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venerdì 31 dicembre 2010

Le mie nuvole.


Dammi le mie nuvole, e un po' di sole spento
e io sarò in vacanza, e io sarò contento.

sabato 25 dicembre 2010

Parole che restano.


Il 30 maggio 1994 Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma che ha vinto lo scudetto nel 1983, si toglieva la vita. Il libro “L’ultima partita – Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei” di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno (Fandangolibri) ne ha raccontato la storia.

Questa è la prefazione scritta per il libro da Luca Di Bartolomei, 28 anni, figlio di Agostino. Tra tante cose lette e ascoltate in questo anno che finisce, voglio ricordare - in particolare - le sue parole.

Caro Ago,
è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di pensare a un’introduzione per questo libro bello e onesto - scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi da tantissime persone - che penso e ripenso a queste poche righe. E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per una volta pubblicamente, solo da figlio. Quanto mi manchi papà.

In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza. In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i piccoli segni dei giorni estivi di festa. Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare da cui d’estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca
subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott’acqua tra tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione galleggiare incerto di sopra.

Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo tutto questo non mi viene naturale. Non più come prima. Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi di gridare con egoismo l’ingiustizia di avermi sottratto i nostri anni più belli. Quelli dell’adolescenza e di una contestazione strozzata nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze, dello studio all’università, della casa da solo. Quelli delle partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre diverse.

Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano di una normalità che - forse perché negata - avrei desiderato tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena di un’estate immobile. Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente ogni secondo per tutta la mia vita. Di quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del terrazzo. Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci che non avevi capito nulla.

Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata rotonda all’altezza della seconda fascia. Dell’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella chiglia fredda di zinco. Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato a tornare in qualche modo in quello stadio grande con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava plastico il coretto: “OOOO AGOSTINO… AGO AGO AGOSTINO GOL…” scatenando in un certo senso la mia gelosia di bambino.

Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del Capitano - a riguardarla adesso quella serenità - ci sia stato qualcosa di inconsciamente innaturale. Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante hai fatto quel 30 di maggio Ago. Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. Per noi, da lì in avanti, l’unico.

Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook.

Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata dentro quella data, ecco. Come la depressione che ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore. Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio. Di fronte alla grandezza di una vita umana, all’amore di una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima partita di calcio? E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione lieve di malessere ti stritolava. Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla, papà. Con noi sei stato, fino all’ultimo istante, lo stesso di sempre. Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero, non superbo. Solo riservato.

Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e ironico. L’Ago di sempre. Quello che accantonava l’aria seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio, e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno.
Quello delle domeniche in barca per andare a pesca. Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento contano alla stessa maniera.
Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con Gianmarco mi portava a scuola.
Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il primo bacio.
Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché ho conosciuto tutto il suo amore.

Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una volta.

venerdì 24 dicembre 2010

L'arte di non farsi capire.

Non deve stupire la boutade di Eric Cantona, che dopo aver invitato con ogni clamore i francesi a ritirare in tutta fretta i propri risparmi bancari (per mettere spalle al muro gli istituti di credito), si è poi ben guardato di dare, lui, l’esempio.
Nessuno , infatti, lo ha visto nella sua filiale di fiducia; e quei pochi che pure avevano creduto nella bizzarra rivoluzione del prelievo allo sportello, alla fine hanno dovuto ricredersi.
Del resto questi sono tempi in cui lo scarto tra ogni annuncio o promessa e la realtà dei riscontri rischia di essere siderale; e Cantona, per quanto simpatico, non fa eccezione. Anzi, li interpreta alla perfezione, i tempi.
Anche Gabriele Albertini, per quanto più austero e compassato dell’altro, non scherza. Pure nel suo caso carisma, simpatia e scarsa coerenza si incontrano in un mix sorprendente.
Se nella mattinata del 7 dicembre scorso Albertini accendeva gli entusiasmi e le speranze dei terzopolisti sparsi per lo stivale, con l’imprevisto annuncio della propria candidatura a sindaco di Milano, solo quarantotto ore dopo – con un messaggio esattamente opposto nei contenuti ed ugualmente, a quel punto, imprevedibile – li spegneva radicalmente. Cosa possa essere accaduto, di così decisivo, in quell’esiguo lasso di tempo, non è dato sapere.
Anche perché, giurano in tanti, non è successo proprio nulla.
Forse allora il problema sta a monte? Era la prima notizia ad essere sballata? Niente di più facile.
«Ci siamo capiti male», è il refrain che si usa in questi casi. E si usa sempre più frequentemente, a partire dal leader supremo, da “Sua inattendibilità”.
Nessuno più di Berlusconi è infatti capace di imbastire un fraintendimento come si deve. E nell’agone politico egli è ormai un punto di riferimento per chiunque voglia imparare a non farsi capire.
Il carneade Scilipoti, a esempio, ha disegnato per una settimana buona l’ideale parabola decisoria di una incertissima fiducia parlamentare, dimostrando – con la propria stessa presenza, e un’ostinata volontà di motivarla – come tutto sia, nella fenomenologia parlamentare, perlomeno discutibile.
Calearo e Cesario, fondandoci un partito di 3 aderenti con3 linee politiche diverse (ma alla fine, almeno, un identico, «responsabile» voto), gli hanno dato una mano notevole.
La casisistica è comunque vasta, si potrebbe proseguire.
Che dire di Carla Polidori, altra protagonista dello show andato in onda alla camera 14 dicembre scorso? Solo il 6 novembre 2010 la Polidori apriva la convention di Futuro e Libertà a Perugia parlando di «percorso rivoluzionario», invitando a «cogliere l’attimo», mostrando la propria «profonda convinzione», per «costruire un grande momento». E come ogni momento che si rispetti esso deve essere stato, in effetti, breve, perché dopo poco più di un mese Carla è già tornata a casa, per «una questione di coscienza e di responsabilità ». La rivoluzione è già finita, pare; e del resto, dopo ogni rivoluzione le restaurazioni si accreditano giusto su queste basi: cioè sulla necessaria correzione di un errore.
Deve essere stato proprio questo a far sì, al termine del mese scorso, che un messaggio di Benedetto XVI in cui storicamente si apriva (seppure con mille prudenze e limitazioni) all’uso del preservativo, venisse poi ridimensionato – nella sua portata innovatrice – dal Vaticano stesso.
Sembra che all’origine dell’equivoco vi sia stato nientemeno un errore di traduzione.
Allora, ripensando ad una frase del mio professore di filosofia del diritto, secondo cui le cose migliori l’uomo le ha pensate in greco e scritte in tedesco, c’è quasi da tirare un sospiro di sollievo, per il fatto che non possano essere ritrattate. Perché, passi tutto, ma sarebbe insopportabile se – per dire – Kant o Locke venissero a dirci di essere stati fraintesi.
Fosse Hobbes ci farebbe piacere, anche se ormai è troppo tardi: Berlusconi l’ha preso sul serio.
(articolo pubblicato su "Europa" del 23.12.2010)

sabato 11 dicembre 2010

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli.

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l'amore, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi l'amore, non sarei nulla.

Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, ma non avessi amore, non mi gioverebbe a niente.

(Prima Lettera di S. Paolo ai Corinzi)

martedì 7 dicembre 2010

21.12.1970 - Due solitudini che si incontrano - Una storia.


Questa che vedete sopra è la prima delle 6 pagine di cui constava la lettera che il 21.12.1970 Elvis Presley - presentatosi fuori dai cancelli della Casa Bianca - fece consegnare a Richard Nixon.

