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venerdì 24 dicembre 2010

L'arte di non farsi capire.

Non deve stupire la boutade di Eric Cantona, che dopo aver invitato con ogni clamore i francesi a ritirare in tutta fretta i propri risparmi bancari (per mettere spalle al muro gli istituti di credito), si è poi ben guardato di dare, lui, l’esempio.
Nessuno , infatti, lo ha visto nella sua filiale di fiducia; e quei pochi che pure avevano creduto nella bizzarra rivoluzione del prelievo allo sportello, alla fine hanno dovuto ricredersi.
Del resto questi sono tempi in cui lo scarto tra ogni annuncio o promessa e la realtà dei riscontri rischia di essere siderale; e Cantona, per quanto simpatico, non fa eccezione. Anzi, li interpreta alla perfezione, i tempi.
Anche Gabriele Albertini, per quanto più austero e compassato dell’altro, non scherza. Pure nel suo caso carisma, simpatia e scarsa coerenza si incontrano in un mix sorprendente.
Se nella mattinata del 7 dicembre scorso Albertini accendeva gli entusiasmi e le speranze dei terzopolisti sparsi per lo stivale, con l’imprevisto annuncio della propria candidatura a sindaco di Milano, solo quarantotto ore dopo – con un messaggio esattamente opposto nei contenuti ed ugualmente, a quel punto, imprevedibile – li spegneva radicalmente. Cosa possa essere accaduto, di così decisivo, in quell’esiguo lasso di tempo, non è dato sapere.
Anche perché, giurano in tanti, non è successo proprio nulla.
Forse allora il problema sta a monte? Era la prima notizia ad essere sballata? Niente di più facile.
«Ci siamo capiti male», è il refrain che si usa in questi casi. E si usa sempre più frequentemente, a partire dal leader supremo, da “Sua inattendibilità”.
Nessuno più di Berlusconi è infatti capace di imbastire un fraintendimento come si deve. E nell’agone politico egli è ormai un punto di riferimento per chiunque voglia imparare a non farsi capire.
Il carneade Scilipoti, a esempio, ha disegnato per una settimana buona l’ideale parabola decisoria di una incertissima fiducia parlamentare, dimostrando – con la propria stessa presenza, e un’ostinata volontà di motivarla – come tutto sia, nella fenomenologia parlamentare, perlomeno discutibile.
Calearo e Cesario, fondandoci un partito di 3 aderenti con3 linee politiche diverse (ma alla fine, almeno, un identico, «responsabile» voto), gli hanno dato una mano notevole.
La casisistica è comunque vasta, si potrebbe proseguire.
Che dire di Carla Polidori, altra protagonista dello show andato in onda alla camera 14 dicembre scorso? Solo il 6 novembre 2010 la Polidori apriva la convention di Futuro e Libertà a Perugia parlando di «percorso rivoluzionario», invitando a «cogliere l’attimo», mostrando la propria «profonda convinzione», per «costruire un grande momento». E come ogni momento che si rispetti esso deve essere stato, in effetti, breve, perché dopo poco più di un mese Carla è già tornata a casa, per «una questione di coscienza e di responsabilità ». La rivoluzione è già finita, pare; e del resto, dopo ogni rivoluzione le restaurazioni si accreditano giusto su queste basi: cioè sulla necessaria correzione di un errore.
Deve essere stato proprio questo a far sì, al termine del mese scorso, che un messaggio di Benedetto XVI in cui storicamente si apriva (seppure con mille prudenze e limitazioni) all’uso del preservativo, venisse poi ridimensionato – nella sua portata innovatrice – dal Vaticano stesso.
Sembra che all’origine dell’equivoco vi sia stato nientemeno un errore di traduzione.
Allora, ripensando ad una frase del mio professore di filosofia del diritto, secondo cui le cose migliori l’uomo le ha pensate in greco e scritte in tedesco, c’è quasi da tirare un sospiro di sollievo, per il fatto che non possano essere ritrattate. Perché, passi tutto, ma sarebbe insopportabile se – per dire – Kant o Locke venissero a dirci di essere stati fraintesi.
Fosse Hobbes ci farebbe piacere, anche se ormai è troppo tardi: Berlusconi l’ha preso sul serio.
(articolo pubblicato su "Europa" del 23.12.2010)

mercoledì 15 settembre 2010

Il Capo, il padano e i due bolognesi.

