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martedì 30 agosto 2011

Sapevatelo.

No, non cominciate a fare i soliti. Non vi arrabbiate per sti "sudati, costosi" contributi smarriti. E' il classico atteggiamento catastrofista. Innanzitutto l'errore ci può stare. E' una manovra, o no? In una manovra capita. Voi non ce l'avete la patente? Mai perso un pezzo di parafango in una manovra? Ecco, è come un pezzo di parafango. Che si fa tutto sto casino per il parafango? No.
Tanto alla fine si sistema tutto, dai...su... E poi lo sapete che lui è fatto così. Da mò. Probabilmente vi voleva fare uno scherzo; anzi, è sicuro che è uno scherzo, dai... Poi ve li ridanno sti contributi. Magari alla fine vi ridanno anche le province. Magari anche Scajola. Magari pure Bondi.
Se vi comportate bene io dico che vanno giù in cantina a tirarvi fuori pure Gianni Pilo e Giulianone Urbani. Ok? No, Moreno e Rockfeller no, non esageriamo. E' già un bel casino così, oh... Con tutti quegli scatoloni... Poi c'è ancora tutto il triclinio mobile di Gheddafi da piegare e mettere via, non se ne parla.
Ma se fate i bravi promesso che vi regalano anche l'opera omnia di Maurizio Seymandi.
Nostalgia, eh? Comprensibile. Su, prendetevi qualche minuto, riascoltatelo. Bello, lì, davanti alla cornice e all'enciclopedia; pronto, vigile; come uno che da un momento all'altro lo chiamano per la cena (un piatto veloce e un amaro calice; poi un caffè e di nuovo al lavoro).
E non pensate per forza di aver buttato 17 anni nel cesso. Che in fondo anche ai disperati si dice che poteva andare peggio.
Era il '94.
Eravate giovani.
Eravate inesperti.
Eravate ingenui.
Ma se davvero ci avevate creduto, sapevatelo*.


* grazie a Andrea Tarquini per lo spunto.

domenica 28 agosto 2011

Gli sprinter ritornano. Kim Collins.

E' nato in un'isola che in pochi saprebbero trovare sulla carta geografica, e che fa 38mila abitanti. Ha un fisico piccolo, asciutto. Ben lontano dagli standard comuni del centometrista.

Nel 2002 non se lo filava nessuno, e vinse i Giochi del Commonwealth. Fu la sua prima grande affermazione, e si mise a piangere.
Nel 2003 non se lo filava nessuno, e vinse i Mondiali di Parigi. Fu la sua più grande affermazione, e - non credendo, neppure lui, ai suoi occhi - si mise a ridere.
Per festeggiarlo il suo sponsor tecnico, la Adidas, gli confezionò addosso uno spot in cui lo faceva correre con Jesse Owens, e in cui loro - alla fine - si abbracciano. Slogan perfetto: "Impossible is nothing". Infatti non si sapeva se fosse più incredibile che Collins abbracciasse Owens, o che Collins fosse Campione del Mondo.
Vinse ancora un bronzo, dopo, nel 2005. E, dopo ancora, non vinse più.
Un lungo declino, che in fondo non stupì nessuno.
Nel 2010, a 34 anni, annuncia il ritiro.
Ma nell'estate del 2011, Collins ritorna; e il 28 di agosto, nella finale dei 100 m. del Mondiali di Daegu è terzo. Dietro Blake, 22 anni. E Dix, 25.
Fino ai 60 m. Collins avrebbe addirittura potuto vincere, ma questo non cambia nulla. Nè alimenta rimpianti.
Collins, poco conosciuto dalle folle in quanto soggetto poco mediatico, è - per chi ama l'atletica - uno dei più grandi velocisti degli ultimi trent'anni. Al pari di altri "meno noti", come Frank Fredericks.
Perchè i grandi sprinter hanno questo, in comune: che vengono, passano, a volte pure scompaiono; ma poi tornano.

Magari non è il primo gradino del podio. Ma non è mai una volta sola.


mercoledì 24 agosto 2011

Fenomenologia di Vasco Rossi.


C’è qualcosa di sorprendente nel fatto che ormai quotidianamente Vasco Rossi esterni su Facebook tutto quello che gli passa in mente. Ma non per chi scrive, intendiamoci; perché fa esattamente quello che fanno milioni di altri utenti, nello stesso esatto momento in cui lo fa lui. O chi per lui. C’è tuttavia un nutrito gruppo di giornali e di altri siti di informazione che vedono in queste esternazioni – e nella loro frequenza – un fatto strabilante; al punto che sono pronti a fare da eco ad ogni aggiornamento di stato del cantante: che è ora il cantante malato (di una malattia che – ammesso esista – non si conosce), ora il cantante invidioso (che litiga con i colleghi), ora il cantante anti-politico (ultimamente soprattutto contro il governo) e pure un poco anti-clericale.