La lettera così recitava:

Caro Signor Presidente,

Innanzitutto vorrei presentarmi. Mi chiamo Elvis Presley e sono un suo ammiratore e nutro un grande rispetto per la sua funzione. Tre settimane fa a Palm Springs ho avuto modo parlare con il Vice Presidente Angnew e gli ho espresso le mie preoccupazione per il destino della nostra nazione. La cultura della droga, gli elementi hippies, la Student Democratic Society, le Balck Panthers, ecc, non mi considerano un loro nemico o per lo meno non mi vedono come parte dell’establishment, come lo chiamano loro. Invece io la chiamo America e la amo. Signore, posso e sono pronto a aiutare in qualsiasi modo il paese. Non ho altre motivazione se non fare il bene del paese. E così non voglio ricevere un titolo o venire nominato a un incarico, posso essere più utile se mi si facesse libero agente federale e sarò di aiuto agendo alla mia maniera grazie ai miei contatti con persone di tutte le età…

Ho condotto uno studio approfondito sull’abuso di droghe e sulle tecniche di lavaggio del cervello utilizzate dai comunisti e il mio lavoro mi permette di essere proprio là dove è richiesto il mio aiuto…

Le mando una mia breve autobiografia su me stesso così può capire meglio questo mio approccio. Mi piacerebbe tanto incontrarla solo per dirle buongiorno sempre che Lei non sia troppo indaffarato…

Le porgo i miei omaggi,

Elvis Presley

Presley, non si sa con quanta lucidità e consapevolezza, si proponeva per un incarico federale. Agente antidroga. Era naturalmente incurante del fatto che da anni fosse spiato dal governo, e che lo sarebbe stato anche in seguito; anche dopo l'incontro con il Presidente.

Quell'incontro, infatti, avvenne solo poche ore dopo. Vestito in modo del tutto improprio, alle 12.30 di quello stesso 21 dicembre Presley entrò nella stanza ovale, accolto da un affabile Nixon, cui Elvis fece dono di una pistola della Seconda Guerra Mondiale, una Colt 45.

Tutto contento, alla fine, Presley ebbe il suo bel distintivo.
Dieci giorni dopo Richard Nixon scriveva a sua volta al cantante questa lettera:

Caro Mr. Presley,

Per me è stato un immenso piacere avervi di recente incontrato nel mio ufficio; volevo farvi sapere ancora una volta quanto abbia apprezzato il vostro gesto premuroso nell’omaggiarmi della Colt 45. della Seconda Guerra Mondiale risposta nella sua cassetta di legno fatta a mano. Siete stato particolarmente gentile a ricordarvi di me con questo regalo così bello, così come con le foto della vostra famiglia, e sono davvero contento di averli ora tutti nella mia collezione di souvenir speciali.

Faccio a voi, alla vostra signora e a vostra figlia Lisa i miei migliori auguri di un felice e pacifico 1971.

I miei più cordiali saluti,

Richard Nixon

Due grandi solitudini si erano incontrate. Si erano trovate.


venerdì 3 dicembre 2010

Non bisogna aver paura di parlare di "eutanasia".

Con poca fantasia è stato definito “l’ultima provocazione” radicale. Ma il (breve) video in cui un malato terminale chiede al Governo di rispettare la propria volontà di morire, contiene in realtà un messaggio misurato e responsabile; e di provocatorio, a ben vedere, c’è solo un’interpretazione oltremodo capziosa.

Tra i numerosi contrari al e contrariati dal messaggio, si segnala – imprevisto – il netto pronunciamento del campione laico del Pd, Ignazio Marino che “come uomo, come medico e come politico” ha espresso la propria “assoluta opposizione all'eutanasia”. Le ragioni che ha addotto non giovano, secondo chi scrive, a renderne la tesi convincente. Pur di costringere le cose nello schema astratto imposto dal nostro bipolarismo bislacco (anziché tenerle nel campo aperto e imprevedibile della realtà), Marino ha infatti concluso che “fino a quando c’e' una maggioranza pro cattiva morte, che non permette l'assistenza per evitare di soffrire nelle fasi terminali della vita, è comprensibile che ci siano gruppi che promuovono la discussione su quella che è, alla fine, una uccisione, seppur compassionevole”.

Marino non coglie, a nostro avviso, la portata reale della questione.

L’ “uccisione compassionevole”, come la chiama, è infatti ammessa, legittimata, regolamentata per legge in vari paesi europei. E non è quindi riducibile ad interpretazione immatura, maldestra o esasperata di un principio di autodeterminazione. Ne costituisce, semmai, l’espressione più compiuta.

Il punto, semmai, è stabilire se quel principio di autodeterminazione possa - presto o tardi - essere ammesso e riconosciuto da questo ordinamento; ma non sta, lo si ribadisce, nel porre un freno preventivo – tecnico o morale – alla libertà di scelta.

Certo, ad ogni libertà corrispondono, necessariamente, dei confini; diversamente, infatti, parleremmo di arbitrio. E’ altresì vero, tuttavia, come i confini in questione – fermo il ruolo specifico del legislatore – non possano non parametrarsi sugli orientamenti, le sensibilità ed, in definitiva, le istanze del corpo sociale.

Ma ecco quindi che il punto, il vero punto della discussione si evidenzia essere la discussione stessa; ovvero, in altre parole, la possibilità che essa si concreti e celebri nel modo più compiuto e costruttivo.

Chi ha paura di parlare di eutanasia? Chiediamocelo, perché è di questo – io credo – che dovremmo parlare. Più che di soluzioni salomoniche, medie più che intermedie, ab origine proposte come solutive di un dilemma enorme, la portata del tema non ci può esimere dall’affrontarlo in modo diretto, completo, totale.

Nulla, peraltro, impedisce che da un dibattito schietto, puntuale ed effettivamente argomentativo possa sortire – alla fine – un’opzione rappresentativa di una sostanziale medietas tra le posizioni in gioco.

Che sono appunto, ricordiamolo, la legittimazione di una scelta di fine vita (e non la “morte compassionevole” di cui parla Marino, con un’indebita, personale e quindi non obiettiva aggettivazione) e la sua negazione.

Naturalmente entrambe le posizioni vanno ascoltate, perché ciascuno di noi possa orientarsi nella formazione di un’opinione. In tal senso non si può certo dare torto ai 32 parlamentari Pd che, dopo la puntata “a senso unico” di Vieni via con me sul “fine – vita”, con un duetto tra Saviano e Mina Welby, hanno scritto alla Rai per chiedere pari dignità nel esporre il proprio punto di vista: cioè quello di coloro i quali “con altrettanta grande dignità, magari in silenzio, fanno la scelta libera di non staccare i sondini".”Questo perché, così concludono, “ogni scelta d'amore merita la sua luce”.

Ed è vero: ogni scelta d’amore merita una luce, così come ogni scelta esige una propria, reale consapevolezza. Nessuno deve temere un dibattito libero e sincero: e questo vale per l’eutanasia come per ogni altro tema sull’agenda politica.

Quel che è fondamentale, anzi, pare ricostruire – in questo paese svogliato e indolente – un interesse positivo nonchè informato a dibattere. Meglio se a partire proprio dai “grandi” temi; quelli che toccano, senza retorica, le esistenze di ciascuno di noi. E che in qualche modo ci “costringono” ad essere, o almeno a sentirci coinvolti.

Forse una scelta di questo tipo, senza infingimenti e prudenze di opposto segno, potrebbe aiutare l’Italia ad uscire da un’apatia grigia, rassegnata, e inevitabilmente portatrice di una progressiva, parimenti rassegnata deriva sociale.

(articolo pubblicato su il Riformista del 2 dicembre 2010)

martedì 30 novembre 2010

Piena di vita.


Anche una morte può essere piena di vita.

A Mario Monicelli (1915-2010)

sabato 27 novembre 2010

In mare aperto, verso.


Anche quando era tra le braccia di Calypso, Ulisse sapeva comunque di dover ripartire.

Arrivare là dove si deve arrivare, è un sentire che si fa sentimento, che si fa necessità, quindi si fa azione.

Anche a costo di trovarsi in mare aperto, e con il rischio di naufragare.

Ma un naufragio verso il dove devi essere è un pericolo tollerabile. In un certo senso esaltante.

Annegare in un ordinario certo, anonimo e vuoto, quello sì che è insopportabile.

martedì 23 novembre 2010

Cara Mara.


Cara Mara,

ho appreso con piacere la notizia che Ti descrive in uscita dal Popolo della Libertà.

