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sabato 2 febbraio 2013
Niente da tenere stretto, niente da lasciare.
Il Boemo non c'è più. In panchina, intendo.
Non so quanto vittima degli altri o quanto piuttosto di se stesso.
Ho sentimenti amari ma contraddittori, a riguardo, che non so esprimere bene.
Potrei interrogarmi su dove insista il confine tra coerenza e sadismo, ma non andrei lontano.
Sono invece quelle che seguono, le parole migliori per descrivere questo sentire indefinito.
Le (tra)scrivo senza retorica, con il pensiero rivolto ad un uomo che - perdente o meno, con tutta la sua forza o le sue debolezze - costituirà sempre e per sempre una parte importante del mio modo di essere e di vedere le cose. Non solo nel calcio.
Povero cuore
con la mano sul cuore, giuro,
che mai non ti vedrò accompagnare il male
e voltare la testa e piegare la schiena
abbassare la testa e abbandonare la scena.
Povero cuore
come un povero scemo
apro la finestra
e sono qui che fumo
e vivo la mia vita a passo d'uomo
altro passo non conosco
soltanto questo passo d'uomo.
Qualcuno sta aspettando
all'uscita della chiesa
benedici il suo cappello vuoto, la sua lunga attesa
è una vita che si affanna e cerca e ruba
illumina il suo tempo, insegnagli la strada
Sono solo un operaio
lungo la massicciata
il mio pane sa di polvere, la mia acqua è salata
e lavoro per la ruggine e respiro il carbone
costruisco per niente
e non ne vedo la fine.
Sono qui che guardo fuori
senza troppo pensare
vedo cadere la cenere, vedo il fumo che sale
e non c'è niente da nascondere
niente da svelare
niente da tenere stretto
non c'è niente da lasciare.
Povero cuore
come uno straniero giro
la mia terra abbandonata
abbandonato e solo
e vado per la vita
a passo d'uomo
altra misura non conosco
altra parola non sono.
(Francesco De Gregori - Passo d'uomo, 2012)
martedì 30 ottobre 2012
Fino alla fine.
sabato 29 settembre 2012
La cosa più bella del mondo. E sedici anni. Passando dall'Anderlecht e Paolo Pulcina.
giovedì 2 agosto 2012
Pensieri [Aldo/PdS/Olimpiadi]
sabato 2 giugno 2012
Da Romolo e Remo al Nostro Boemo.
lunedì 14 maggio 2012
Ciao Capitano.
giovedì 7 luglio 2011
Totti, Enrique e il rinnovamento italiano.
sabato 25 dicembre 2010
Parole che restano.

Questa è la prefazione scritta per il libro da Luca Di Bartolomei, 28 anni, figlio di Agostino. Tra tante cose lette e ascoltate in questo anno che finisce, voglio ricordare - in particolare - le sue parole.
Caro Ago,
è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di pensare a un’introduzione per questo libro bello e onesto - scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi da tantissime persone - che penso e ripenso a queste poche righe. E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per una volta pubblicamente, solo da figlio. Quanto mi manchi papà.
In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza. In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i piccoli segni dei giorni estivi di festa. Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare da cui d’estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca
subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott’acqua tra tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione galleggiare incerto di sopra.
Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo tutto questo non mi viene naturale. Non più come prima. Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi di gridare con egoismo l’ingiustizia di avermi sottratto i nostri anni più belli. Quelli dell’adolescenza e di una contestazione strozzata nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze, dello studio all’università, della casa da solo. Quelli delle partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre diverse.
Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano di una normalità che - forse perché negata - avrei desiderato tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena di un’estate immobile. Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente ogni secondo per tutta la mia vita. Di quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del terrazzo. Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci che non avevi capito nulla.
Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata rotonda all’altezza della seconda fascia. Dell’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella chiglia fredda di zinco. Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato a tornare in qualche modo in quello stadio grande con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava plastico il coretto: “OOOO AGOSTINO… AGO AGO AGOSTINO GOL…” scatenando in un certo senso la mia gelosia di bambino.
Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del Capitano - a riguardarla adesso quella serenità - ci sia stato qualcosa di inconsciamente innaturale. Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante hai fatto quel 30 di maggio Ago. Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. Per noi, da lì in avanti, l’unico.
Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook.
Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata dentro quella data, ecco. Come la depressione che ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore. Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio. Di fronte alla grandezza di una vita umana, all’amore di una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima partita di calcio? E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione lieve di malessere ti stritolava. Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla, papà. Con noi sei stato, fino all’ultimo istante, lo stesso di sempre. Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero, non superbo. Solo riservato.
Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e ironico. L’Ago di sempre. Quello che accantonava l’aria seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio, e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno.
Quello delle domeniche in barca per andare a pesca. Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento contano alla stessa maniera.
Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con Gianmarco mi portava a scuola.
Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il primo bacio.
Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché ho conosciuto tutto il suo amore.
Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una volta.




