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domenica 12 gennaio 2014
E avrei potuto dirti.
E non lasciarli fare
non diventare
un uomo da bruciare.
Anche solo grazie, per questo.
giovedì 9 gennaio 2014
Senza di noi.
A volte ci sentiamo vuoti, quando siamo lontani da alcuni posti amati.
A volte invece potremmo pensare che siano quegli stessi posti ad essere deserti, senza di noi.
In ogni caso può sembrare opportuno ripopolare le assenze. O almeno alcune di esse.
Per poi magari crearne di nuove.
La vita come un'altalena, che non è detto debba per forza essere triste, di desertificazioni e ripopolazioni.
Andate e ritorni. O solo andate. O solo inevitabili, infiniti ritorni.
Biglietti pagati oppure viaggi clandestini.
Mete imperdibili. E mete che a conti fatti non ne valgono la pena.
Luoghi noti, da qualche parte. E luoghi, e in essi cose, che non conosciamo. Da qualche altra parte.
Parti di un mondo.
Senza di noi, però, in qualche modo, non c'è niente.
martedì 31 dicembre 2013
Settantanove più trentacinque uguale.
La cosa che ti cambia, addosso, è la pelle, ti cambiano i capelli.
La trasformazione del corpo segna il passare del tempo, e il passare del tempo è la misura di qualcosa che inevitabilmente progredisce.
O almeno così dicono, forse perchè sembri più giusto ed accettabile quel che tanto non si può cambiare.
E vivere è, del resto, esattamente questo, l'accettazione di qualcosa. Che solo accettando quel che la vita ci riserva, siamo poi realmente liberi di scegliere all'interno di mille possibilità non interdette dal destino.
A volte scoprendo nuove parti di noi, che curiosamente ci sembrano - nell'essere nuove - pure giovani.
Giovani e magari anche qualcosa di più, proprio come quei capelli e quella pelle, di cui è rimasta oggi solo una traccia fotografica.
Cose che hanno lasciato spazio ad altre cose, nuove; e ad altre cose buone; e ad nuovo, più consapevole, meravigliarsi.
E se è vero che non si torna indietro, magari si va altrove.
Che troppa verità a un certo punto stanca, e si ha di nuovo voglia di ipotesi.
E se è vero che non si torna indietro, magari si va altrove.
Che troppa verità a un certo punto stanca, e si ha di nuovo voglia di ipotesi.
giovedì 26 dicembre 2013
Un bicchier d'acqua.
Vera verità.
lunedì 25 novembre 2013
Hanno dovuto bendarmi. E finalmente vedo meglio.
Sì che penso pure meglio (di Scelta Civica);
e scrivo meglio (a quattro mani con il mio amico Massicau, su cose abbastanza serie).
Ps. E per chi fosse interessato la prossima settimana sono qua. E due giorni prima anche qua.
giovedì 21 novembre 2013
Inciampare.
"Noodles, sono inciampato", diceva Dominique poco prima di chiudere gli occhi, in C'era una volta in America. Ma Dominique non era inciampato, poverino.
A volte è, inciampare, una falsa rappresentazione di sè, come il sentirsi caduto nonostante l'essere in piedi; oppure ancora il sentirsi caduto per caso, malgrado vi sia una ragione, peraltro piuttosto precisa, del cadere.
A volte invece inciampare è semplicemente incontrare sulla propria strada cose che, distrattamente, non si erano viste prima.
O, infine, addirittura, sbattere contro cose che sembrano, ma non ci sono più.
Ognuno inciampa nel suo, a modo suo.
(e oggi io sono banalmente inciampato su questa; bella o brutta che la si stimi - a me piace - mai sentita in tre mesi)
venerdì 15 novembre 2013
Quando ho conosciuto il Conte.
Eri il Conte, quando ti ho conosciuto.
Ragazzo un po' nato vecchio, allegro e con un bel sorriso, quando ti ho conosciuto avevi modi sornioni, tanto austeri quanto irriverenti, che ti giustificavano il soprannome, e ti piaceva raccontare aneddoti.
Ricordo perfettamente la storiella di te sul trattore, di tuo nonno che ti guidava in retro e del gatto schiacciato.
Te la chiedevo sempre, quando ti trovavo da Cecco, più o meno tutte le settimane.
La raccontavi bene, facevi morir dal ridere.
L'abbiamo anche evocata per anni, con altri amici comuni, quando poi ho smesso di vederti.
Ti ho incontrato di nuovo poche settimane fa, dopo parecchio tempo.
Nessuna storiella, solo un sorriso e un saluto veloce.
Ma mi aveva fatto piacere. Mi eri simpatico.
Quando ti ho conosciuto mai avrei potuto immaginare che sarebbe andata così.
Ciao Michele, resti ragazzo, Conte e un bel ricordo.