E così, da un mesetto buono, tutto quello che dice Vasco Rossi sulla sua bacheca del social network per eccellenza diventa un caso; e ove caso mai dovesse (come talora capita di vedere su altre bacheche, del resto) annunciarci una pisciatina, anche la pisciata di Vasco sarebbe un caso. O quantomeno ne verrebbe fuori una clip, o un “clippino”, come lo chiama lui. Se questo non è – oggi, nella società della polverizzazione e della totalizzazione mediatica – un assurdo, non saprei allora come meglio definirlo. Specie considerando che alla base della “notizia”, almeno per come viene offerta, c’è davvero poco o nulla.

Certo, ci si può inventare la storia secondo cui Vasco Rossi inviti il pubblico – surrettiziamente – al consumo di prodotti chimici, dalle droghe agli antidepressivi. Ma è un’invenzione, un falso: che quindi non può reggere. Se non per un pomeriggio scarso: cioè prima delle doverose “precisazioni”. Ma quel pomeriggio scarso scandisce giusto il tempo per le “reazioni”. E sono proprio le reazioni il pezzo forte, in questi casi. Altro che le precisazioni. Gente che non ha ascoltato le frasi a cui reagisce (il più delle volte è un politico, e non le ha ascoltate perché nemmeno saprebbe accendere un computer), e naturalmente neppure le precisazioni, raggiunta per telefono o di corsa per strada da solerti cronisti, risponde per le rime al cantante maledetto.

E così gli dice che disprezza la vita. E così gli dice che la salute è una cosa seria. E così conclude: pensi alle canzoni. Il nichilista Vasco torna dunque d’un botto “solo un cantante”, e diventa pretesto: un pretesto per moralizzare, dopo avergli organizzato, e assemblato intorno, discussioni sul nulla. Il minimo che potrebbe fare, lui, è non cadere di nuovo nella trappola. Ma se ci pensasse non sarebbe Vasco, che diamine. E poi per lui questa non è mica una trappola, anzi. Così risponde, reagisce alle reazioni. E come? No, nessun comunicato stampa ufficiale; il video, il “clippino” gli fa di nuovo, lui; di nuovo su Facebook, di nuovo un gioco, una cosa così, appunto come un qualsiasi altro utente. Ma lui è un divo, che diamine; e quindi tutti tornano a stupirsi.

Eppure il divo Vasco è diventato – se poi lo è diventato – divo, sempre tenendosi distante da ogni linea di separazione; sempre offrendosi, invece, ai fan, come uno di loro. Proprio in questo “darsi” egli è stato un paradigma del pop anni ottanta/novanta; sospeso tra un genio evidente, amaro e personale, e un trash impertinente, guascone e popolare. E ora che ogni confine è stato abbattuto (almeno in teoria, almeno per chi lo voglia abbattere) dal web, per niente solleticato – oggi meno che mai – dall’idea di isolarsi, Vasco torna; e si presenta come farebbe lo zio in pensione che ha appena scoperto internet.

E un po’ ti sorprende, come ti sorprenderebbe quello zio: solo che invece di rincoglionirsi, e rincoglionirti con Farmville, lui ti piazza lì il “clippino”: cioè se stesso, strampalato eppure unico, su internet. Ed è chiaro che ti vuole dire qualcosa; ma te la deve dire comunque ed inevitabilmente a modo suo. E questo è il punto: il modo suo è qualcosa che, per quanto cambino le epoche, resta sempre una sintesi – assai rara – di carisma e ingenuità. Piaccia o meno, quest’uomo – stupido solo per gli stupidi – colpisce e affonda ogni convenzione comunicativa con la forza del suo essere e carismaticamente e ingenuamente normale.

