenze vere o presunte, e di fiducie, si costruisce e definisce l’incerto tessuto normativo di questo incerto paese.È un problema democratico? In qualche modo probabilmente sì. Ma esso è ancora piuttosto, ad oggi, soprattutto un problema di “efficienza democratica”. Nel senso che ad un dato livello di democrazia, non corrisponde, nei fatti, un utile impiego ed esercizio della medesima. A cosa porterà, in futuro, questo colpevole spreco, non è oggi dato sapere. Una riflessione, tuttavia, si impone. A chi interessano davvero le possibili conseguenze di quel che accade? Paradossalmente i meno preoccupati sembrano essere tanto gli artefici di questa “delegittimazione parlamentare” (si tratta di lobbies – tra loro anche di diverso segno, tipo e carattere – che tuttavia non possono non considerare gli effetti dello svuotamento del ruolo, nonché del luogo, istituzionale), quanto i più scalmanati difensori della “democrazia à la carte”: con ciò definendosi qualcosa che ormai ciascuno definisce e “garantisce” a proprio gusto e piacimento; del tutto astraendosi, però, da ogni criterio oggettivo di riferimento. Se i primi, i delegittimanti, non stanno, storicamente, solo nel centrodestra – o, almeno, non sono contigui al solo centrodestra – i secondi, i garanti, costituiscono invece una porzione sempre più abbondante del centrosinistra cosiddetto radicale. Dove il radicalismo, però, attenti, va espandendosi. Estendendosi, cioè, ad ambienti e settori sempre più ampi e trasversali.L’occasione per questa “mutazione genetica” di un certo settarismo che per convenzione definiremo “progressista”, è stata, ed è tuttora, il dibattito sul ddl intercettazioni. La cosiddetta “legge bavaglio” è divenuta quasi subito un feticcio, buono da agitare in ogni luogo e consesso. Ovunque, ormai, non si fa che inveire contro la «fine della libertà», «la morte dell’informazione», e quindi appunto «della democrazia”». L’aspetto simbolico, legato alla reazione al divieto – che verrebbe a costituirsi – circa la diffusione delle trascrizioni di colloqui privati, supera pertanto di gran lunga ogni censura ad un testo normativo che pure è lungi dall’esserne immune. Non ci vuole infatti molto a capire che 75 giorni di intercettazioni sono (ovvero almeno possono essere, in molti casi) insufficienti alle finalità di indagine; e neppure occorre essere pm o avvocati per rilevare come i tre giorni di proroga ammissibile (di volta in volta) siano un insulto al buon senso. Per non parlare poi dei limiti alle intercettazioni ambientali: quasi provocatori.Su questo la sinistra potrebbe aprire un fuoco imponente contro il governo e la supina maggioranza parlamentare. Invece accade che l’aspetto fondamentale, dirimente, dell’obiezione opposta a questo infelice disegno, finisca per colpire l’unica parte in effetti condivisibile di quella proposta: cioè l’intenzione di porre fine a una gogna mediatica, ad una sadica esposizione al ludibrio che è ormai abitudine consolidata, in Italia; e che è indegna di un paese civile. Non basta, cioè, che un reo sia indagato, intercettato, rinviato a giudizio, processato e condannato. Non basta neppure sapere di cosa sia accusato, in cosa consista il reato ascritto e le circostanze in cui esso è maturato.No, la gente vuole di più: vuole la “verità”. Una verità che come tale diventa “democratica”. Anche se è indebita, casuale, inutile, addirittura violenta. Anche se a volte pure ferisce, se distrugge, e in certi casi addirittura uccide. «È la verità”, che diamine!È la democrazia», che diamine! Tutto questo è avvilente. L’unica, drammatica verità che emerge da questo ennesimo, insulso dibattito, è che il desiderio di sapere, di conoscere, di capire, si riduce ad una insana voglia di pettegolezzo, di morbosi e magari ridicoli particolari; quindi una voglia, più che di giustizia e verità, di intollerabile moralismo. È straziante vedere la sinistra immobile di fronte ad una simile degenerazione etica di una vasta parte del proprio elettorato: del tutto incapace di frapporsi a questo sfacelo, e di ricondurre invece il proprio ruolo di forza di opposizione su binari più opportuni. Usando, cioè, tanto rispetto per l’autonomia della magistratura, e per il prezioso lavoro che essa svolge (non poco complicato, si è detto, dai limiti imposti alle indagini), quanto per uno dei principali cardini della coesistenza civile e (appunto) democratica: la privacy.L’unica, magra consolazione, è che dopo mesi di polemiche e risse, anche questo ddl molto probabilmente finirà in qualche cassetto, o sarà annacquato in revisioni che lasceranno letteralmente il tempo che trovano. Non cambierà nulla. Berlusconi potrà passare così, una volta di più, per quello che “ha le mani legate”, e stavolta magari pure per un difensore dei diritti civili. Noi, invece, sempre lì, aggrappati alla rassicurante (?) conservazione di uno ieri trascorso quanto indefinito, ed ora anche a sue strampalate interpretazioni. In balia degli eventi, come un infante privo di autonomia e di capacità di discernimento. Come dire: dal bavaglio al bavagliolo.
(articolo pubblicato su "Europa" del 22.6.2010)