Dici, però, che vuoi "mollare tutto", anche il Parlamento. E questo, sai, mi procura un doppio piacere: perchè non si assiste spesso all'annuncio di un simile addio; così perentorio, definitivo, irrimediabile. E totale.

E sarà appunto proprio perchè trovo che in tutto ciò che è perentorio, definitivo, irrimediabile e totale, vi sia - in fondo - una rara forza attrattiva, quasi una sensualità dell'annullamento, che apprezzo molto le Tue parole, la Tua risolutezza azzeratrice, che immagino consapevole.

Ora, però, resta un passo.
Che quel che di più sensuale vi è in ogni addio annunciato, è il suo silente e non rimandato compimento.

lunedì 22 novembre 2010

Massimo Cacciari: "20 anni di diseducazione di massa"


Questa volta non sarò originale.
Segnalo questa recente intervista di M.C., il cui pensiero sottoscrivo integralmente.

«L'era di Silvio Berlusconi ha avuto un'influenza tremenda soprattutto nella testa della gente, nella società civile. Sono stati 20 anni di diseducazione di massa, che per certi aspetti hanno avuto addirittura influenze antropologiche. Ma è chiaramente finita e questo ci fa tirare un respiro di sollievo». Per il professore di estetica presso la facoltà di Filosofia dell'Università "San Raffaele" di Milano Massimo Cacciari, nonché ex sindaco di Venezia, il fallimento è riferibile ad «un'intera stagione politica del nostro Paese».

***

Le cronache raccontano di un'Italia travolta: tra alluvioni, migranti sulle gru, tagli alla cultura e privatizzazione dei beni comuni. La politica, poi, è pervasa da scandali privati e processi giudiziari. Sembra uno scenario da crisi dell'impero. Crede che da questa periferia si possano udire echi di una rinascita?
«È una lunga transizione-decadenza che continua dalla caduta del muro di Berlino e da tangentopoli. L'Italia non è riuscita ad aprire una nuova fase, una vera costituente con partiti seri, leadership valide e consistenti da tutti i punti di vista: non solo da quello strategico programmatico, ma anche da quello morale ed etico. Dopodiché, in qualche modo se ne uscirà: non c'è un'apocalisse nel nostro futuro. Certamente i due soggetti che hanno condotto in modo così sciagurato la fase di transizione a partire dall'inizio degli anni '90, dovranno in una forma o nell'altra tornarsene a casa, tutti».

Si può quindi parlare di fallimento?
«Certo, è non è di questo o di quello, ma di un'intera stagione politica del nostro Paese. Quindi bisognerà vedere - e sarà ancora una lunga attesa temo - chi sarà in grado, in una sana dialettica democratica, di creare quel patto fondamentale di base intorno alle riforme assolutamente indispensabili, agli interventi assolutamente prioritari che possa permetterci il riavvio».

Quando si chiuderà l'era della decadenza?
«Non so quando avverrà. Il problema adesso, evidente a tutti, è la decostruzione e lo smontaggio dei vecchi poli, dei vecchi soggetti: i poli intorno a Berlusconi (e lui solo) nella destra e i vari poli ulivisti nella sinistra. Occorre smontare queste pseudo forze di governo e vedere se, intorno a soggetti che si stanno liberando da questi pseudo poli o nuovo soggetti, se è possibile una nuova centralità. È evidente è che siamo in una fase di piena di decostruzione della seconda Repubblica. E va bene, è molto positivo perché i soggetti che hanno operato in questa seconda repubblica si sono dimostrati tutti non all'altezza del bisogno».

La conclusione dell'era berlusconiana potrebbe essere giunta. Ma quanto il suo metodo ha condizionato il concetto stesso di politica in Italia?
«L'era di Silvio Berlusconi ha avuto un'influenza tremenda soprattutto nella testa della gente, nella società civile. Sono stati 20 anni di diseducazione di massa, che hanno avuto anche influenze antropologiche, per certi aspetti. Ma è chiaramente finito e questo ci fa tirare un respiro di sollievo. Il futuro dipenderà dal realismo con cui le forze in campo, che ancora hanno sale in zucca sia nel Pdl che nel Pd, registreranno il fallimento e si metteranno in movimento per creare nuove aggregazioni. Nascerà allora un patto costituente sulle riforme fondamentali per le quali il Paese non può più aspettare. Dalla riforma della scuola e della formazione, a quella pensionistica, al welfare, al federalismo in senso costituzionale. Bisognerà vedere se ancora vi sono energie in questo Paese spendibili per una politica in grande».

Intervista di Valentina Venturi del 12.11.2010 per:

(link)

sabato 20 novembre 2010

Usa l'immaginazione.

Dalla cucina alla musica, alla politica; dal costruire case al demolire film; dal sentire un libro al descrivere una voce; l'immaginazione è la diga che contiene il rassegnarsi.


Un video trovato per caso, molto semplice e immaginifico.

giovedì 18 novembre 2010

Vero centrosinistra.


Centrosinistra è una parola. Centrosinistra sono (almeno) due significati.

Ve ne è uno originale, storico; ed un altro, contestuale, legato ai tempi recenti.

Quello storico racconta di governi - appunto "di centrosinistra" - in cui leader e personalità che non si ricordano certo radicali ed estreme hanno costruito coalizioni ed esecutivi ad essi affini, volti a realizzare programmi ispirati a valori di progresso sociale e solidarietà.

Quello recente descrive (almeno molto spesso) semplici e banali ammucchiate elettorali, dove radicalismi sinistrorsi (o sedicenti tali) che mai avrebbero - da soli - alcuna prospettiva di leadership, si aggregano disperatamente a "centri", meglio se non troppo grandi e condizionanti, e a gruppi di potere, per ottenere una indispensabile legittimazione.

Nel primo caso il centrosinistra ha scritto - possiamo rivendicarlo con orgoglio - la storia migliore di questo Paese.
Nel secondo, invece, ne ha assecondato e accompagnato - al pari del berlusconismo e di una (ugualmente) distorta ed impropria idea di "centrodestra" - un tramonto malinconico e inarrestabile.

Scegliere in quale di queste due opzioni riconoscersi per il futuro non parrebbe, all'apparenza, difficile. Specie in un momento tanto delicato.
Non è così, invece.
La lezione sembra infatti non del tutto chiara, comunque non ancora sufficiente.

C'è infatti chi pensa di poter ancora giocare con le parole, con la storia, e - in definitiva - con l'Italia.
Questa volta, tuttavia, un errore potrebbe essere realmente fatale. Sicchè va impedito.
Come? Con gli uomini, le idee, e la cultura della responsabilità. Con lo spirito vero, autentico, storico, di centrosinistra; e con un po' di quel coraggio riformista che ne ha informato le scelte. Scelte che hanno fatto l'Italia. Un'Italia che ci piaceva, e si piaceva.

domenica 14 novembre 2010

Quando eravamo un po' svizzeri, e senza pensieri.

Quando eravamo bambini i canali televisivi erano pochi. Le Tv commerciali erano agli inizi, e ben più di esse si conoscevano, e si guardavano (almeno sui nostri territori), emittenti solo formalmente straniere: penso principalmente a Tmc (Montecarlo), Koper (Capodistria) e Tsi.
La Tsi, acronimo di televisione della svizzera italiana, era tra esse senza dubbio quella con la programmazione più qualificata. Una programmazione che rimane nella memoria di molti di noi, e da cui affiorano ricordi condivisi e popolari, che oggi più che mai hanno il gusto di un rimpianto: di sobrietà, di misura, e - perchè no? - di innocenza. Tra le sei e le sette di sera, in autunni nebbiosi ed inverni freddi, questo era - tra gli altri - un appuntamento imperdibile:




Ma non è tutto; ricordo che nel 1984 riuscii addirittura ad assistere, sulla stessa Tv svizzera, ad un Manchester Utd. - Juventus (andata di semifinale Coppa delle Coppe) che la Rai non trasmetteva. Mi ero sentito un ladro, profittandone. Oggi sarebbe impensabile, o quantomeno più laborioso, rimediare così facilmente all'oscuramento. Che a raccontarlo a chi non le ha viste, certe cose, si rischierebbe di non essere creduti.