Nessun cantante, nessun personaggio pubblico è mai arrivato ad interagire con il proprio pubblico utilizzando Facebook (utilizzandolo davvero, si intende). Sarebbe stata una cosa banale, in fondo, a pensarci; ma, chissà perché, non ci ha pensato nessuno. Così è arrivato lui, che senza perdere tempo ha cominciato a esternare e a postare come il figlio adolescente dei nostri vicini. E tutti a chiedersi: lo fa perché è solo? Lo fa perché è malato? Lo fa per trovare stimoli? Chissà. Questo, tuttavia, non ci riguarda. Piuttosto andrebbe rilevato come quest’uomo, bizzarro eppure normale, ancora una volta rompa con naturalezza gli schemi e faccia capire, meglio di tanti – con quella stessa normalità, ingenua e magnetica – che il mondo è davvero cambiato. Che lui sarà sì sempre il solito matto, che sta sopra le righe e si mangia le parole, ma gli altri (politici “reazionisti”, cacciatori di scoop falsi, falsari, buonisti da comunicato stampa) vivono in un passato che è già morto da un pezzo. Sono stelle comete, che precipitano a mezzo fax.

Articolo pubblicato il 23.8.2011 su TheFrontPage

martedì 16 agosto 2011

Pagina su pagina. Onda su onda.

Onda su onda, mi sono ambientato ormai
il naufragio mi ha dato la felicità che tu
tu non mi dai




e un consiglio, per (quel che resta de) l'estate:


lunedì 15 agosto 2011

All'improvviso, un comunista.



Di fronte a una situazione difficile e controversa come quella che stiamo vivendo, davvero ritenevo - e ritengo - che l'unica soluzione dignitosa che potesse adottare un governo consapevole (davvero o per finta, chissenefrega) dello stato delle cose, e della difficoltà che la gente vive ormai quotidiamente, fosse una tassa patrimoniale. Mi sembrava una scelta obbligata; all'apparenza ideologica, forse, ma in questo momento - che non è tempo di apparenze - soprattutto giusta; e sono tuttora convinto che lo fosse davvero, giusta.
Invece il governo, il peggiore governo della storia repubblicana, ha scelto diversamente. Ovvero non ha scelto. Perchè, nè di destra nè di sinistra, questo è semplicemente un governo che non sa cosa fare, patetico, privo di leadership, di idee. Privo di tutto. E lo dimostra ormai in continuazione. Quasi orgoglioso del "sempre peggio" che riesce a confezionare.

Ma - e questo è il punto - neppure l'opposizione ha battuto il tasto su quella opportuna soluzione di cui sopra: cioè sulla patrimoniale.
In diverse occasioni, anzi (fin dai mesi scorsi), il segretario del Pd è parso più che altro concentrato ad evitare che gli si potesse attribuire anche solo il sospetto di un'idea impopolare, anacronistica come questa; un'idea - ahi! - di sinistra.
"Noi siamo contro la patrimoniale", ha ripetuto in queste settimane - come un mantra - Bersani.
Mantra secondo solo all'ormai imbattibile "Berlusconi si deve dimettere".
Ma "noi" chi?
Io non sono affatto contro la patrimoniale; anche se è roba - dicono - da comunisti.
Mi fa un po' sorridere dirlo, se penso che spesso vengo frettolosamente additato come un destrorso prestato all'altra parte. Ma la patrimoniale non è un errore di per sè; per niente. Non è un ideologismo di per sè; per niente. Almeno oggi. Oggi, infatti, la patrimoniale sarebbe stata accettabile, auspicabile, equa. E, ripeto, allo stato moralmente opportuna.
Non ha tardato a comprenderlo Montezemolo, che lo ha detto pari pari, ieri.

No, non lo capisco questo partito democratico.
Che ha mille esitazioni ad aprirsi al liberalismo vero, ma che quando c'è da andare a sinistra, perchè è giusto andare a sinistra, ha la stessa, paralizzante paura.
E così lascia che ci vada il presidente della Ferrari, a sinistra.

No, non lo capisco.
Che volte mi fa sentire troppo conservatore, a volte troppo progressista; all'improvviso addirittura un comunista: un comunista da patrimoniale.
Mai in linea, comunque.

Ma quale linea, comunque?

sabato 13 agosto 2011

Ezio Borg, immaginifico politico scandinavo.



Dicono sia sempre stato geloso del fratello. L’altro più giovane, e bellissimo; alto ed elegante fin dalla culla; lui invece bruttino, già dall’infanzia pingue e sgraziato; e poi andato sempre più peggiorando. Ma sono soprattutto tanti anni, e un talento sportivo (quello che l’altro ha, lui no), a dividerli.

Infatti, mentre il fratello si dimostra da subito un fenomeno del tennis, lui mangia molto, scansa l’attività fisica, e s’invaghisce, invece, del gioco del biliardo. Gli piace, del biliardo, il clima maschio e gagliardo: la coltre di fumo, i cartelloni degli alcolici alle pareti, le luci al neon, le pupe mute e sedute.