Sono sempre stati uguali. Anche quando non si conoscevano. Anche quando – saranno ormai quarant’anni fa – nessuno li conosceva. Quando erano solo l’anima nascente, fattasi poi crescente, quindi travolgente, di un territorio vasto: vasto e articolato nell’istinto e nelle abitudini di un popolo intero, non meno che sulle mappe. Un territorio ben identificabile, là a nord; eppure, al tempo stesso, un territorio senza confini. Senza latitudini. Un nord che va anche a sud, quando è il caso. Quando serve. L’uno, di Milano, presto famoso tycoon modernista, re della comunicazione e dalla finanza; gli altri, figli ancora anonimi di una qualsiasi Brianza, come di un qualsiasi lembo del trevigiano: popolari, loro, quand’anche proletari. Così terrigni, così poco moderni; eppure anch’essi, in qualche modo, inediti, nel proprio conservatorismo.
Attraversano gli Ottanta in posti, ruoli e condizioni molto diverse; benché tutti già allora accomunati da una dichiarata passione per la sostanza, per la concretezza: “se serve si fa”, è il loro maschio motto. Ed è così ovunque: all’assemblea di Confindustria, bijoux e doppiopetto, come al bar di Carugate, stecca e gessetto.
L’alba dei Novanta li sorprende più vicini. Quando gli ancora anonimi secondi cominciano a fare politica “per la propria terra”, il più famoso, il primo, gliela sta già trasformando: ha appena terminato di costruire città numerate. Si risolve quindi ad affiancarli, per dare loro una mano. Anzi, una guida. Diciamo pure un faro.
Così si vedono anche da lontano. Del resto a loro basta uno sguardo, per capirsi: non servono troppe parole. La vita che hanno scelto è infatti priva di sofismi: ripudio di tutto ciò che sia, o sembri complicazione, tripudio dell’utilitarismo spinto. Spinte anche le parole: dove sesso e virilità assurgono a esplicazione e metro della robustezza d’indole: funziona subito, è un successo di pubblico, su scala nazionale.
È così che capiscono come il progetto che hanno in animo sia troppo grande, per limitarsi nello spazio e nel tempo. Occorre prenderselo tutto, questo paese; non più solo un pezzo, là in alto, per quanto grosso. Per quanto loro. È il ’94, la rivoluzione del “fare” si può finalmente fare. Ma servono alleati. Le contingenze di quel momento fanno sì che siano un ex missino e un ex dc a completare la squadra.
In mezzo a tanto nuovo, brillano dunque due pezzi di passato.
Se questo è il prezzo da pagare alla vittoria – spiega il capo – ben venga. I due intrusi paiono fedeli, del resto. E rispettosi di quel capo; al punto giusto distratti, quando è il caso. Quando serve.
I nodi, tuttavia, presto o tardi arrivano al pettine. Quei due, complementi posticci di rivoluzione, si rivelano alla fine lontani dal mondo che i nuovisti nordici conservatori predicano e brandiscono. Tanto per i linguaggi che per i contenuti. Non profetizzano nuovi miracoli italiani, loro; non parlano di sesso, neppure lo mimano durante i comizi. Normali e misurati, non penetrano nell’anima crassa dell’homo italicus, loro. Conoscono invece bene l’arte del compromesso: ne sono entrambi maestri, seppure con stili differenti. Bolognesi di nascita ma romani di adozione, essi incarnano infatti la capitale prudenza della prima repubblica; finanche i suoi riti bizantini.
Il patto quadripartito, sancito a cavallo del nuovo millennio, per quanto forzato, resiste, in qualche modo sull’onda di reciproche contaminazioni. I vecchi provano a mostrarsi, anch’essi, nuovi; i nuovi si sforzano di coltivare, anch’essi, una antica temperie. Le cose vanno così avanti, tra alti e bassi, fino al punto in cui la natura provvede definitivamente a dividerle. Prima il democristiano, poi il postfascista. Né l’uno né l’altro regge – infine – alla prova del nove.
Cioè l’eterna polarizzazione stato/individuo, repubblica/tirannia, ordinamento/eversione. Per quanto pure il potere lusinghi, abitui, anestetizzi, c’è infatti un’antica regola cui richiamarsi.
Per alcuni è una stella polare, per altri – meno prosaicamente – un confine, un recinto. Oltre il quale c’è un rischio.
I due bolognesi, meno conservatori degli altri, eppure meno nuovisti, sono avvertiti, anche nelle letture; nelle vecchie scuole di partito se ne facevano, del resto. Così scopriamo che il postfascista ha scaricato Hobbes ben prima di Mussolini. E che il democristiano non lo ha dimenticato del tutto, Dossetti.
Piace quasi pensare che sia un rigurgito di dignità e di memoria, a spingerli lontano dal delirio e dal controllo di un Padrone ormai ex padrone; sempre più vecchio, sempre più arrogante, sempre più un ricordo; e, come tale, sempre più incerto. E bisognoso di conferme.
Conferme che egli trova ormai solo in loro. I normali, normalizzati, normalizzatori fratelli padani gli restano, unici, fedeli. Quasi avvinti nell’identità. Svegli, questi: mica si sono fatti rincoglionire da Kant e da Dossetti, loro. Evoluti, questi: che ora li puoi trovare ovunque: mica solo là.
Sono padani senza confini.
Padani anche senza Padania. Sono sempre stati uguali, loro. E ora che si conoscono, ora che anche il paese, tutto il paese, li conosce, e parla la loro lingua semplice, schietta, turpe, vuota; ora anche il paese si riconosce.
(articolo pubblicato su "Europa" del 14.9.2010)