Quel che stupisce un po' è proprio questo: che nell'epoca globale, dove tutto comunica senza sosta e limite, paradossalmente - anzichè sparire - certi piccoli confini sembrano consolidarsi. Ed esigono strumenti sempre più sofisticati al loro superamento.

In altre parole, ridateci la Tsi e scacciateci i pensieri.

venerdì 12 novembre 2010

Gli outsider, l'attimo che non torna - About Mark Webber.


Tifo Mark Webber. Che dei tre pretendenti al Mondiale di F1 (in palio nel weekend ad Abu Dhabi) è di certo il meno talentuoso, il meno vittorioso e - cosa non secondaria - il più vecchio. La squadra non lo ha aiutato, il compagno nemmeno (ma questo si capisce di più), e di tifosi - almeno per i circuiti - non ne ha moltissimi.
Webber non è un campione con l'innatismo trascinante del campione. Webber è un crescendo metodico giunto adesso al punto più elevato. E, quasi sicuramente, irripetibile.
La sua situazione è simile a quella di Jenson Button, nella passata stagione: un imprevisto underdog a giocarsela con prevedibili predestinati.
Se a Button andò - infine - bene, spero che a Webber tocchi domenica identica sorte. Ma quel che sarà da lunedì è, in ogni caso, un destino complesso e singolare, che già descrissi (bene o male) per Button, e che riguarda certi tipi di uomini.
Cioè gli outsider.
Cioè gli uomini che inseguono, comunque.
Che può capitare che vincano; oppure che arrivino lì, a un passo.
Ma è una volta, è un attimo. E quasi sempre non torna.

giovedì 11 novembre 2010

Repressione.



Ultima scena de "Un borghese piccolo piccolo" (1977), noto e bellissimo lungometraggio di Mario Monicelli: il protagonista (Alberto Sordi), uomo normale, quasi banale, dopo aver rintracciato, inseguito, torturato e infine ucciso l'assassino del figlio, incomincia a pedinare un tizio che gli ha riservato una risposta scortese. L'epilogo è, quindi, solo suggerito nella sua - a quel punto anch'essa quasi banale - mostruosità. Ma basta e avanza, allo spettatore.
Perchè il personaggio è ormai chiaramente entrato nella spirale di una violenza senza logica, senza controllo, e senza confini. Persino senza nemici, in qualche modo; o, almeno, senza la precisione di un nemico. Che il nemico è ovunque, perchè il male è ovunque.
Erano 33 anni fa; quel periodo, si diceva e si dice ancora, è stato un tempo particolarmente feroce. Di una violenza folle e inusitatamente feroce; una violenza sociale.
Diffusa "tra di noi". Tra persone "normali". Ovvero libere di sentirsi tali.

Oggi le agenzie di stampa battono la notizia della scomparsa di Luca, tassista milanese di 45 anni: ennesima vittima di una nuova stagione di violenza; di nuovo senza ragioni, controllo e confini: che tanto assomiglia, appunto, a quella di quel tempo trascorso.
Quando, si racconta, "avevamo paura anche a camminare per strada"; quando nessun luogo sembrava sicuro. Quando il male era ovunque. Improvviso e devastante.

E saper morire un uomo, dopo trentuno giorni di coma, dopo che è stato massacrato per aver investito un cane, riporta a quell'idea di male. Feroce quanto illogico, e dilagante.
E dilagante, di nuovo, in quanto sociale.

Quali rimedi?

Oggi, come allora, certamente servirà l'analisi (appunto sociale) del problema. Indispensabile, intendiamoci.
Ma, oggi come allora, un'analisi che non contempli una reazione adeguata, da parte dello Stato, ci porterà poco lontano.

Repressione: è una parola che dobbiamo ritornare a considerare, legittimare, e usare. Anche a sinistra.
Perchè la vita, la storia, passate e presenti, non sono sempre edulcorabili.
Bisogna parlare del male, e contrastarlo. A partire - sì - da una stessa, distorta, ottusa idea di libertà.
Perchè la stessa normalità, lasciata troppo libera di interpretarsi, può diventare mostruosa.
O forse, anzi, lo è già.

lunedì 8 novembre 2010

sabato 6 novembre 2010

Una donna tutta sola.


Una donna tutta sola. Così si intitolava il film di Paul Mazursky che nel 1978 consacrò Jill Clayburgh come star di Hollywood. Sembrava che quel titolo, per quanto italianizzato, la rappresentasse bene. La Clayburgh esprimeva infatti, nello sguardo, la languidità della solitudine; un pò come dire "la sensualità delle vite disperate" che fotografò, cantandola, Conte, per quanto lei la sfumasse nell'ironia. Scomparsa oggi, la Clayburgh resterà nell'immaginario collettivo l'attrice americana degli anni Settanta, insieme a Faye Dunaway. Fece moltissimi film, e rappresentò il suo tempo, incarnandone gli entusiasmi e le angosce. A volte profondi, a volte effimeri. Il tempo dopo cercò altri sguardi, per altri film.

giovedì 4 novembre 2010

Memoria di Superpippo.


Non mi piace come gioca. E non mi è mai stato simpatico.
Ma segna sempre lui.
Anzi, el segna semper lu.
Anche ieri.
E solo questo conta; e ormai sono vent'anni che conta.

Inzaghi detto Pippo (o Superpippo, per chi mastica Nietzsche) è a fine carriera. Ormai è già qualche anno che è a fine carriera, a dirla tutta. Ma la sostanza non cambia.
E la sostanza si chiama gol; poi una smorfia: un grido; un agitarsi complesso, e scomposto del corpo. Che così vive.
Che il bomber vive, così; così esorcizzando la fine a scarpate in rete.

Inzaghi ricorda altri grandi bomber del passato, altre facce che non se ne andavano, palloni che entravano.
Duri a morire.
Mi viene in mente, per esperienza diretta, l'ultimo splendido Spillo Altobelli. Talmente essenziale da sembrare sensuale.
O l'immortale Santillana, venti minuti e due gol, re di coppa di un Real minore.
E che dire di Edward Paul Sheringham? Detto impropriamente Teddy, più propriamente ribattezzato Sceriffo, dopo 34 anni di goal (è inglese) a caterve, agguanta quello della vita al minuto 93 della partita della vita.

Niente da fare, se il calcio vive - ne sono certo - è per queste cose qui.
Non è per uno schema (anche se pure quelli servono), non è per gli special ones (anche se alcuni di loro dei meriti ce li hanno), nè per il packaging ossessivo di tornei e trasmissioni tv (quello proprio non mi interessa).
Se il calcio vive ancora è sempre e solo un fatto di uomini.
Facce che non se ne vanno.
Palloni che entrano.
E che con la linea bianca scavalcano epoche, generazioni.
Arrivando a quella memoria in cui anche il Superpippo merita bene, infine, di consegnarsi.

martedì 2 novembre 2010

"Come un cane senza padrone" / 2.11.1975, Pasolini.


Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d'altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, dove sono vissuti i fratelli. Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l'Appia come un cane senza padrone. O guardo i crepuscoli, le mattine su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, come i primi atti della Dopostoria, cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, dall'orlo estremo di qualche età sepolta. Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta. E io, feto adulto, mi aggiro più moderno di ogni moderno a cercare fratelli che non sono più.

[ASCOLTA]

Nella foto: Pier Paolo Pasolini a Monte Testaccio, autunno 1961

lunedì 1 novembre 2010

Ruby resta Ruby.



Capita che col passare degli anni un cognome, e a volte addirittura un cognome ed un nome, passino in sorte - all'anagrafe e nell'immaginario collettivo - a soggetti assai meno significativi ed interessanti degli originali. Così può ben comprendersi come solo a un matto possa venire in mente che Paolo Rossi sia un comico; e così, allo stesso modo, solo un superficiale può credere che Armstrong sia un ciclista, o che Ferrari sia l'attrice.