Quando gli illustrano le regole, però, le spiegazioni sono sommarie oppure forse è Ezio a non capirle bene; fatto sta che gli dicono “la stecca va usata per colpire le palle”, e lui – precipitoso – fraintende. Gli istruttori intendevano le biglie sul tavolo, lui invece pensa subito ai dicotiledoni di quei due marocchini poco distanti. Troppo poco distanti.

E’ intollerante, il nostro Ezio. Mentre il fratello comincia a vincere tornei in serie, e diventa popolare, egli è condannato ad una quotidianità un po’ grigia e provinciale. Che però riempie di idee: politica movimentista, difesa del territorio e della sua gente. Sempre considerata per provenienza, mai per destinazione. Ce n’è di che argomentare, a riguardo. Così almeno pensa lui. Qui al Nord (siamo in Scandinavia, badate bene), ci sono poche ore di luce; anche volendo – spiega – le popolazioni autoctone non potrebbero abbronzarsi quanto quei neri così irrispettosamente neri.

Non è giusto, spiega. Lui spiega: a volte con le parole, a volte con le mani. Ma ci pensa sempre; lui è uno che ci pensa, agli altri; è un semplice, ma un semplice idealista; proprio non li tollera questi vantaggi del caso, della sorte, della natura, della razza.

Bisogna rimettere le cose a posto, spiega.

In politica, tuttavia, fa poca carriera. Ha la sfortuna di vivere in un posto dove tutti si vogliono più o meno bene, dove tutti si mescolano senza troppi problemi – i bianchi e i neri, a volte pure i gialli – e dove tutti addirittura pagano le tasse. Non può neppure giocare la carta federalista, che altrove va per la maggiore; lì, stranamente, si parla senza imbarazzo di “Stato”, così come di “cittadini”,“diritti” e di altra roba simile.

Bah. Non se lo spiega.

Il fratello, nel frattempo, si è dimenticato di lui.

La volta che Ezio lo vide giocare con un noto ed eccentrico giocatore di colore, gli fece una scenata: “Perché diavolo non gli tiri la palla addosso?”, urlò dalle tribune. Così fu anche l’ultima volta che lo vide giocare. Dopo neppure si parlarono più.

Accadde infine che Ezio Borg – chissà poi perché quella pessima abitudine a mettere sempre il cognome davanti al nome: “Borg Ezio”, anche quando firmava – un bel giorno decise di andarsene dal freddo paese natio; alla ricerca di un posto e di un popolo più caldi, che lo sapessero apprezzare davvero.

Dove sia andato non è dato sapersi, e neppure sospettarsi.

Ezio Borg resta un mistero, sospeso nel tempo; forse uno dei più grandi misteri di questi anni. Sarebbe stato interessante conoscere da lui, scandinavo purosangue, un’opinione sui recenti fatti di Oslo. Ma chissà dove sarà, adesso, Ezio Borg o Borg Ezio che sia.

Nota dell’autore. I personaggi di questa storia sono frutto di pura fantasia; un po’ come le manovre economiche di oggigiorno. Ogni riferimento a fatti e persone è pertanto puramente casuale.

Articolo pubblicato il 12.8.2011 su The Front Page.

lunedì 8 agosto 2011

Sarkozy, Lagardère e il privato.


“Arnaud è stato davvero un idiota ad essersi prestato a questa messa in scena. Quel video è un suicidio pubblico”: è stata a dir poco stupefacente la reazione di Nicolas Sarkozy alla vista del filmato che ritrae il suo amico e sodale Arnaud Lagardère con la fidanzata, in un backstage
fotografico, in atteggiamenti di pura tenerezza (anche se qualche pudicissimo quotidiano nostrano li ha inspiegabilmente targati “hot”).

In effetti il video ha fatto molto discutere in tutta la Francia; dove – tuttavia – a far discutere è la stessa credibilità manageriale di Lagardère, video a parte. A capo di un colosso finanziario attivo nell’editoria e nell’aeronautica, Arnaud Lagardère non sarebbe infatti riuscito, come peraltro spesso accade, a mantenere le aspettative che in lui si erano riposte dopo l’uscita di scena del padre (Jean-Luc), fondatore e mente creativa del gruppo. Ma se di figli che non eguagliano i genitori è pieno il mondo, quel che è mal digerito dai francesi è in realtà il fatto che Lagardère non sembri, in effetti, fare molto per tacitare gli scettici, e nemmeno pare dannarsi per trovare giustificazioni convincenti alle proprie mancanze (“J’ai le choix de passer pour quelqu’un de malhonnête ou d’incompétent, qui ne sait pas ce qui se passe dans ses usines. J’assume cette deuxième version“, ebbe a dire qualche tempo fa).