Ragazzo un po' nato vecchio, allegro e con un bel sorriso, quando ti ho conosciuto avevi modi sornioni, tanto austeri quanto irriverenti, che ti giustificavano il soprannome, e ti piaceva raccontare aneddoti.
Ricordo perfettamente la storiella di te sul trattore, di tuo nonno che ti guidava in retro e del gatto schiacciato.
Te la chiedevo sempre, quando ti trovavo da Cecco, più o meno tutte le settimane.
La raccontavi bene, facevi morir dal ridere.
L'abbiamo anche evocata per anni, con altri amici comuni, quando poi ho smesso di vederti.
Ti ho incontrato di nuovo poche settimane fa, dopo parecchio tempo.
Nessuna storiella, solo un sorriso e un saluto veloce.
Ma mi aveva fatto piacere. Mi eri simpatico.
Quando ti ho conosciuto mai avrei potuto immaginare che sarebbe andata così.
Ciao Michele, resti ragazzo, Conte e un bel ricordo.
giovedì 7 novembre 2013
Essere è non essere.
Lo stare fuori è una condizione a cui istintivamente non si crede.
Nella dimensione sociale, in quella politica, in quella privata, la presenza è ciò che si impone, con urgenza a volte scomposta. Come se non si potesse fare a meno, tanto di quella presenza che di quella urgenza.
Eppure a volte, ad un tratto, essere è non essere.
Nella dimensione sociale, in quella politica, in quella privata, la presenza è ciò che si impone, con urgenza a volte scomposta. Come se non si potesse fare a meno, tanto di quella presenza che di quella urgenza.
Eppure a volte, ad un tratto, essere è non essere.
sabato 26 ottobre 2013
Una mattina a Milano.
Non
mi era mai capitato di veder morire qualcuno davanti ai miei occhi.
Stamattina, nel corso di una riunione di Scelta Civica, in piazza Duca
d'Aosta a Milano, un iscritto si e' alzato per parlare, e quando stava
per concludere il proprio intervento e' crollato al suolo. Abbiamo
contato circa 25 minuti prima che arrivasse un'ambulanza. E questo
malgrado fossimo in pieno centro. Una cosa che ci e'
parsa incredibile e inaccettabile. Ma e' il morire stesso che e'
difficile da accettare, specie in un modo simile. Tanto da far sembrare
ancor piu' prive di senso la politica e le sue brutture. Che sembrano
davvero inutili - di fronte alla forza crudele delle cose -
l'appassionarsi, l'incazzarsi, il restare delusi. Poi pero' pensi che il
paese allo sbando che vuoi cambiare e' anche in quegli assurdi e
tremendi 25 minuti di attesa. E allora ritrova un senso l'appassionarsi,
l'incazzarsi, e pure il restare delusi. Finche' il destino ti concede di
farlo.
giovedì 17 ottobre 2013
A Giorgio Spalla.
Oggi è mancato Giorgio Spalla, comandante della Polizia Municipale di Vercelli.
Sono stato indeciso se scrivere alcune righe di ricordo perchè di Spalla io sono diventato - nel tempo - amico. E, posso dirlo senza retorica, gli volevo bene.
E pertanto soffro da amico, non riuscendo ad articolare un commiato formale per l'uomo delle istituzioni.
Ma il pensiero di alcune critiche a lui talora ingiustamente rivolte (senza voler entrare nel merito delle stesse, perchè ora non ve ne sarebbe più ragione), mi spinge a una minima quanto sentita riflessione. Resa da uomo dell'amministrazione quale sono stato anche io, e quale - per sensibilità istituzionale - continuo moralmente a sentirmi.
Spalla era davvero il miglior dirigente che abbia visto all'opera in sedici anni di consiglio comunale; e spesso ha fatto e dato molto di più di quanto avrebbe dovuto.
Era un lavoratore competente e un uomo generoso.
Detto questo, che è poco ma doveroso verso la memoria del professionista che è stato, quello che mi mancherà di Giorgio Spalla è altro.
A me mancherà Giorgio Spalla.
domenica 13 ottobre 2013
lunedì 30 settembre 2013
Se Settembre non finisse mai.
A Settembre in genere si torna, e si riparte.
Con meno tensioni, nuove idee, più energia.
Con meno tensioni, nuove idee, più energia.
Così tutto sembra possibile, tutto sembra accessibile, e in qualche modo sensibile.
Se Settembre non finisse mai il mondo sarebbe un posto più bello, più meditato e anche più rilassato.
Il caldo opprime il respiro, il freddo la libertà del corpo.
Portarsi dentro Settembre è un modo di reagire alla miopia del clima, e di guardare meglio nelle stagioni. Anche in quelle della vita.
martedì 24 settembre 2013
E rialzare la testa e bestemmiare, quando torna il sole.