domenica 22 agosto 2010

La libertà secondo Fini.

Le idee, i concetti, e prima ancora le parole che servono a rappresentarli.Tutto sembra avvolto, nel dibattito pubblico italiano, da un’ambiguità di fondo, che inibisce sempre più la comprensione di ciò di cui si discute, o di cui si vorrebbe discutere. Resta tuttavia da capire se tale ambiguità rappresenti una disfunzione del sistema, o se invece sia rivelatrice di particolari retaggi, che condizionino i protagonisti di quello stesso dibattito.Userò, quale esempio, la sempre fervida creatività nominalistica dei politici.Poche settimane fa è nato il gruppo parlamentare che fa capo al presidente della camera. È stato battezzato Futuro e Libertà.Se il riferimento al futuro può spiegarsi nel richiamo del nome scelto – a suo tempo – per la fondazione vicina allo stesso presidente Fini (FareFuturo, appunto), quello alla libertà è più sorprendente, poiché si mantiene nel solco della nostra destra recente, da cui pure Fini sembra volersi allontanare.La parola “libertà” – per quanto già storicamente legata a certa tradizione conservatrice – è stata infatti oggetto, negli ultimi anni, della più spietata cannibalizzazione berlusconiana. L’attuale capo del governo ha, fin dalla sua discesa in campo, fatto della “libertà”, o meglio ancora di una stereotipata (e molto personale) interpretazione della stessa “libertà”, il vero segno distintivo di quel suo campo.Ripetendola come un mantra, ma senza mai spiegare bene a quale tipo di libertà alludesse, egli ha – anzi – addirittura confuso le due categorie fondamentali dell’essere liberi: ovvero l’essere liberi da (qualcosa, qualcuno), e l’essere liberi di (fare qualcosa). Con conseguenze di non poco conto.Da Fini, pertanto, ci si sarebbe potuti attendere un allontanamento da questa china, equivoca e pericolosa. Invece non è stato così.Per carità, forse l’opera di “mondatura” della destra, che egli ha appena iniziato, vuole investire anche i linguaggi (rendendoli più consapevoli) oltre che i comportamenti, ma è un fatto che – a nostro avviso – Fini ha perso un’opportunità di chiarificazione. E, a conti fatti, anche di innovazione.Egli non è il solo, tuttavia. Pure a sinistra, ciò che è tradizionale tende spesso a diventare insuperabile, anche a parole. Si pensi al richiamo alla “giustizia”, che viene solitamente trasfuso – senza tuttavia alcuna esatta coincidenza – nell’aggettivo “democratico”: a sua volta variamente declinato. Sì che quel che ne sortisce, alla fine, è una (appunto) tradizionale contrapposizione tra “libertà” e “giustizia”: non solo anacronistica, ma del tutto non condivisibile.Mi piace ricordare, a riguardo, quel che scriveva Guido Calogero nel manifesto del liberalsocialismo del 1940. Calogero sosteneva (ovviamente in modo più articolato di quanto qui possa rendersi) come le istituzioni della libertà politica e quelle della giustizia economica si sostenessero e si richiedessero vicendevolmente; legate, egli spiegava, da un «nesso indissolubile di reciproca presupposizione ».Tanto a Fini che a Bersani, Calogero avrebbe pertanto ricordato che «nè la libertà può essere un futuro, rispetto alla giustizia, né la giustizia un futuro rispetto alla libertà. Entrambe debbono essere presenti ed operanti, a garantirsi e a promuoversi a vicenda». L’esperienza dei governi di centrosinistra della prima repubblica, in particolare nella fase di ascesa e consolidamento del Partito socialista, ha visto applicato con notevole successo questo principio.Dopo, purtroppo, una vuota radicalizzazione di schemi e schieramenti – pure favorita dal sistema elettorale – ha isolato due valori che pure dovevano (e dovrebbero ancora) marciare insieme.La libertà ha bisogno di giustizia. La giustizia di libertà.Il mutato quadro politico fa sì che la possibilità di farle coesistere non sia oggi – per varie ragioni – prerogativa della sola parte progressista. Fini probabilmente l’ha capito; ma allora, ci chiediamo, perchè non dirlo? Perchè non scriverlo? Tanto più che egli proviene da una destra sociale.Così, mentre lui nicchia, e il Pd – come sempre – osserva, l’unica eccezione nel panorama descritto si ritrova sorprendentemente (?) in Nichi Vendola.Uomo che viene dal mondo della giustizia (della sinistra pura), egli ha capito, non da adesso, come l’arroccamento su quel concetto lo avrebbe condannato – se possibile – ad un’ancor maggiore residualità. Così ha rischiato, ha rotto un tabù e sfidato un ossimoro, e nel 2009 è nata Sinistra e Libertà. Un anno dopo è indubitabile come, almeno personalmente, Vendola abbia vinto la propria scommessa.Pare che quel che di lui maggiormente colpisca il pubblico sia la chiarezza, lo slancio innovativo. Forse, aggiungiamo, anche il banale coraggio di dire una parola in più. La parola giusta.
(articolo pubblicato su "Europa" del 21.8.2010)