Detto questo, Lagardère è stato virtualmente lapidato per quella che gli si imputa essere stata una figura “patetica”; che, nel guardare adorante (e sbaciucchiare) la compagna – modella e di 28 anni più giovane – secondo la stampa “Il se ridiculise”, “Il se comporte comme un bouffon“, fino alla lettura vagamente freudiana di Libération: “Ce qui est triste, c’est qu’il a l’air d’un bébé sur cette vidéo”. Sì, è vero, Lagardère in qualche momento del servizio sembra inebetito dal sentimento e dal desiderio, e quando sussurra “Non ci sono limiti al nostro amore” può certamente far ridere. Ma come potrebbe far ridere chiunque venga a trovarsi (e a mostrarsi) in una situazione simile: miliardario o meno che sia. Uomo pubblico o meno che sia.

Se di Lagardère è quindi discutibile (e nel senso specifico di “discutibile” più che di “censurabile”) l’esibizione del privato, occupiamoci ora del presidente Sarkozy. Che, come premesso in apertura, è stato il primo a demolire, e con tanta cruenza, l’amico di sempre (quello che – si dice –avrebbe messo a tacere la notizia secondo cui l’ex signora Sarkozy, Cécilia, non sarebbe andata a votare al secondo turno delle presidenziali 2007). Fatto è che Sarkozy, lungi dall’amicizia e dall’eventuale riconoscenza, mostra di non avere nessuna pietà per le debolezze altrui.

Strano per un uomo che, presentatosi come forte, sicuro, nuovo, non è tuttavia riuscito a confermare alcuna di quelle qualità promesse.

Il flirt con l’attuale moglie, mondanizzato fino all’istituzionalizzazione, non è infatti stato certamente meno “discutibile” della performance di Lagardère. E se è vero – come si ipotizza – che il presidente si aggrappi ore alla futura paternità per riconquistare il cuore dei francesi e raggiungere il ballottaggio del maggio 2012, il povero Lagardère è addirittura superato. E l’ammirato Mitterrand sempre più irraggiungibile; ma in tutt’altro senso, evidentemente.

Articolo pubblicato il 7.8.11 su The Front Page

domenica 7 agosto 2011

Misurare il tempo con le partenze. Here we are in the years.


"I feel like goin' back, back where there's nowhere to stay.
When fire fills the sky I'll still remember that day"


sabato 6 agosto 2011

[a V.R.]

Ho passato un lungo periodo di tempo in cui ogni cosa mi sembrava li' per ricordarmi come la vedevo diversa, prima. Come mi risultava fastidiosa adesso mentre la trovavo normale e soddisfacente. E quella continua sensazione di groppo in gola, di sconsolata tristezza. Un velo opaco, grigio, su ogni cosa. Essere di cattivo umore sempre, dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina. Ogni giorno, ogni momento. Per settimane… mesi. Sempre. Non avrei nemmeno salutato

V.R.



A V.R., che sa che si deve vivere, in qualche modo.
Per questo gli vorremo sempre bene, in qualche modo.

mercoledì 3 agosto 2011

Democristiani e decantazione.


Come sono bravi gli ex democristiani. Gli escono sempre di bocca delle immagini belle, morbide, eleganti. Ma è un mio torto ascoltarle, o quantomeno sentirle "troppo", forse; se è vero che, nel giorno in cui Berlusconi aspetta che chiudano le Borse per dire in cosa (non) ci sia da avere fiducia (in realtà sarebbe bastato mostrarsi), l'unica cosa che mi resta è quella forlanata d'altri tempi che Casini manda alle agenzie dopo il discorso dello statista: "Serve un governo di decantazione".
Governo di decantazione. Come suona bene.
Ma a me fa venire in mente il vino, che ci posso fare?
E non sono un fan della decantazione, quanto a vino.
Facciamo così: stappiamo un bel governo Sassicaia - io non lo decanterei, però fate come vi pare - e siamo tutti contenti. Anche Casini, che se lo merita.
Lui almeno si è capito, oggi, cosa volesse: e dire, e fare (decantazione a parte); Bersani no.
E almeno in questo, dato il quadro, lo possiamo, lo dobbiamo dire: meno male che a volte ci sono ancora, gli ex (ex?) democristiani.