Questo per dire che anche Ruby resta Ruby, malgrado tutto.

domenica 31 ottobre 2010

Gli anni che abbiamo davanti. Realismo e incoscienza.


Gli anni che abbiamo davanti, in questo clima depresso e da fine impero, sono di un'incertezza notevole; sotto molteplici profili.
Riguardando, proprio oggi, su un canale privato sgangherato, un vecchio film di quarant'anni fa, inizi '70, ci ritrovavo notevoli affinità con il nostro quotidiano presente.
I protagonisti, simpatici, quasi tutti carini, non avevano alcun domani concreto. Si arrangiavano, scomposti, tra tentativi velleitari, imprese solitarie, una strisciante mollezza di costumi.
Il titolo del film non conta, neanche gli attori. Poca roba, ma autentica.
Insomma, guardavo e pensavo questo: non è detto che tutto il male venga per nuocere.
Se quello che ci aspetta avrà la metà della fantasia di quello che visse (o provò a vivere) quella generazione in conflitto perpetuo (personale e sociale), credo che in fondo valga la pena viverli, questi anni.
Riscoprendo, magari, un'ingenuità perduta: quella che alla fine salva i protagonisti; quella che ti può far sorridere anche in una tempesta.
Del resto a me pare che l'incoscienza sia la miglior scialuppa del realismo.

venerdì 29 ottobre 2010

Midterm (ovvero: a una sparuta minoranza stronza).


Barack Obama e Silvio Berlusconi sono stati eletti entrambi nel 2008. Entrambi sono a metà mandato, quindi, ma solo il primo vede alle porte una scadenza elettorale certa (le elezioni cosiddette di "midterm", riguardanti il Congresso, le assemblee elettive dei singoli Stati, e alcuni dei governatori dei singoli Stati) che darà un primo giudizio sul suo mandato.

Per Obama l'esito si preannuncia negativo. Sembra, a sentire gli analisti, che su di lui ricadano le colpe di tutto ciò che in America non funziona. Eppure, con la recente riforma sanitaria, Obama ha portato a compimento una straordinaria missione di rinnovamento e rafforzamento della coesione sociale.
Dovrebbe dire molto, o almeno dovrebbe dire qualcosa. Niente da fare, invece: pare proprio che non pagherà.
Non solo. Se per caso Obama cerca di risolvere le magagne lasciate in Iraq e dintorni dal suo predecessore, salta puntuale fuori qualcuno che pontifica che lo fa male, perchè "è troppo debole", perchè "non ha l'energia sufficiente".
Stupefacente. Provi dunque a pensare al suo predecessore, e ti chiedi - tra uno strafalcione e l'altro, tra una gaffe e l'altra, tra un insuccesso e l'altro - dove avesse mai, quello, la forza e l'energia. E la risposta può solo essere: nell'eterodeterminazione di tutte le sue scelte, ma soprattutto nella "parte" in e per cui stava. Parte politica, sociale, culturale, economica, intendo.
E nella teoria, semplicistica quanto diffusa, che quella sua parte fosse , e sia, quella giusta, sicura, forte, affidabile.
E' una vecchia questione, non solo americana: la destra domina nel tempo dell'insicurezza. E gli anni di Bush sono stati appunto "gli anni" dell'insicurezza (quasi sempre generata ad arte).
L'America non è certo cambiata, dopo di lui; ma i costi (variamente intesi) di due guerre stupide, un certo astensionismo causa candidato Gop troppo moderato (il povero McCain), e - infine - la straordinaria abilità e il formidabile carisma di Obama, nel 2008 hanno fatto il miracolo.
Se il miracolo, tra due anni, sia destinato a ripetersi, non è dato sapersi.
Intanto Obama soffre, malgrado le molte buone cose fatte.

E veniamo ora a Berlusconi.
Ammesso che ci sia ancora qualcosa da dire.
Risultati del governo, patetici. Credibilità internazionale, idem come sopra.
Berlusconi ha già fallito per la terza volta, dopo le prime due avventure a Palazzo Chigi (la prima fulminea, la seconda disatrosa); forse è per questo che ha già voglia di nuove elezioni. Subito.
Con queste scarse performances di governo dovrebbe essere un azzardo assoluto, eppure è opinione diffusa che in un eventuale ritorno alle urne egli di nuovo sbaraglierebbe la concorrenza (con un Pd in difficoltà, e un'ipotetica alternativa di centro "repubblicano" ancora molto confusa ed approssimativa).
Neppure le nuove, recenti bufere, sembrerebbero, del resto, impensierirlo.
Neppure la stagnazione sociale, minacciosa e pericolosa come mai prima d'ora.

L'Italia è, sì, completamente ferma, al palo; ma inerte; prigioniera indolente e rassegnata di un'estenuante catena di scandali che neppure scandalizzano più. Dove peraltro è solo il contenuto "sessuale" di gran parte dei medesimi ad avere rilievo; perchè tutto il resto, tutto quello che "intorno" agli episodi specifici, più o meno piccanti (si fa per dire), tocca e corrode le istituzioni non interessa che a una sparuta minoranza.

Pure un pò stronza, a ben pensarci.
Stronza perchè non capisce quanto sia bello stare in questo paese a democrazia catodica, dove se vuoi "svoltare" c'è una chance per tutti, e che si lamenta troppo, e di gamba sana.
Doppiamente stronza perchè neppure vuole sputare a prescindere e ad ogni costo sul proprio paese, provando anzi a rivalutarne una tradizione culturale e politica ai più (purtroppo) ignota.
Triplamente stronza perchè capisce bene come non basti il mero antiberlusconismo, o il ricorso a rimedi vecchi di trent'anni, per sconfiggere mali endemici del sistema - Italia.
Infinitamente stronza, perchè continuerà a credere in qualcosa di buono, e in qualcosa di giusto, malgrado tutto.

domenica 24 ottobre 2010

Il Grigio, in una sera di autunno.

Lo vado a ritrovare tra gli altri, sullo scaffale, in una sera di autunno che ben gli si adatta; e anche questa volta non mi tradisce.
"Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina davanti a voi? Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione di sgomento. C'è tutta la banalità umana. Il grigiore quotidiano del capofamiglia che va al lavoro, o al suo focolare...allegro. I piaceri di cui è fatta la sua esistenza senza scampo. Sì, certo...tutto dentro la naturalezza di quelle spalle vestite. E io lo odio, quell'uomo. E provo uno schifo fisico diretto, senza impegno, senza ideologie sociali. L'intolleranza e il disprezzo che dovrebbe avere un Dio che guarda..."

"Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina davanti a voi? Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione simile alla tenerezza. C'è tutta la normalità umana. La fatica quotidiana del capofamiglia che va al lavoro. I piaceri di cui è fatta la sua precaria esistenza, sì, certo...tutto dentro la naturalezza di quelle spalle vestite. Quello che io provo per quell'uomo è una comprensione diretta, senza impegno, senza ideologie sociali. Attraverso quest'uomo li posso vedere tutti. Nessuno sa quello che fa, nessuno sa quello che vuole, nessuno sa quello che sa.Intelligenti, stupidi...che differenza c'è? Vecchi, giovani...certo, tutti della stessa età. Uomini, donne...Che vuoi che conti?...Tentativi di persone che forse...esistono. Sì, quell'uomo è tutto. Bisognerebbe essere capaci di trovare...la consapevolezza e l'amore che dovrebbe avere un Dio che guarda."

Da "Il Grigio", Einaudi, 2003.
Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Uomini curiosi. Amici di una vita. Artisti.

sabato 23 ottobre 2010

Parlare ai bambini.