mercoledì 23 giugno 2010

La giustizia e la privacy sacrificate al gossip.

È sempre più difficile orientarsi nel dibattito politico. Anche perché questo rischia di essere, alla prova dei fatti, uno sforzo inutile. Spesso si assiste alla genesi di iter legislativi ambiziosi e complessi. Malgrado le premesse, tuttavia, essi diventano presto travagliati, contrastati, quindi forieri di polemiche infuocate (dove il fuoco è in realtà televisivo assai più che parlamentare). Quasi sempre, infine, questi grandi progetti giungono ad arenarsi, o a spegnersi, o a far perdere silenziosamente le proprie tracce, mentre a colpi di decreti, di urgenze vere o presunte, e di fiducie, si costruisce e definisce l’incerto tessuto normativo di questo incerto paese.È un problema democratico? In qualche modo probabilmente sì. Ma esso è ancora piuttosto, ad oggi, soprattutto un problema di “efficienza democratica”. Nel senso che ad un dato livello di democrazia, non corrisponde, nei fatti, un utile impiego ed esercizio della medesima. A cosa porterà, in futuro, questo colpevole spreco, non è oggi dato sapere. Una riflessione, tuttavia, si impone. A chi interessano davvero le possibili conseguenze di quel che accade? Paradossalmente i meno preoccupati sembrano essere tanto gli artefici di questa “delegittimazione parlamentare” (si tratta di lobbies – tra loro anche di diverso segno, tipo e carattere – che tuttavia non possono non considerare gli effetti dello svuotamento del ruolo, nonché del luogo, istituzionale), quanto i più scalmanati difensori della “democrazia à la carte”: con ciò definendosi qualcosa che ormai ciascuno definisce e “garantisce” a proprio gusto e piacimento; del tutto astraendosi, però, da ogni criterio oggettivo di riferimento. Se i primi, i delegittimanti, non stanno, storicamente, solo nel centrodestra – o, almeno, non sono contigui al solo centrodestra – i secondi, i garanti, costituiscono invece una porzione sempre più abbondante del centrosinistra cosiddetto radicale. Dove il radicalismo, però, attenti, va espandendosi. Estendendosi, cioè, ad ambienti e settori sempre più ampi e trasversali.L’occasione per questa “mutazione genetica” di un certo settarismo che per convenzione definiremo “progressista”, è stata, ed è tuttora, il dibattito sul ddl intercettazioni. La cosiddetta “legge bavaglio” è divenuta quasi subito un feticcio, buono da agitare in ogni luogo e consesso. Ovunque, ormai, non si fa che inveire contro la «fine della libertà», «la morte dell’informazione», e quindi appunto «della democrazia”». L’aspetto simbolico, legato alla reazione al divieto – che verrebbe a costituirsi – circa la diffusione delle trascrizioni di colloqui privati, supera pertanto di gran lunga ogni censura ad un testo normativo che pure è lungi dall’esserne immune. Non ci vuole infatti molto a capire che 75 giorni di intercettazioni sono (ovvero almeno possono essere, in molti