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martedì 19 aprile 2011

Second chance*.



Massimo Gramellini ha una capacità di sintesi, di evocazione e di ironia formidabile. E' per questo che la lettura della sua rubrica è diventata, per me, quotidianamente doverosa: forse uno dei pochi momenti in cui il dovere e il piacere riescono compiutamente ad incontrarsi. Capita, tuttavia, che anche con gli autori che più amiamo si registrino situazioni di dissenso. Un dissenso anche aperto, pieno, quale mi ha suscitato la lettura del suo "Buongiorno" dedicato a Giusi La Ganga.
Poiché quel che di Gramellini più apprezzo è la capacità di andare oltre il luogo comune, mi ha stupito – in questo caso – l'esserne invece completamente imbrigliato. Almeno a mio avviso, s'intende; e desidero motivare questa affermazione.
Premetto che ho 35 anni, sono amministratore da 16, e ho sempre militato nel centrosinistra.
Mi considero un riformista, un moderato; non sono mai stato un radicale, neppure a 18 anni.
Fu appunto in coincidenza con la mia maggiore età che la carriera politica di Giusi La Ganga si interruppe per le note vicende. Quando, dopo molto tempo, mi è capitato di farne la diretta conoscenza, ero del tutto consapevole della sua storia, e politica e giudiziaria; tuttavia, il tempo trascorso quanto il mio costume mentale, mi spinsero a non usare un pregiudizio che mi sarebbe parso, a conti fatti, di maniera ancora più che banale.
Posso dire come questo incontro sia stato umanamente e politicamente fecondo. La Ganga è un uomo di buona cultura e di notevole vivacità intellettuale, e il suo rientro, oggi, in un panorama politico in cui dette doti latitano credo possa e debba essere salutato, a prescindere, con favore.
Poiché, tuttavia, mi rendo perfettamente conto di come sia difficile prescindere da quel che è stato, mi permetto allora di sottolineare pochi aspetti che ritengo utili ad una miglior valutazione dei fatti.
Alcuni di essi sono stati già sottolineati dallo stesso Gramellini: l'aver saldato il debito con la giustizia, da parte di La Ganga; la stessa – singolare – evocazione negativa portata finanche dal suo nome; e, infine, il "diritto ad una seconda occasione". Su questo ultimo punto credo occorra però una riflessione più profonda, e – io penso – decisiva.
In questo Paese c'è una scarsa cultura della responsabilità. E non diamone colpa a Berlusconi, il problema gli preesiste e gli succederà. Per "cultura della responsabilità" intendo il conoscere ambiti e contesti in cui tale responsabilità si esercita, e così pure le conseguenze al tradimento dei doveri che essa imponga.
Come cittadino prima ancora che come operatore del diritto, in quanto avvocato, ho rispetto per la Magistratura e per il suo operato. I Giudici applicano norme, e le norme sono la sostanza della nostra democrazia. E la violazione di queste stesse norme è un fenomeno patologico cui si pone un opportuno rimedio sanzionatorio. La Ganga ha violato queste norme ed è stato sanzionato nei modi, per gli effetti e secondo gli scopi che esse imponevano; tra i quali vi è – non sussumibile a minus rispetto ad altri principi, se non da una lettura incompetente anzichè legalitaria – il reinserimento sociale del reo.
Legalitarismo è quindi consentire il rientro (anche e soprattutto in politica, quale fondamentale agone di dibattito sociale) di chi "ha sbagliato"; certamente non è impedirlo.
Credo che far divenire patrimonio comune di una società che voglia ancora appassionarsi alla cosa pubblica questi principi sia assai più importante che abbandonarsi a dibattiti generazionali assai stereotipati (io non mi pongo il problema se un sessantaquattrenne bravo mi toglie posto; me lo pongo semmai se me lo toglie un pirla, a prescindere dall'età del medesimo), o a riflessioni esegetiche circa quel che pensa o suggerisce un comico, per quanto bravo.
La Ganga ha quindi pieno diritto di essere candidato a Torino.
E non per il fatto che se fosse trasmigrato verso altri lidi politici sarebbe già ritornato in Parlamento. Il che, semmai, è un di più. Diverso, questo lo possiamo ammettere, sarebbe stato un suo inserimento in una lista bloccata, senza preferenza. Ma così lui si rimette alla volontà dei Torinesi, scansando mediazioni ed equivoci.
E' opportuno, tutto questo? Io penso proprio di sì. Lo è appunto in quanto è opportuno dare quella seconda chance: perché quella seconda chance è, almeno in teoria, un caposaldo del nostro ordinamento.
I Torinesi, da par loro, avranno l'ancor più pieno e rispettabile diritto di non votare La Ganga; peraltro avendo 39 altri candidati, solo nel Pd, a disposizione.
Allora, e concludo, non perdiamoci nel vezzo di citare "timidezze generazionali", e "iatture", e "derive brizzolate". In tali richiami, spesso, si annidano qualunquismo ed ipocrisia.
Ed è proprio contro di essi che va combattuta, invece, la battaglia più importante.
Esattamente quella che ogni giorno conduce lo stesso Gramellini: curando una rubrica che è tanto apprezzabile quanto volta, per come l'ho conosciuta fino ad oggi, a stimolare riflessioni non omologate.

*
(articolo pubblicato come "Gramellini e La Ganga" su Nuova Società
)

venerdì 8 aprile 2011

Ma quale fascista?


Si è fatto un gran discutere sul disegno di legge per l'abrogazione della XII norma transitoria della Costituzione ("E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista"), presentato nei giorni scorsi da un gruppo di senatori del Pdl.
Da subito mi è parso ridicolo il ddl, ma pure ridicole le veementi reazioni di molta sinistra, che ha purtroppo ancora bisogno dell'antifascismo quale collante della propria residualità.
Si parla infatti del niente, comunque la si metta.

Ma quale fascista - chiedetevi - penserebbe mai di far normare, di far riconoscere , legittimare, il suo essere fascista?
Domandarono forse l'autorizzazione a marciare su Roma, nel 1922?
Chiesero forse il permesso di menare a destra e (soprattutto) manca?

Basterebbe porsi questo interrogativo (banale, peraltro) per liquidare tutta questa storia per quello che è.
Eppure, da una parte, questi epigoni da quattro soldi in (ideale) camicia nera vogliono che si creda, che ci credono; dall'altra, i difensori (di un'imitazione, di una fiction) della democrazia, pure.
Ci credono - in teoria - tutti: perchè non avendo, a quanto pare, granchè da dire dell'oggi, a tutti conviene guardare indietro; facendo finta che ci sia ancora qualcosa.

E qualcosa in effetti c'è. Una diffusa ipocrisia.