Sarebbe bello se oggi Gianni Rodari potesse compiere gli anni. Ne farebbe novanta.
Invece è morto giovane, prematuramente.
Il vuoto che ha lasciato, nel tempo, se possibile, è cresciuto.
Non la consapevolezza di quel vuoto, probabilmente.
Questi infatti sono anni in cui un pedagogista non ha molto senso di essere.
Questi sono anni che insegnano a non apprendere, e forse anche a non insegnare.
Ma di lui mi piace ricordare soprattutto l'ironia sottile, il disincanto,
che usava nello scrivere - per grandi e per bambini - facezie più che serie come:

Per colpa di un accento
un tale di Santhià
credeva d'essere alla meta
ed era appena a metà

Il suo contributo mi fa venire in mente quello di un altro grande, questa volta un regista: Francois Truffaut. Anche lui scomparso troppo presto, egli seppe descrivere e interpretare come nessuno il tema dell'infanzia, dandogli una dignità autentica. E priva di retorica.
Memorabile resta il discorso finale del maestro de "Gli anni in tasca" (VEDI), ma a me piace ricordare quei pochi minuti in cui lo stesso maestro - appena divenuto padre - porta alla classe la notizia.
E' una scena breve, una questione di particolari; e i particolari possono parlare per ore. Anche per sempre. Anche ai bambini.


giovedì 21 ottobre 2010

La certezza (popolare) del diritto.


Berlusconi dice che i giudici lo perseguitano perchè sono comunisti.
I suoi seguaci sostengono che abbia ragione, benchè molti di loro non abbiano mai neppure visto un giudice in azione.
A sinistra si diceva, anni fa, che i giudici fossero fascisti.
Lo diceva anche chi non avesse mai visto un giudice in faccia. Tanto era comunque così: perchè "si sapeva".

Da ieri sento argomentare che la decisione del Consiglio di Stato sul "Caso Cota" fosse prevedibile: "si sapeva", infatti, che i giudici non avrebbero avuto coraggio (testuale: da più persone, anche politici).

Francamente io non so chi sapesse, e cosa, e perchè.
So però che quando si parla di giustizia, come di calcio, ognuno si sente legittimato a dire tutto ciò che gli passa per la testa.
E credo che questa stia diventando una situazione letteralmente insostenibile.

Dico questo perchè il giudice che sbaglia - se sbaglia - ha, come ciascuno di noi, il sacrosanto diritto di errare (per quanto il suo errore vada senza dubbio censurato: ma sulla base di rilievi giuridici) per motivi che esulino da una supposta, pretesa, scontata, possibile, facoltizzabile , insinuabile malafede.

Di questo passo in avanti, badate bene, il concetto di "responsabilità" della magistratura rischierebbe infatti di essere annullato, sempre e comunque, da un pregiudizio. Ideologico o meno che sia.

Questo comporterebbe non solo un ingolfamento della giustizia; ma addirittura del nostro modo di pensarla. Sarebbe una crisi di sistema, prima ancora che di fiducia; sarebbe grave, e del tutto inutile. Non so proprio a chi convenga.

martedì 19 ottobre 2010

Affondare senza paura.


Non è solo un fatto di conti, di preventivi e consuntivi . E non è solo un fatto di stime; più o meno ribassate. Non è neppure solo un fatto di crisi delle istituzioni. Neppure di mancanza di visione. Non è nemmeno solo per l'imbarbarimento della classe politica, e non è neanche per l'assenza di senso civico e di solidarietà. Sono tante e tante cose, insieme combinate, che fanno sprofondare, ogni giorno che passa sempre di più, il nostro paese.
Ma è soprattutto l'abitudine a tutto questo, a rendere drammatico lo stato dell'Italia.
O l'idea che nulla sia, in fondo, davvero serio. Che nulla sia seriamente grave.
L'idea che quel che conta sia quel che passa in tv, e non quello che ci sta davanti, in tutte le case; o l'idea che servano ancora gli eroi, e qualche divisa da onorare, vera o immaginaria che sia; o semplicemente l'idea che non ci possano neppure essere, nuove idee.

Così alla fine è entertainment, però senza qualità, e rassegnazione, però senza disperazione.

Altri spot.
Vecchi slogan. Mediocri eccellenze. Consorterie bolse. Noia vestita di eccitazione.
Pornografia moraleggiante.
Che solitudine che dà, che rabbia che fa, questa nave colpita e riversa; giusto nel mezzo della sua deriva.
Che affonda senza paura.

sabato 16 ottobre 2010

Il tramonto di un'idea.


E' in un sabato di ottobre che arriva l'inverno della sinistra italiana. L'imponente mobilitazione di piazza della Fiom - contro il Governo, contro i padroni, contro l'unità sindacale, contro tutto - sancisce l'esaurimento della prospettiva di una moderna piattaforma progressista. Al fianco dei lavoratori sfilano almeno tre partiti comunisti, un partito vendoliano, il cinico Di Pietro con la sua feroce bonomia, e i sorridenti leader di un sindacato in fuga dalla realtà.
Il Pd balbetta qualche presenza individuale, preda di un'irrisolvibile vicenda identitaria.

Non è la prima volta che assisto (seppur da lontano) a queste manifestazioni. Non condividendone le premesse, ho tuttavia provato, come sempre, ad ascoltarne (magari mi fossi sbagliato) gli assunti.
In particolare partendo da loro: dai lavoratori, dagli operai, da quelli che - questo certo non lo discuto: ma, sottolineo, non sono i soli - vivono il dramma di una precarizzazione della propria esistenza, ancor prima che del proprio impiego.

Ma è qui da sentire, quel che dicono; e io non credo di essermi sbagliato.
Ascolto infatti uno scontento generale, una paura diffusa, un'incertezza sul che fare senza precedenti. Non sarà certo colpa loro, ma è tutto caotico, disordinato: dall'operaio allo studente, dall'extracomunitario al pensionato. Mille questioni, mille rivendicazioni, mille siglette, mille istanze malamente pressate in un corteo. C'è pure il movimento dell'uomo casalingo, mi spiego?
Tutto come si confà alla piazza più tradizionale, e a chi la organizza.

Il fatto è che è tutto, negli esiti e nella sintesi che ne seguono, volto alla frammentazione di una qualsiasi prospettiva sociale unitaria.
C'è qualsiasi cosa, in queste doglianze (alcune, o molte delle quali legittime, intendiamoci); ma alla fine non c'è niente. Solo un gran casino. Solo rabbia.
E la rabbia non costruisce, mai.

L'immagine che resta è quella di un pezzo di società che se ne va da sola. Che se ne va dietro a ipotesi impossibili, dietro a slogan facili, dietro all'irresponsabilità di leader che non hanno alcuna soluzione, ma un'unica, opportunistica utilità consortile.
Che anzichè ordinarlo, sfruttanno questo stesso disordine come risorsa; come arma.

Il fatto è che quel pezzo di società che se ne va da sola, non va da nessuna parte.
Parla linguaggi vecchi, teorizza ipotesi sepolte. Non coglie le connessioni e le interdipendenze della modernità, e la necessità di una governance che non può essere settoriale. Perchè altrimenti è settaria. E non è governance. E' consorteria, infatti.

***

Certo, si è nel giusto ad essere incazzati, oggi; per molti e molti versi. Ma quella che sembra l'opzione sicura è in realtà la più infingarda.
Rompere non servirà a nulla. Eleggere nuovi nemici, costruire ridicole lotte di classe, vivere in difesa servirà solo a far crescere il malessere. E ad alimentare il problema.

Questo Paese va alla deriva proprio perchè manca - da tempo - un disegno di "grande società": complessivo, organico, ambizioso.
La vituperata prima repubblica ce l'aveva.
Se dopo si è perso non è certo colpa del solo Berlusconi; il rifiuto, sostanziale, di un riformismo moderato è ascrivibile infatti a entrambi gli schieramenti.

Che dire del Pd (citato in apertura), del resto? Assiste a detti eventi, sintetizzando nella propria storia e nella propria evoluzione (specie quella recente) questi stessi fraintendimenti, questa stessa miopia, e un'insostenibile indecisione.
Nato come soggetto riformista, oggi riesce a tradire non solo quella impostazione, ma addirittura pure il suo opposto. Di cui pure ha paura.

Nec tecum nec sine te vivere possum. Una citazione di Ovidio che si adatta bene al nostro partito, e al tramonto dell'idea che gli stava accanto.
Annegata nella nostra mediocre prudenza, e nella altrui spregiudicatezza.

sabato 9 ottobre 2010

Ernesto Guevara de la Serna.


