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sabato 2 febbraio 2013

Niente da tenere stretto, niente da lasciare.



Il Boemo non c'è più. In panchina, intendo.
Non so quanto vittima degli altri o quanto piuttosto di se stesso.
Ho sentimenti amari ma contraddittori, a riguardo, che non so esprimere bene.
Potrei interrogarmi su dove insista il confine tra coerenza e sadismo, ma non andrei lontano.
Sono invece quelle che seguono, le parole migliori per descrivere questo sentire indefinito.
Le (tra)scrivo senza retorica, con il pensiero rivolto ad un uomo che - perdente o meno, con tutta la sua forza o le sue debolezze - costituirà sempre e per sempre una parte importante del mio modo di essere e di vedere le cose. Non solo nel calcio.


Povero cuore
con la mano sul cuore, giuro,
che mai non ti vedrò  accompagnare il male
e voltare la testa e piegare la schiena
abbassare la testa e abbandonare la scena.
Povero cuore
come un povero scemo
apro la finestra
e sono qui che fumo
e vivo la mia vita a passo d'uomo
altro passo non conosco
soltanto questo passo d'uomo.
Qualcuno sta aspettando
all'uscita della chiesa
benedici il suo cappello vuoto, la sua lunga attesa
è una vita che si affanna e cerca e ruba
illumina il suo tempo, insegnagli la strada
Sono solo un operaio
lungo la massicciata
il mio pane sa di polvere, la mia acqua è salata
e lavoro per la ruggine e respiro il carbone
costruisco per niente
e non ne vedo la fine.
Sono qui che guardo fuori
senza troppo pensare
vedo cadere la cenere, vedo il fumo che sale
e non c'è niente da nascondere
niente da svelare
niente da tenere stretto
non c'è niente da lasciare.

Povero cuore
come uno straniero giro
la mia terra abbandonata
abbandonato e solo
e vado per la vita
a passo d'uomo
altra misura non conosco
altra parola non sono. 


(Francesco De Gregori - Passo d'uomo, 2012)

martedì 30 ottobre 2012

Fino alla fine.


Di fronte a tutta l'ipocrisia e l'accidia servile che da più parti si esercita verso il boemo, reo di sesto posto in classifica al 30 di ottobre (con squadra arrivata sesta e settima - con altri allenatori - nei due anni precedenti), non resta che rassegnarsi: l'Italia non sa modificare questo diffuso, insano modo di vivere lo sport, fatto di tifo insulso e di cieco antagonismo personale.
Colpiscono soprattutto i giornalisti, sempre più numerosi, che di colpo sembrano spasmodicamente interessati alle vicende di un club, la Roma, che assai raramente è stato ritenuto degno di una simile attenzione dai media: scribacchini quasi esclusivamente concentrati a colpire il reprobo perdente con ogni sorta di tesi o di crudo appellativo.
Reprobo la cui serena ostinazione ricorda peraltro (facendo le debite proporzioni) quella di Bartolomeo Vanzetti, sul banco degli imputati, a Boston, anno 1927:
Sono così convinto di essere nel giusto, che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte ed io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le cose che ho fatto.
Ecco, l'unica cosa che si potrebbe dire a Zdenek Zeman, ormai prossimo al proprio personale miglio verde, è che nessun martire, reale o metaforico, dovrebbe sacrificare la vita per Panagiotis Tachtsidis.
Ma questo è affar suo; e su libertà e libero arbitrio Kant ha parlato (e soprattutto scritto) chiaro.

sabato 29 settembre 2012

La cosa più bella del mondo. E sedici anni. Passando dall'Anderlecht e Paolo Pulcina.