casi) insufficienti alle finalità di indagine; e neppure occorre essere pm o avvocati per rilevare come i tre giorni di proroga ammissibile (di volta in volta) siano un insulto al buon senso. Per non parlare poi dei limiti alle intercettazioni ambientali: quasi provocatori.Su questo la sinistra potrebbe aprire un fuoco imponente contro il governo e la supina maggioranza parlamentare. Invece accade che l’aspetto fondamentale, dirimente, dell’obiezione opposta a questo infelice disegno, finisca per colpire l’unica parte in effetti condivisibile di quella proposta: cioè l’intenzione di porre fine a una gogna mediatica, ad una sadica esposizione al ludibrio che è ormai abitudine consolidata, in Italia; e che è indegna di un paese civile. Non basta, cioè, che un reo sia indagato, intercettato, rinviato a giudizio, processato e condannato. Non basta neppure sapere di cosa sia accusato, in cosa consista il reato ascritto e le circostanze in cui esso è maturato.No, la gente vuole di più: vuole la “verità”. Una verità che come tale diventa “democratica”. Anche se è indebita, casuale, inutile, addirittura violenta. Anche se a volte pure ferisce, se distrugge, e in certi casi addirittura uccide. «È la verità”, che diamine!È la democrazia», che diamine! Tutto questo è avvilente. L’unica, drammatica verità che emerge da questo ennesimo, insulso dibattito, è che il desiderio di sapere, di conoscere, di capire, si riduce ad una insana voglia di pettegolezzo, di morbosi e magari ridicoli particolari; quindi una voglia, più che di giustizia e verità, di intollerabile moralismo. È straziante vedere la sinistra immobile di fronte ad una simile degenerazione etica di una vasta parte del proprio elettorato: del tutto incapace di frapporsi a questo sfacelo, e di ricondurre invece il proprio ruolo di forza di opposizione su binari più opportuni. Usando, cioè, tanto rispetto per l’autonomia della magistratura, e per il prezioso lavoro che essa svolge (non poco complicato, si è detto, dai limiti imposti alle indagini), quanto per uno dei principali cardini della coesistenza civile e (appunto) democratica: la privacy.L’unica, magra consolazione, è che dopo mesi di polemiche e risse, anche questo ddl molto probabilmente finirà in qualche cassetto, o sarà annacquato in revisioni che lasceranno letteralmente il tempo che trovano. Non cambierà nulla. Berlusconi potrà passare così, una volta di più, per quello che “ha le mani legate”, e stavolta magari pure per un difensore dei diritti civili. Noi, invece, sempre lì, aggrappati alla rassicurante (?) conservazione di uno ieri trascorso quanto indefinito, ed ora anche a sue strampalate interpretazioni. In balia degli eventi, come un infante privo di autonomia e di capacità di discernimento. Come dire: dal bavaglio al bavagliolo.
(articolo pubblicato su "Europa" del 22.6.2010)

venerdì 30 aprile 2010

Fini, un’operazione debole. Ma che mette paura.