Difficile non pensare, a 43 anni esatti dalla morte, alla vicenda di Ernesto Guevara de la Serna. Benestante figlio di un'Argentina forse con più prospettive di quella attuale, egli ha trascurato il proprio privilegio, per dedicare tutto il proprio vivere all'altrui riscatto, ovunque esso dovesse trovare luogo.

Per fare questo ha sognato, ha studiato, ha teorizzato la rivoluzione; quindi ha lottato, ha organizzato, e ha ammazzato. Si è sporcato come si sporca ogni guerrigliero: le vesti macchiate dalla trincea; la coscienza corrotta da un'ideologia che ammette la violenza, e implica la soppressione del nemico.
Chiedersi se abbia fatto bene mi sembrerebbe un poco puerile.
In ogni caso non sta di certo a me dirlo.
Nell'ipotetico giudizio su di lui sono da sempre combattuto - io stesso - tra idealismo e realismo.
E' inevitabile.
Perchè il punto di osservazione da cui lo si voglia guardare, e giudicare, sarà esso stesso il giudizio.
Pertanto preferisco non guardare. E limitarmi, invece, a una breve considerazione.

Divenuto uomo di governo (e addirittura Presidente della Banca Nazionale di Cuba), capì di non essere tagliato per quel tipo di vita; tornò quindi in trincea, come i vecchi divi sportivi tornano in pista o in pedana, o sul ring.
Prima il Congo, poi la Bolivia. Furono entrambi fallimenti.
E fu dunque così che morì: in un malinconico ritorno.
Lui lo dipinse sempre come uno sforzo di globale riscatto planetario: quasi un antesignano della mondializzazione: ma questo non deve stupire, perchè era uomo di buone letture, non banale.
Colto borghese, quindi, nonchè bello e aitante rugbysta, andò a cercarsi un destino imprevedibile e comunque non facile.
E lo fece in buona fede. Cosa che non sposta di una virgola il giudizio che ciascuno vorrà e potrà dare, ma che almeno dovrebbe - io credo - suggerire il rispetto per una scelta.

Perchè quest'uomo, sognatore o assassino, o entrambi, assai più che un'icona da maglietta, uomo lo era davvero. Nel bene o nel male.

giovedì 7 ottobre 2010

Fermare cosa.


Sentire che tua figlia è morta. Scoprire che l'ha ammazzata tuo fratello. Ascoltare i particolari strazianti.
Immagina, se puoi; ammesso che mai si possa immaginare, una cosa simile.
Immagina che sia tutto in diretta, on air.
Che vuol dire che sei in casa tua, ma anche in tutte le case. Ovunque: in quelle luci accese per le strade, di notte, di una notte che non dimenticherai.
Sentire in diretta che tua figlia è morta. In diretta, che l'ha ammazzata tuo fratello.
Assai più che tragico, assai più che inumano.
"Signora, se vuole smettiamo", ti dice quella voce professionale, gentile ma risoluta.
Che racconta di te, che arriva in tutte le case, da tutte le parti, in diretta.
Ma mentre tu pure sei, in tutte quelle parti, non esisti in alcuna di esse; catturata in una voragine che non ha forma nè termine. In cui nulla è dicibile.

Eppure parleranno, racconteranno; anche dopo.
Verranno le analisi: sociali, puntuali e ricche di ospiti. Anche quello andrà su schermo, è naturale.
Si dirà che è una società folle, che va fermata, che non ha valori. Tutto vero, probabilmente; tutto vero, sicuramente.
Fermiamola pure, questa schifosa società. Che tanto è schifosa lei, tanto è nobile la parola che la vorrebbe esprimere.
Fermiamola pure, per quel che vuol dire fermarla.

Ma questa tv - nessuno me lo toglie dalla testa - andrà sempre fermata prima.

sabato 2 ottobre 2010

La bellezza, in fine.


La bellezza sfiorisce inevitabilmente. Nessuno può sottrarsi a questa legge di natura: per quanto si possa e si voglia contrastarli, la consunzione e il decadimento del corpo non troveranno,infine, ostacoli. Ciò nonostante, ogni consunzione e ogni decadimento seguono un proprio corso, hanno una propria storia.

Com'è stato bello Tony Curtis, alias Bernard Schwarz, morto giovedì scorso, a 85 anni.
Com'era perfettamente bello quando, agli inizi della carriera posava seducente davanti alla fotocamera, mostrando il suo sguardo ambiguo e sensuale; e ancora quanto era bello, ma a quel punto - invece - imperfettamente, a quasi cinquant'anni: protagonista, in quel tempo, di una serie tv (The Persuaders) che avrebbe fatto la storia: in cui il contrasto con l'austera e classica eleganza, di lineamento, d'abito e di forma, di Sir Roger Moore, ne era al tempo stesso contenitore (inteso come pretesto) e contenuto.

Ci sono persone che piacciono per un disegno complesso, e progressivo. Come se nel loro destino ci fosse, ad un certo punto, un destino di piacere. E dove a dover piacere è sì il corpo, ma in esso, e con esso, mille altre cose: ruolo, posizione economica, attitudine al sofisma, a volte - magari - pure disperazione.

Poi ci sono persone che piacciono per un caso: un caso potente e inarrestabile. E senza dubbio molto semplice.
Per loro piacere non è un destino, è un dato di fatto; ed è un fattore indipendente da ogni altro fattore eventuale.
Per loro piacere è naturale, la loro stessa natura è piacere. Nessun destino, nessuna progressività.
Semplice, appunto, e pura bellezza.
Fu questo che capitò a Curtis, come capitò alla leggenda Monroe. O come capitò, in Europa, alla divina B.B.
Tutte bellezze che potremmo definire casuali, in quanto originariamente popolari. Ma bellezze vere, trascinanti nella loro naturalezza: anche più forti dei gusti e, del caso, pure delle proprie stesse imperfezioni.
Si chiamano anche icone, esseri simbolici e quindi - in qualche modo - favolosi; ma molto spesso la loro favola non ha lieto fine (per quanto mai il finire possa risultare lieto).

Le semplici bellezze finiscono infatti in un modo altrettanto semplice. Netto.
Che non saprei descrivere.
Che saprei solo suggerire - forse - più impietoso e amaro del solito.
Quasi ci fosse una nemesi, anch'essa (naturalmente) naturale, da scontare.

In questa foto che ritrae, in suggestiva prospettiva, l'ultimo - malato - Curtis davanti al giovane divo Curtis, quello che ho scritto trova - almeno per me - conferma istantanea, e improvvisa.
E questo benchè, ormai da anni, Curtis attendesse malinconicamente la propria fine.
In ciò, tuttavia, ricordandomi un'altra fine: di un altro divo, di un altro simbolo, di un'altra - per quanto diversa - idea di bellezza. Quella della libertà, della musica. E di una canzone sempre piena di vento, di polvere, di sole. E di una radicale giovinezza.




domenica 26 settembre 2010

Quando è possibile, è possibile.