Cominciò nel 1990 il fenomeno delle repliche delle maglie ufficiali delle squadre di calcio. La mia generazione ne comprò tantissime, portandole addosso a rotazione: italiane, spagnole, inglesi, francesi, belghe. Così oggi eri Marc Wilmots, domani Matthew Le Tissier, dopodomani Erwin Koeman. Perchè gli appassionati, allora, non coltivavano il mainstream ed avevano pudore. Non pippe, ma neanche divi: si voleva acquistare realtà. E con il senso del limite appiccicato ai sogni, si emulava senza strafare. Così, paradossalmente, c'erano in campo più Riedle che Van Basten, e più Degryse che Maradona.
Anche i club prescelti non sempre erano di prima fascia; così molti di noi potrebbero pensare che uno dei più grandi difensori dell'Anderlecht sia stato Paolo Pulcina. E non avrebbero neppure torto.
La prima maglia che comprò il sottoscritto fu quella dell'Inghilterra, appunto nel giugno del '90. Di quella squadra amavo moltissimo Gary Lineker, ma ancora non sapevo quanto - dopo quella estate - avrei amato un tale Paul Gascoigne.
Di tutte le divise che ho indossato, però, nessuna mi è più nel cuore di questa che vedete sopra: la comprai a sedici anni, e quando l'acquistai mi sembrò di possedere la cosa più bella del mondo.
Ancora oggi, quando la rivedo, qualcosa mi riporta a quel brivido adolescente di compiacimento.
Ecco perchè amare questa squadra sarà sempre un po' di più che del semplice tifo.

giovedì 2 agosto 2012

Pensieri [Aldo/PdS/Olimpiadi]

Agli europei, in finale, sullo 0-2 avrei voluto far entrare Domenghini. Oltre a Baggio, è ovvio. 
Domenghini come a dire quegli uomini timidi del settentrione duro, quel settentrione da fatica, nebbia e due parole al minuto. Uomini forti come alberi, alberi possibilmente al gelo.  
Uomini da missile, da impresa a terra, uomini da rabbia e velocità, uomini da arena.
Gente come poteva essere un Aldo Maldera Terzo, con quel Terzo che da bambini sembrava un vezzo, non un ordine di discendenza. Ora che è passato tanto, tanto tempo riesco appena a pensare che aldomalderaterzo, terzino da nove natte (goals, per i lettori non locali) all'anno, uno dei "vecchi" del nostro scudetto più bello, a quell'epoca era tanto più giovane di me.

Il ricordo di Maldera su RomaChannel

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Il Polo della Speranza (degli ultimi a morire), in acronimo PdS, è un'idea allucinante che tuttavia mi rincuora: perchè mi fa capire che la sinistra vuole continuare nella propria onesta opera di autoabbattimento a prescindere da presenti ed assenti. 
Insomma, per quanto i dissidenti - prima - fossero indigesti, non era un'operazione in odio ad essi. Non era, cioè, un dispetto per pochi infimi.
Loro sono proprio così. Grazie per la coerenza, compagni.

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Una settimana di Olimpiadi e nessuna emozione particolare.
Si potrà mai brandizzare la noia?

sabato 2 giugno 2012

Da Romolo e Remo al Nostro Boemo.


