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mercoledì 25 marzo 2009

Rivoluzione permanente.

Non si può mica sempre tacere. Fanno bene i governi europei, in primis quello francese, a dire quel che pensano delle esternazioni del Pontefice, in tema di prevenzione AIDS. Se le affermazioni di Benedetto XVI le avesse fatte un comune cittadino, probabilmente sarebbero state oggetto di irrisione: ma le fa un Papa, e non ci si può ridere sopra. A proposito di risa: mi fanno ridere, invece, i difensori ad oltranza della linea "purista" di Ratzinger, che ha in ogni caso il pregio di essere molto chiara e per nulla ipocrita. Ratzinger, infatti, con questa radicale onestà intellettuale (che dimostra ogni volta apre bocca) mi pare smentire ogni volontà difensiva (che pure i suoi collaboratori più stretti perseguono): attacca e cerca lo scontro, anzi. E lo trova, dunque; particolarmente oltralpe, dove i germi della rivoluzione, nella sua matrice illuminista, continuano a fiorire e a generare lo spirito critico che caratterizza la Francia da secoli. In qualunque tempo, con qualunque governo, loro non chinano il capo al dogma. Più o meno paradossale che sia.

domenica 22 marzo 2009

Il ritorno dell'innominabile.

Non si nomina, l'innominabile. Ma se l'innominabile ritorna, proprio perchè è l'innominabile, non si può ignorarne il ritorno. I cui motivi nemmeno immagino: personalmente penso abbia già fatto abbastanza male al ciclismo, l'innominabile, ma chissà, probabilmente non basta. Trasformandolo in un baraccone vuoto, dove l'inspiegabile e l'arroganza trionfano, come nei misteri della fede, dove la bassa estetica e la finzione dominano, l'innominabile ha fatto scuola. E storia, seppure con la minuscola. Che dove c'era un'impresa, lui ha portato la fiction. Dove c'era la discreta sensualità dell'impresa, lui ha portato un'inedita pornografia: neanche tanto buona, a dirla tutta.
E dove c'era, per gli altri, il baratro della vergogna, per lui una aggressiva presunzione di innocenza: anzi, direi superstizione: "l'innominabile il bello, l'innominabile il buono, l'innominabile il forte". Ah, quanta fottuta retorica. E così, anche quando l'innominabile umilia gli avversari e de Coubertin, come con il povero Simeoni qualche Tour fa - reo il Simeoni di aver testimoniato a un processo contro il medico dell'innominabile - quando cioè l'innominabile "sceriffa" la gara e dice "se c'è questo qui la fuga non parte", anche di fronte al rodeo borioso del texano, tutti zitti.

Perchè l'innominabile ha sofferto, ed è un uomo coraggioso. Va compreso. Va compreso sempre.
Mont Ventoux, 2000. L'innominabile scala in solitaria con il fu Pantani Marco la salita che fu fatale a Simpson. All'arrivo, plateale, l'innominabile rallenta e lascia transitare Pantani al traguardo. Quando Pantani si accorge del regalo, si adira moltissimo. Si dice che fu una delle sue maggiori sofferenze sportive.
Premorendo, lui non riuscirà a vedere conclusa l'epica finta dell'innominabile.
Ma a quanto pare, nemmeno noi abbiamo visto tutto.
Resta dunque qualcosa che, a questo punto, almeno mi auguro sia vero.
Pallista, prepotente, senza il senso del limite, lo stile dell'innominabile emulò quello di G.W.: ma scadendogli due mandati, G.W. non ha potuto ricandidarsi, non ha potuto perdere come doveva. Non ha potuto subire l'umiliazione dei numeri, e per lui - alla fine - ha pagato il povero ed incolpevole Mc Cain.
Bene, dunque, che l'innominabile ritorni. Perchè a noi non fregava nulla di veder perdere Hincapie; volevamo, vogliamo lui.
Lui, di fronte alla sconfitta che certamente verrà. E se almeno stavolta sarà tutto vero, sarà pesante, sarà dura. E poco importerà se l'innominabile dirà che "è perchè è vecchio".
E' lui che sceglie di invecchiarci davanti agli occhi, e poi lui giovane non è mai stato.
Così come Pantani, purtroppo, non sarà mai vecchio.
Due storie diverse, opposte. Nessuna delle due esemplare: ma una, almeno, vera.

E cara, che ho voglia di ricordarne l'inizio.



domenica 15 marzo 2009

Il compagno di viaggio.