Quando torna il sole.
martedì 17 settembre 2013
Saltare nelle pozzanghere.
Alla metà di settembre i ragazzi tornano in classe, gli avvocati nei tribunali, i calciatori in campo, la pioggia sulle finestre, il riso nei silos, la musica al chiuso, il freddo addosso, il buio per strada, i sogni di nuove stagioni nelle stagioni presenti. Si ricomincia un po' a morire, ma si ricomincia anche a vivere.
Per saltare finalmente nelle pozzanghere, che c'è sempre meno tempo per non farlo.venerdì 23 agosto 2013
Tornare a correre.
Da ragazzo ero un discreto velocista, sapevatelo.
Più 100 che 200 metri, però; e dico solo discreto (benchè fossi forte, in effetti) perchè in mancanza di riscontri è consigliabile non forzare con le iperboli. E i riscontri difettano perchè - in onestà - farmi fare gare era una disperazione per chi doveva "gestirmi" come atleta.
Ma da ragazzo era discretamente disperante gestirmi, un po' in tutti i modi. Così niente gare, che la domenica volevo cazzeggiare, niente obblighi eccessivi in allenamento, che mi piaceva fare da me.
Magari più in palestra che in pista; e comunque, in pista, risparmiare tempo: tre sessioni tirate un po' di più piuttosto che quattro tirate un po' di meno. Prendere o lasciare.
Capisco che non fosse facile allenarmi, e di persone che ci hanno provato ne conto tre.
Due mi hanno fatto fare tutto quello che volevo; l'altra no. E proprio quest'ultima, ad un certo punto, ha smesso di seguirmi.
Non dubitavo neppure allora che fosse non solo il preparatore più bravo, ma anche quello - tra gli altri - che volesse realmente insegnarmi qualcosa.
E anche non tollerare quel che non va tollerato è senza dubbio un modo di insegnare, e prima ancora di avere a cuore.
Ma torniamo alla mia vicenda di velocista. Intorno ai 17 anni avevo un rilevamento manuale sui 100 metri che stava sugli 11"20. Avrei dovuto insistere e allenarmi davvero per provare a cavare fuori il meglio di me; invece nel 1993, con maggiore età e patente, smisi.
Ho continuato a fare sport - ne ho fatto tantissimo - e ho continuato a correre, ma da altre parti e in altre discipline. E alla fine ho corso tanto, talmente tanto che mi è rimasta la voglia di farlo di nuovo nel contesto più naturale: la pista.
Ed è stato proprio a Deauville, su quella spiaggia enorme e vuota di cui parlo nel post precedente (leggi), che mi sono definitivamente convinto di un'idea che pure mi girava in testa da tempo.
Così ho scritto al mio vecchio allenatore, quello che aveva smesso di tollerarmi, prima che di allenarmi, e gli ho detto che avevo voglia di riprendere. Come fossero passati venti giorni e non vent'anni.
Ci siamo sentiti e lui mi ha detto di si, che dopo tanto tempo anche lui aveva ripreso ad allenare. E che gli andava l'idea.
E' stata una grande gioia, e mi fa piacere che lui - magari se leggerà queste righe - lo sappia.
Naturalmente un ritorno di questo tipo implica un lavoro di ripotenziamento faticoso, di riattivazione di parti di muscolatura disattivate a lungo, di un certo sacrificio.
Tutte cose che accetto di fare volentieri, a margine di ciò che già faccio nella vita.
Chiaro come intorno ai quarant'anni si abbiano priorità diverse e come non ci siano velleità agonistiche; peraltro in ogni caso sarebbe stupido pensare di tornare indietro, e di avere di nuovo il tempo perduto: la qualità, e soprattutto la quantità di quel tempo.
Ma provare sul proprio corpo e al proprio corpo la sensazione di poter e saper ancora distendersi su un rettilineo e, sì, stare veloce il più possibile, quello ce lo si può e ce lo si deve senza dubbio concedere.
E così sulla spiaggia ho ricominciato a fare quel che c'è da fare: piccoli esercizi non dimenticati (e neppure molto amati, a dire il vero), a volte quasi rituali.
E poi correre.
Che anche se non avevo mai smesso, l'idea di rimettere al centro la corsa, il bisogno di valorizzarla, è un po' come mettere se stessi al centro di quel che davvero serve.
martedì 16 luglio 2013
Il nonno Piero.
Che sia stato un uomo significativo per la storia della mia città, un uomo curioso, un uomo di stile e - perchè no? - di potere (l'esercizio del quale non deve per forza capitare nelle mani sbagliate), lo dicono le cronache di questi giorni.
Io l'ho conosciuto in una fase relativamente tarda, quando più forte si era fatta la sua dimensione familiare rispetto alle ribalte professionali.