"Da Romolo e Remo al Grande Boemo": fu uno striscione affisso all'Olimpico, che fece storia.
Ho solo cambiato "Grande" con "Nostro", e non per difetto di grandezza: semmai perchè nel giorno di un ritorno a cui io - romanista e zemaniano - non ho mai osato credere per non farmi del male, e non sentire riemergere il dispiacere per quel distacco eterodiretto di 13 anni or sono (di cui più volte ho qui scritto), in questo giorno del ritorno - dicevo - quello che sento è soprattutto l'amore, la gioia, la comunione di sentimenti di un popolo, quello della Roma, nel ritrovare un uomo che come pochi altri ne ha incarnato lo spirito.
Gli "altri", probabilmente, non lo capiscono.
Già ci dicono che non vinceremo mai. Che continueremo a non vincere mai.
Ecco, lasciamo pure che lo dicano.
Una gioia come la nostra, senza titoli, seconde o terze stelle, senza coppe e chincaglieria varia, fatta solo di persone e di abbracci, di schemi e di campo, è una gioia che vale solo per chi può capirla.
Il Boemo, del resto, ci ha insegnato a non incazzarci, a stare sereni, a lasciar parlare.
Quello che conta nella vita è altro: coerenza, lavoro, e poca retorica. Poi, se ti comporti bene, le cose vengono. Vale anche per l'allenatore. Magari la felicità non è la Champions League o la Coppa del Mondo: magari è tornare in una squadra che per te è più di ogni altra. E infatti anche lui, oggi, porta con sè una gioia che probabilmente non si paragona. E che per una magia, un caso strano ma bello del destino, trova la nostra.
Zeman torna alla Roma. La Nostra, la Sua. Noi lo ritroviamo come si ritrova una parte di noi stessi.
E siamo tutti contenti così. Anche senza titoli, seconde e terze stelle, senza coppe e chincaglieria varia. Strano ma vero. Invidiateci pure.

lunedì 14 maggio 2012

Ciao Capitano.





Mentre i tifosi della Juventus salutano la loro bandiera storica, una stella tanto assoluta quanto corretta e leale (rarità calcistica), a noi romanisti - sempre un po' orfani del presente - resta la memoria sportiva ed umana di Ago, della cui scomparsa tra poco cadrà il diciottesimo anniversario. Due storie diverse, quelle di questi Capitani; due conclusioni diverse, due glorie diverse, due squadre diverse, due identità diverse, però il segno di una comune, collettiva passione per l'Uomo calciatore, o il calciatore Uomo che sia. Così, in questo saluto a Del Piero, bello e toccante, perchè vale la persona che si saluta, noi ricordiamo - per buona associazione - Agostino Di Bartolomei.
Altro Uomo autentico.
Il nostro Capitano pulito. 
La nostra Storia: che è altrettanto bella, per quanto diversa.


giovedì 7 luglio 2011

Totti, Enrique e il rinnovamento italiano.