Sono passati ormai alcuni giorni dalla rottura pubblica tra Fini e Berlusconi, e gli analisti hanno potuto dissertare, interpretare, elaborare previsioni.Diversissime, s’intende, a seconda della testata per cui lavorano. Complessivamente mi pare registrarsi un generale favore per quel che Fini ha detto; e anche per il come, e dove, lo ha detto. Naturalmente ci sono anche i dissenzienti. Ma in realtà, i dissenzienti mi sembrano imprevedibilmente numerosi. E non tutti argomentano in modo chiaro. Pare infatti incomprensibile, quel che tuttavia ho sentito e sento fare da alcuni (anche nel centrosinistra), l’idea di subordinare la bontà dell’iniziativa di Fini solo al numero di senatori e deputati che egli riuscirà, nel caso di “uscita”, a trascinarsi dietro.Quasi che con tale, incidentale, manovra di “sottrazione” si debba esaurire l’operazione politica da lui intrapresa.Quasi che la premessa repubblicana da cui essa muove (importa poco, sia chiaro, se sincera o insincera, appunto in quanto “oggettivamente repubblicana”: quindi tanto più preziosa laddove è già avanzato lo stato di crisi delle istituzioni) sia cosa residuale, trascurabile. E, ancora, quasi che lo sforzo, insieme appassionato e glaciale, che Fini ha profuso da quella pedana, non debba o non possa uscire dalla sala della direzione nazionale del Pdl; o che non possa, allo stesso tempo, una volta uscito da quella stanza, incontrare il favore di tanti italiani: quantomeno preoccupati dal livello di imbarbarimento del nostro sistema politico.Perchè, dunque, questa diffusa volontà di cercare, quasi a tutti i costi, solo i punti deboli della (a oggi, peraltro, solo ipotizzabile) strategia di Fini; per poterla, poi, in alcuni casi, espressamente liquidare come “velleitaria”? L’analisi è libera, si dirà; ma converrete come un’analisi autenticamente libera sia oggi merce troppo rara per non legittimare qualche piccolo sospetto.Ritengo quindi naturale porre alcune semplici domande. A chi serve, in fondo, che l’azione di Fini sia intesa come velleitaria? C’è per caso chi può temere la sua ritrovata autonomia? E infine: esiste forse un’“invidia”, per questo leader non solo nel suo campo di provenienza? Così mi interrogo, data la stranezza del dibattito; poichè, quando dell’avversario, o del possibile partner, si stima scarsa la credibilità, non ha molto senso sottolinearne la limitatezza.Infatti, in occasione di recenti altre operazioni “autonomiste”, non si è visto un pari livello di ostentazione di sfiducia; o, quantomeno, di perplessità.Per Fini, invece, si ha l’impressione che quasi ci si impegni, a non crederci.E, questo, nonostante una larga fetta di elettorato, non (più) obbediente, o non ancora del tutto “perduto”, reclami a gran voce una pagina nuova, e soprattutto più libera, nella vita pubblica italiana.Certo, non ci si può esimere dal considerare le difficoltà tecniche che il quadro politico attuale presenta (specie con riferimento alla legge elettorale); ma che pena se davvero pensassimo di liquidare tutto in una mera conta di truppe.«Eppure oggi funziona così», potrebbe obiettare qualcuno: e avrebbe anche ragione, non v’è dubbio. Ma questa degenerazione “dell’oggi” non ci piace. Anche parlando con colleghi ed amici di centrodestra da tempo concordiamo su questo punto: cioè su quanto sia brutta questa politica che ci “lega”, che ci imprigiona a un fasullo stereotipo bipolare. Però, la volta buona che per coraggio, o per paura, o per pazzia, o per qualsiasi altra ragione si rompe questo muro, anziché brindare alle nuove possibilità e ai nuovi spazi che ci si spalancano dinnanzi, ecco che siamo subito pronti (anche nel Pd) ai distinguo più vari: che è «bravo Fini», «sì, ma...»; «...adesso forse è presto»; «...è un’operazione perdente »; «...è troppo solo » ; «...comunque è un incoerente»; fino alla schizofrenia per cui «...in fondo è sempre un fascista» anche se «...ormai è un socialdemocratico ». Ma non è tanto la critica, a colpire, sia chiaro; bensì la finalità con cui pare mossa. E soprattutto la disponibilità collettiva che essa riesca a incontrare, a un’analisi lucida. Che fin da ora si pronostica limitata. Proprio del Pd, in fondo, qualcuno potrebbe ben dire: «È immobile». Ma considerata l’abilità democratica a vedere il bicchiere (vuoto) sempre mezzo pieno, non escludo che ci possa essere chi addirittura riesca a leggerci un plauso all’equilibrio, e quindi un complimento.A Fini, invece, credo che nessuno faccia, e farà complimenti; né sconti. E neppure ci si ironizzerà sopra, scommetterei; che Fini è un freddo: non ispira battute, e non ispira i blogger. Lui, peraltro, non mostra mai una gran voglia di ridere; e questa storia probabilmente fa più che altro paura, a tanti. Fa paura a destra, dove si apre una falla dopo sedici anni, e si vuole evidentemente prevenire con ogni mezzo il regicidio.La fa a sinistra, dove la forte personalità del presidente della camera non ha (ad oggi) alcun adeguato contraltare. E, dulcis in fundo, anche nel mezzo dell’emiciclo, chi ha pazientemente (e faticosamente) consolidato la propria posizione terzista, non vuole certo ritrovarsi scavalcato “al centro” da un post missino già berlusconiano. Ecco dunque che il fatto certamente più rilevante di questi ultimi anni rischia di essere annacquato, edulcorato dalla stagnante prudenza del ceto politico.
(articolo pubblicato su "Europa" del 29.4.2010)