E' di pochi giorni fa la notizia che la Procura di Milano ha aperto e poi archiviato un'inchiesta nata dalla denuncia di un uomo che incolpava oggetti non identificati, leggi UFO (di colore bianco) di provocare disastri climatici. Costui avrebbe spiegato come questi ''veicoli di colore bianco'' producessero ''scie chimiche'' in grado di modificare il clima, così provocando calamita' naturali, come tsunami e uragani. Gli inquirenti, dopo aver aperto l'inchiesta, l'hanno archiviata perchè il fatto non costituisce reato. Fa ridere? Forse. Io però non rido troppo, che giusto l'altroieri, in coda in tangenziale, a Torino, ho avuto - per quanto molto repentina, ed altrettanto repentinamente svanita - l'impressione di trovarmi innanzi ad un fenomeno analogo. Vero che l'oggetto era lontano, e che ci vedo proprio poco, ma prima che mi sovvenisse l'esistenza delle mongolfiere e dei palloni aerostatici, ho vissuto attimi di stranimento, fissando il cielo con uno sguardo attonito che sarebbe piaciuto a Steven Spielberg.
Il fatto è che oggi tutto è possibile; pertanto UFO e loro avvistatori non possono essere nè soprattutto sentirsi discriminati.
In fondo lo stesso proliferare delle tesi scientifiche più disparate sul medesimo evento o fenomeno, peraltro in crescente contraddizione tra loro, ci induce a ritenere che non ci siano più ipotesi, o verità, pregiudizialmente escludibili.
Così gli UFO ci stanno; come i mostri nei laghi (studi recenti dimostrano che effettivamente in quella foto satellitare si vede qualcosa che potrebbe essere..), gli alligatori nei water (studi recenti dimostrano che ci passano, basta che stiano a dieta e mangino molte fibre), la coca con l'aspirina (un ormai non più recente video di Elio ne provava in modo chiaro gli effetti devastanti), Paul Mc Cartney che non è Paul Mc Cartney (questione di zigomi e mento, passati al computer, e lui non è lui) eccetera eccetera.
Viviamo un'epoca eccezionale, la cui eccezionalità sta giustappunto nel livellamento verso "un mezzo" migliorato, scolarizzato, informato; e quindi, in definitiva, verso una competente superficialità.
Se tutto ciò ha un senso, ne deriva che tutto può averne, di senso.
Così il ridicolo può ambire ad essere serio; l'incredibile, credibile. Il falso, vero.
La credibilità delle istituzioni (vedi le case che non sapevi di aver acquistato, o quelle che dopo mesi non si riesce a sapere di chi siano) ci aiuta poi ad intraprendere con maggior consapevolezza questo viaggio verso l'inconsapevolezza.
Ma ora si fatto tardi, scusate. Vado a terminare il mio cerchio nel grano dietro la tangenziale.

domenica 19 settembre 2010

Una domenica al mare.


Una domenica al mare, senza uscire di casa.
Un cielo grigio, pieno di iodio e di vento.
Un salto indietro nel tempo, senza muoversi.
Tutto è unico, nei ricordi; se in quei ricordi c'è qualcosa, o qualcuno, di cui ti importava davvero.
E se non ti rircordi più bene, fregatene.
L'unica cosa che deve esserti precisa, è il tuo voler tornare indietro.
*
Nella foto: Neil Young (il 28.9.10 esce "Le noise", suo nuovo album di inediti)

mercoledì 15 settembre 2010

Il Capo, il padano e i due bolognesi.

Sono sempre stati uguali. Anche quando non si conoscevano. Anche quando – saranno ormai quarant’anni fa – nessuno li conosceva. Quando erano solo l’anima nascente, fattasi poi crescente, quindi travolgente, di un territorio vasto: vasto e articolato nell’istinto e nelle abitudini di un popolo intero, non meno che sulle mappe. Un territorio ben identificabile, là a nord; eppure, al tempo stesso, un territorio senza confini. Senza latitudini. Un nord che va anche a sud, quando è il caso. Quando serve. L’uno, di Milano, presto famoso tycoon modernista, re della comunicazione e dalla finanza; gli altri, figli ancora anonimi di una qualsiasi Brianza, come di un qualsiasi lembo del trevigiano: popolari, loro, quand’anche proletari. Così terrigni, così poco moderni; eppure anch’essi, in qualche modo, inediti, nel proprio conservatorismo.
Attraversano gli Ottanta in posti, ruoli e condizioni molto diverse; benché tutti già allora accomunati da una dichiarata passione per la sostanza, per la concretezza: “se serve si fa”, è il loro maschio motto. Ed è così ovunque: all’assemblea di Confindustria, bijoux e doppiopetto, come al bar di Carugate, stecca e gessetto.
L’alba dei Novanta li sorprende più vicini. Quando gli ancora anonimi secondi cominciano a fare politica “per la propria terra”, il più famoso, il primo, gliela sta già trasformando: ha appena terminato di costruire città numerate. Si risolve quindi ad affiancarli, per dare loro una mano. Anzi, una guida. Diciamo pure un faro.
Così si vedono anche da lontano. Del resto a loro basta uno sguardo, per capirsi: non servono troppe parole. La vita che hanno scelto è infatti priva di sofismi: ripudio di tutto ciò che sia, o sembri complicazione, tripudio dell’utilitarismo spinto. Spinte anche le parole: dove sesso e virilità assurgono a esplicazione e metro della robustezza d’indole: funziona subito, è un successo di pubblico, su scala nazionale.
È così che capiscono come il progetto che hanno in animo sia troppo grande, per limitarsi nello spazio e nel tempo. Occorre prenderselo tutto, questo paese; non più solo un pezzo, là in alto, per quanto grosso. Per quanto loro. È il ’94, la rivoluzione del “fare” si può finalmente fare. Ma servono alleati. Le contingenze di quel momento fanno sì che siano un ex missino e un ex dc a completare la squadra.
In mezzo a tanto nuovo, brillano dunque due pezzi di passato.
Se questo è il prezzo da pagare alla vittoria – spiega il capo – ben venga. I due intrusi paiono fedeli, del resto. E rispettosi di quel capo; al punto giusto distratti, quando è il caso. Quando serve.
I nodi, tuttavia, presto o tardi arrivano al pettine. Quei due, complementi posticci di rivoluzione, si rivelano alla fine lontani dal mondo che i nuovisti nordici conservatori predicano e brandiscono. Tanto per i linguaggi che per i contenuti. Non profetizzano nuovi miracoli italiani, loro; non parlano di sesso, neppure lo mimano durante i comizi. Normali e misurati, non penetrano nell’anima crassa dell’homo italicus, loro. Conoscono invece bene l’arte del compromesso: ne sono entrambi maestri, seppure con stili differenti. Bolognesi di nascita ma romani di adozione, essi incarnano infatti la capitale prudenza della prima repubblica; finanche i suoi riti bizantini.
Il patto quadripartito, sancito a cavallo del nuovo millennio, per quanto forzato, resiste, in qualche modo sull’onda di reciproche contaminazioni. I vecchi provano a mostrarsi, anch’essi, nuovi; i nuovi si sforzano di coltivare, anch’essi, una antica temperie. Le cose vanno così avanti, tra alti e bassi, fino al punto in cui la natura provvede definitivamente a dividerle. Prima il democristiano, poi il postfascista. Né l’uno né l’altro regge – infine – alla prova del nove.
Cioè l’eterna polarizzazione stato/individuo, repubblica/tirannia, ordinamento/eversione. Per quanto pure il potere lusinghi, abitui, anestetizzi, c’è infatti un’antica regola cui richiamarsi.
Per alcuni è una stella polare, per altri – meno prosaicamente – un confine, un recinto. Oltre il quale c’è un rischio.
I due bolognesi, meno conservatori degli altri, eppure meno nuovisti, sono avvertiti, anche nelle letture; nelle vecchie scuole di partito se ne facevano, del resto. Così scopriamo che il postfascista ha scaricato Hobbes ben prima di Mussolini. E che il democristiano non lo ha dimenticato del tutto, Dossetti.
Piace quasi pensare che sia un rigurgito di dignità e di memoria, a spingerli lontano dal delirio e dal controllo di un Padrone ormai ex padrone; sempre più vecchio, sempre più arrogante, sempre più un ricordo; e, come tale, sempre più incerto. E bisognoso di conferme.
Conferme che egli trova ormai solo in loro. I normali, normalizzati, normalizzatori fratelli padani gli restano, unici, fedeli. Quasi avvinti nell’identità. Svegli, questi: mica si sono fatti rincoglionire da Kant e da Dossetti, loro. Evoluti, questi: che ora li puoi trovare ovunque: mica solo là.
Sono padani senza confini.
Padani anche senza Padania. Sono sempre stati uguali, loro. E ora che si conoscono, ora che anche il paese, tutto il paese, li conosce, e parla la loro lingua semplice, schietta, turpe, vuota; ora anche il paese si riconosce.
(articolo pubblicato su "Europa" del 14.9.2010)