La vicenda che sta monopolizzando l’inizio della stagione della A.S. Roma Calcio, ovvero la tensione sempre più forte tra il simbolo della squadra, Totti, e il nuovo allenatore, lo spagnolo Enrique, appartiene solo in parte alla dimensione calcistica e sportiva. Ai più i fatti saranno noti, ma per chi non seguisse il football li ricapitoliamo.
La Roma – già gravata da una pesante situazione debitoria – nei mesi scorsi è stata acquistata da un fondo di investimenti americano. Circostanza che ha destato un certo scalpore: piuttosto provinciale, in verità, poiché l’ingresso degli yankees nel calcio nostrano segue (ormai di qualche anno) operazioni anche più onerose, perfezionate – sullo scenario europeo – da investitori statunitensi.
I nuovi proprietari della Roma hanno tuttavia voluto alimentare, se possibile, questo scalpore, con l’ingaggio di un tecnico giovane e ambizioso, però del tutto inaspettato: Luis Enrique Martinez Garcia. Ex calciatore spagnolo, poi entrenador delle giovanili del grande Barcellona – club leader a livello mondiale e noto, appunto, per la valorizzazione dei vivai; tuttavia allenatore privo di esperienza a livello di prima squadra. Il quale si è peraltro portato dietro sei connazionali, tra collaboratori e calciatori.
Improvvisamente si sono ritrovate, in seno alla squadra capitolina, esperienze, identità, culture, e sensibilità significativamente differenti. Un mix interessante, ma complesso. Innanzitutto c’è il sogno americano, ricco, visionario e nuovo per definizione; o almeno per l’italiano medio. Altrove, a oriente, si trovano infatti sogni ben più nuovi, più visionari e ormai anche più ricchi di quello, ma essi sono probabilmente meno suggestivi agli occhi di chi , come noi, è cresciuto a pane e Dallas. C’è poi l’appassionata e schietta spregiudicatezza spagnola, che rifiuta ipocrisie ed utilitarismi, e si vota – parliamo di calcio, ma non solo – al bel gioco e al lealismo “a ogni costo”. E quindi c’è il prudente, conservativo, spesso si usa anche dire “razionale” pragmatismo italiano; del quale facendo uso massivo in ambito calcistico, finiamo per non disporre altrove: vedi programmazione economica e roba del genere.
Il calcio però è una cosa seria. Così, se per rimediare a una finanziaria sbagliata c’è sempre un 12 agosto dietro l’angolo, quando si esce da una competizione europea il rimedio non c’è. Che accada il 25 di agosto, poi, è intollerabile. E che accada dopo aver tolto dal campo il simbolo, romano, della Roma, pare addirittura imperdonabile.
I fatti: dopo aver perso contro un avversario modesto (lo Slovan di Bratislava) nella gara di andata, la Roma è stata eliminata non riuscendo a ribaltare, in casa, al ritorno, il risultato; non solo: nell’ultimo quarto d’ora di partita l’allenatore ha sostituito Totti, che sta alla Roma come il Papa sta a San Pietro, affidando le residue speranze a una formazione sperimentale che è stata poi da molti definita – peraltro non a torto – “troppo inesperta e non all’altezza”.
Al termine, come è facile prevedere, la stampa e i tifosi si sono scatenati contro Enrique. Il quale, in verità, ha avuto una reazione sorprendente: dimostrandosi per nulla pentito delle scelte,  ma soprattutto ancor meno preoccupato di dover spiegazioni al leader della sua squadra. Anche perché, lo ha detto e lo ripete, per lui “Totti è uno come gli altri”. Bum! Così, nel giro di poche settimane le culture che compongono l’inedito melting pot romanista sembrano già entrate in conflitto. O almeno lo sono quelle europee, le più competenti in ambito calcistico, mentre la dirigenza a stelle e strisce sembra assistere distrattamente alla querelle originata; e se poi fosse vero – come si insinua – che essa veda in Totti soprattutto uno strumento da marketing, si dimostrerebbe assai meno innovatrice di quanto voglia apparire.
In realtà la questione, come già si diceva in apertura, ha natura solo marginalmente calcistica. In realtà la questione è che c’è un totem, un Dio, un pezzo di storia di una città e dello sport nazionale. Sta appeso in foto nelle camerette di centinaia di migliaia di ragazzi, sta in tv, sta nei nostri discorsi, è nella nostra vita. Il nuovo proprietario della Roma ha detto che è “il più forte calciatore italiano dell’ultimo mezzo secolo”, però forse non sa chi fossero Gianni Rivera e Roberto Baggio.
Incidentalmente – tuttavia – questo totem, questo Dio, è anche un uomo. Di 35 anni di età. Già da alcuni ha smesso con la Nazionale, per propria scelta. Ha ancora forze, naturalmente, ma naturalmente meno di prima. Ha ancora molti colpi, ma naturalmente meno di prima. Ha tutto, agonisticamente, meno di prima. E una società che decida – a torto o a ragione –  di rinnovarsi completamente, di affidarsi allo specialista del calcio “giovane”, consegnandogli una scommessa tutta da giocare e piena di incognite (ma, vista la conclusione del calciomercato, adesso c’è anche qualche certezza) non può non averci pensato. Nel momento, poi, in cui assume proprio un tipo come Enrique, asturiano chiaro e aspro come il sidro, e nel momento in cui accetta – come pare aver fatto – le sue richieste sulla libertà di conduzione tecnica, deve per forza averci pensato.
E’ chiaro ed evidente a tutti che Totti non può essere – con 35 anni – il futuro della Roma, però forse sarebbe stato opportuno essere più espliciti, da subito, sul punto. Nonché più rispettosi: e del totem e dell’uomo. Ma la strada è segnata. E gli ultimi acquisti, giovani e competitivi, la segnano – se possibile – ancora di più. Laddove si pensasse di tornare indietro, ciò sarebbe inquietante prima che fallimentare: perché significherebbe che il sistema italiano di cristallizzazione dell’esistente si è ormai propagato ben oltre il livello politico, che per primo ha toccato e condizionato (di fatto, in tal modo, necrotizzandolo). Vero è che il nostro è un Paese sempre più povero di simboli, ma questo non giustifica l’aggrapparsi al passato pure quando sia poco ragionevole.
Può essere opportuno, in conclusione, citare un precedente: idealmente utile a smontare un caso che in questo è – sì – davvero molto italiano. A Madrid, l’anno passato, similmente a quel che accade oggi a Roma, il totem di casa, Raul Blanco, si vide chiuso – proprio come Totti – da un nuovo progetto tecnico, affidato a Josè Mourinho. Risultato: Raul si trasferì a Gelsenkirchen, portando lo Schalke 04 alle semifinali di Champions League. Forse una nuova sfida, altrove da Roma, sarebbe arricchente anche per lo stesso Totti: che è e resta un grande giocatore. E forse sarebbe utile a favorire, a Roma, una mescolanza laica (senza più totem, e senza papi) e rinnovatrice, che potrebbe essere di buon esempio. Non solo al mondo del calcio.