Spero non se la prenda se parlo di lui, che mi pare uno molto riservato.
Fin da bambino - tuttavia - ho coltivato il desiderio di poter conoscere quell'uomo con i capelli lunghi e il pugno chiuso, prototipo del calciatore seventy-impegnato, maoista come Breitner: figura romantica, letteraria, appassionante, mai banale in quanto originale (bando agli epigoni, però).
Volevo proprio conoscerlo, Paolo Sollier. Volevo conoscerlo quando ero bambino, ho continuato a volerlo quando, studente - e tuttavia non ancora votante, mi sentivo molto vicino a Rifondazione e un pò a tutte le rivoluzioni possibili. Finalmente mi capitò sotto tiro: fu una partita tra amministratori locali e nazionale ciclisti, all'ancora Robbiano, negli anni '90. Di quel giorno ricordo bene due cose: qualche battuta con Gianni Bugno, capitano dei ciclisti e faro dei miei pomeriggi primaverili, e appunto qualche brutale cazziata da Paolo Sollier, rinforzo di lusso degli amministratori locali: mi si incazzò, in particolare, per una rimessa non ben eseguita; e mi parve incazzarsi anche parecchio, che non mi osai avvicinarlo nel post partita.
Poi l'ho visto mille altre volte a passeggio per la mia, la nostra città. E benchè io sia ormai un cinico moderato riformista, l'idea di farci due parole che non riguardassero l'esecuzione di una rimessa laterale, restava più che gradita. In fondo, però, sono un timido, e non avendo nulla in particolare (sottolineo: in particolare: questo per me è un fondamentale criterio discretivo tra relazione intersoggettiva e rottura di scatole) da chiedergli, o da dirgli, ho continuato a non avvicinarlo.
Poi, la faccio breve, è capitato il suo ingresso in politica, con Dario Roasio e il movimento Società Futura. Il movimento è molto distante da me, quanto a posizioni, ma siccome credo che tra me e Roasio vi sia un' "attrazione polemica" piuttosto forte (ci piace, penso, il reciproco totale dissenso più ancora che litigare) la frequentazione è sorta abbastanza spontanea. E avendomi loro chiesto la disponibilità ad autenticare le firme raccolte ...contro il nucleare (!), nonostante il mio (più che) opposto orientamento, mi sono - come sempre in questi casi - prestato più che volentieri.
Così, ieri, e con vero piacere, al banchetto si S.F. ho finalmente potuto parlare, e anche piuttosto diffusamente, con Paolo Sollier. Argomento calcio: in cui spero di non essere parso impreparato (nella teoria, in genere, vado meglio che nella pratica).
Che posso dire? Che sarà banale...ma queste cose per me non sono mai banali.
Quando un pezzetto "di idealità" di una parte di vita si manifesta, concretamente, penso che sia un privilegio personale da non sottovalutare.
Di fronte al livello morale e intellettuale della nostra (piccola o grande) società, poter fare anche solo due parole con una persona come Paolo Sollier, mi risulta una vera boccata di ossigeno.
Comunque la si pensi, comunque la si veda, questa volta mi tocca ringraziare Roasio.
E comunque la si pensi, comunque la si veda (diversamente: io sono per nucleare e inceneritori, loro no: e non finisce qui), voglio sperare che di fronte a tanto schifo ci possa essere comunque l'occasione di fare, a volte, un pezzo di strada insieme: magari un minimo percorso comune, come compagni: di viaggio.

giovedì 5 marzo 2009

Il delirio sdoganato.

Il testo dice più o meno questo: se hai un padre troppo preso dal lavoro, un tizio poco incline alle smancerie, che ti molla quattro a zero quando lui e quell'altra disgraziata di tua madre si separano (oddio!), amico mio, preparati: è assai probabile che tu diventerai gay. Perchè, in fondo in fondo, la confusione esistenziale in cui ti ha gettato quell'uomo dal whisky facile, può essere guarita solamente da un altro uomo: che ti sodomizzi a dovere, in robuste gare "a chi fa meglio sesso". Però la colpa di tutto è anche un pò della tua mamma: il testo, infatti, dice anche questo: se tua mamma ti vuol troppo bene e anche tu le vuoi troppo bene, e se lei rompe un pò troppo i maroni, e tu sei un tantino insicuro, allora la frittata è fatta. Non parliamo, poi, se leggi quello zozzone di Freud: sei spacciato. Ma siccome c'è sempre una salvezza, presto o tardi, per incanto - ad una festa - incontrerai una ragazza: alla quale, all'improvviso, comincerai a raccontare della tua vita (facendo attenzione a glissare sulla sodomia, s'intende), e come in un film...puff!...ti innamorerai di lei, ci farai un figlio, e finalmente - solo allora - sarai "un altro uomo" e allora, finalmente, parlerai anche "con il cuore in mano". Sintetizzata, ma poi mica tanto, questa è la storia che racconta la reclamizzata "Luca era gay", canzone in concorso all'ultimo Sanremo. Non avendo io visto Sanremo, ed avendo sentito questa delirante canzone solo ieri sera, in auto, per radio, arrivo in ritardo a provare lo sconcerto che questa performance di assurdo gusto merita. Purtroppo la censura non c'è più, e se c'è colpisce altro. L'idiozia, oggi, ha un salvacondotto speciale.