L'ho conosciuto più semplicemente come il nonno Piero, cioè il nonno di Vale.
Di giorni, mesi, anni vissuti insieme - con lei - restano tante vicende, impressioni e quindi tanti ricordi.
Tra cui proprio l'orgoglio della nipote per il nonno, la cura nel rimettere mano ai suoi molti appunti e alle tante fotografie - di tanti viaggi - e la consapevolezza del fatto che il tempo si mangia un po' tutto (una consapevolezza che ci accomunava e ci accomuna), e che non c'è distinzione tra le cose e le persone. E che le persone si possono leggere in modi diversi, come libri aperti in tempi ed in punti differenti della narrazione.
Ed io, di una persona sicuramente più conosciuta per certi capitoli della propria storia, ho appunto apprezzato meglio altre pagine. Non minori, semplicemente private.
Sicchè il saluto al nonno Piero, come talora pure mi capitò di chiamarlo (imitando proprio Vale, davanti a lui), è un saluto a più aspetti che egli ha rappresentato ed incarnato; ma il personale - in questo caso - viene prima del resto, e ritengo sia stato un privilegio.
Discreto come quest'uomo e la sua famiglia.
domenica 16 giugno 2013
E ridere di noi, come da un aeroplano.
Avevi l'intuizione di una strana fede,
per cui una cosa è vera solo quando non ci si crede.
Perchè per credere davvero, bisogna spesso andarsene lontano,
Perchè per credere davvero, bisogna spesso andarsene lontano,
e ridere di noi, come da un aeroplano.
giovedì 6 giugno 2013
Best days.
Ieri l'altro ho avuto un incarico che mi onora e mi entusiasma.
Ne potete leggere qui.
Sono contento di aver incontrato, in queste ultime (complesse) settimane, in diverse occasioni e per diverse ragioni, molte parti di me; più consapevolezze e un più sano realismo, malgrado le difficoltà; e soprattutto persone che hanno saputo darmi nuovi stimoli e fiducia.
A partire da chi, appunto, e lo ringrazio, ha ritenuto di scegliermi per fare qualcosa che mi piace più di ogni altra: confrontarmi, discutere, e soprattutto costruire luoghi in cui confrontarsi e discutere.
Non mi sembrano, in verità, i migliori giorni della mia vita; ma un giorno o l'altro - chissà - potrei anche accorgermi che lo sono stati, almeno sotto alcuni aspetti "evolutivi", non trascurabili.
Il che oggi parrebbe sorprendente; ma ogni buon destino non ha paura di sorprendere.Nel male e nel bene.
E ci sorrido su, perchè ho capito che fa bene.
E che non è mai troppo tardi per cominciare.
:-)
If you said
that these are the best days
of their lives
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giovedì 30 maggio 2013
Come ti chiami, quanti anni hai, mi riconosci?
Vent'anni fa Moretti parlava di Isole, come realtà ideale in cui cercare una velleitaria estraniazione da sè.
Oggi le cronache riportano echi di fughe improbabili, che diventano impossibili nell'incapacità di capire da cosa, perchè e come si fugga.
L'individuo si polverizza in mille ipotetiche forme e stagioni dell'alienarsi, dichiaratamente sempre alla ricerca di un bene che - a conti fatti - difficilmente sa procurarsi.
Perchè quasi sempre manca l'identificazione di sè.
Nella vita privata e in quella pubblica, negli affetti come nella politica, si esordisce con un Io che è spesso solo supersizione.
Come mi chiamo, quanti anni ho? Mi riconosco?
Moretti parlava di bambini, però è un fatto che prima o poi i bambini crescano.
Non necessariamente con più risposte da dare.
domenica 26 maggio 2013
Andare a letto presto.
Abbiamo tutti grandi passioni letterarie, folgorazioni cinematografiche. Abbiamo i nostri personaggi preferiti, le nostre atmosfere, i nostri sogni su carta e su pellicola, che prendono la forma di un volto, di uno sguardo, persino di un silenzio.
Io ho sempre tanto amato Noodles, il protagonista di C'era una Volta in America: l'uomo che ritorna, quello che ha perso, quello che è stato ingannato.
Quello che all'amico che gli chiede dove sia stato in tanti anni di oblio risponde lapidario: "Sono andato a letto presto".
Ecco però che a un certo punto amare Noodles non basta; non basta viverne lo spirito romantico, non basta guardarlo e struggersi per la sua perfetta solitudine. Che la solitudine non è un merito, semmai piuttosto una conseguenza. Che a volte, solo a volte, diventa un traguardo.
Una buona solitudine, intera, feconda.
Una buona solitudine, intera, feconda.
Ecco perchè a un certo punto amare Noodles non basta.
Bisogna andare a letto presto.
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