sabato 25 dicembre 2010

Parole che restano.


Il 30 maggio 1994 Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma che ha vinto lo scudetto nel 1983, si toglieva la vita. Il libro “L’ultima partita – Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei” di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno (Fandangolibri) ne ha raccontato la storia.

Questa è la prefazione scritta per il libro da Luca Di Bartolomei, 28 anni, figlio di Agostino. Tra tante cose lette e ascoltate in questo anno che finisce, voglio ricordare - in particolare - le sue parole.

Caro Ago,
è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di pensare a un’introduzione per questo libro bello e onesto - scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi da tantissime persone - che penso e ripenso a queste poche righe. E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per una volta pubblicamente, solo da figlio. Quanto mi manchi papà.

In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza. In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i piccoli segni dei giorni estivi di festa. Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare da cui d’estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca
subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott’acqua tra tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione galleggiare incerto di sopra.

Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo tutto questo non mi viene naturale. Non più come prima. Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi di gridare con egoismo l’ingiustizia di avermi sottratto i nostri anni più belli. Quelli dell’adolescenza e di una contestazione strozzata nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze, dello studio all’università, della casa da solo. Quelli delle partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre diverse.

Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano di una normalità che - forse perché negata - avrei desiderato tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena di un’estate immobile. Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente ogni secondo per tutta la mia vita. Di quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del terrazzo. Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci che non avevi capito nulla.

Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata rotonda all’altezza della seconda fascia. Dell’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella chiglia fredda di zinco. Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato a tornare in qualche modo in quello stadio grande con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava plastico il coretto: “OOOO AGOSTINO… AGO AGO AGOSTINO GOL…” scatenando in un certo senso la mia gelosia di bambino.

Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del Capitano - a riguardarla adesso quella serenità - ci sia stato qualcosa di inconsciamente innaturale. Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante hai fatto quel 30 di maggio Ago. Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. Per noi, da lì in avanti, l’unico.

Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook.

Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata dentro quella data, ecco. Come la depressione che ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore. Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio. Di fronte alla grandezza di una vita umana, all’amore di una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima partita di calcio? E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione lieve di malessere ti stritolava. Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla, papà. Con noi sei stato, fino all’ultimo istante, lo stesso di sempre. Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero, non superbo. Solo riservato.

Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e ironico. L’Ago di sempre. Quello che accantonava l’aria seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio, e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno.
Quello delle domeniche in barca per andare a pesca. Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento contano alla stessa maniera.
Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con Gianmarco mi portava a scuola.
Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il primo bacio.
Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché ho conosciuto tutto il suo amore.

Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una volta.