Apro "La Repubblica" di oggi, e leggo:
"I temi che riguardano i valori, la visione della famiglia richiedono un approfondimento. Sono temi su cui il Paese è diviso perlomeno a metà. Non possono passare con un emendamento e la fiducia. Non sono possibili scorciatoie".
Ha detto così, la senatrice del Pd Binetti, per giustificare il proprio "no" alla fiducia al governo Prodi, che ha portato l'esecutivo sull'orlo del baratro.
Alcune considerazioni si impongono.
Primo: non solo i temi che riguardano i valori e la visione della famiglia richiedono un approfondimento. E sarebbe auspicabile che la fiducia non venisse usata per
tutti questi temi meritevoli di approfondimento. Ma così non è, rassegnamoci: da sempre il ricorso alla fiducia ha inquinato la deliberazione parlamentare, e in questa legislatura, poi, il problema è più sentito. Per evidenti ragioni, che non possono sfuggire alla Binetti.
Secondo: i temi che hanno portato Paola Binetti a una decisione tanto grave, erano rappresentati, nel maxiemendamento sulla sicurezza, da un riferimento all'articolo 13 del trattato di Amsterdam. Quello che "Repubblica" definisce, per nulla oggettivamente, un "
innocente documento europeo (
dovrebbero essere il lettori a valutarne l'innocenza, n.d.r.) che stabilisce, tra l'altro, princìpi universalmente condivisi contro le discriminazioni per sesso e religione". La sinistra di governo (Prc e futura "Cosa rossa") ha fatto di tutto per inserirlo nel testo sulla sicurezza nel quale - meno male che lo dice anche Repubblica - "a dirla tutta, aveva forse poco senso". Di cosa si tratta, in definitiva? Di norme anti-razzismo (con la previsione di condanne alla reclusione fino a tre anni) per combattere discriminazioni "fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali".
Il riferimento che si decide di inserire nel testo, su proposta del presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi (Sd), è appunto quello "all'articolo 13 del trattato di Amsterdam", che dà agli Stati comunitari la possibilità di prendere "i provvedimenti opportuni" per combattere tali discriminazioni. Tuttavia il decreto contiene norme penali, mentre il Trattato non è legato a fattispecie penali e non è, ad avviso di alcuni senatori più periti in diritto, richiamabile in tal senso. Sulla questione tecnica si inserisce una questione delicatissima che viene duramente esplicitata dalla leghista Carolina Lussana. Stando a Repubblica ella afferma: "Questo è un vergognoso attacco alla Chiesa, che con questa modifica sarà imputata per discriminazione perchè sostiene che l'omosessualità è contro natura e nega la possibilità di adozione alle coppie omosessuali". Il governo decide allora di cambiare la norma - cancellando il riferimento che la rende "errata nella sua formulazione e inapplicabile", come dice subito dopo il voto il ministro Chiti - e invita i senatori teodem a votare lo stesso a favore della fiducia e del testo nel suo complesso. L'operazione riesce solo in parte, ma quanto basta per salvare l'esecutivo. La Binetti - visti i numeri calcolati sulla carta a Palazzo Madama, dopo il sì annunciato da Francesco Cossiga - decide di dare un 'segnale' esplicito al governo, e prende la decisione di votare contro la fiducia al governo.
Terzo: la stessa Binetti, dopo l'"avvertimento" vota a favore del testo nel suo complesso nella votazione finale, quando il rischio per la maggioranza di andare sotto diventa molto più concreto. Ovvero: la Binetti ha calcolato fin dove potesse spingersi, e in quale dato momento potesse farlo.
E' chiaro, se ogni senatore ragionasse in questo modo, ogni volta ci troveremmo di fronte a rischi enormi per il Governo. Ma si può ben credere che, a conti fatti, la Binetti non volesse nuocere. Ed è altresì chiaro come sia la stessa intrinseca fragilità del Governo a rendere possibili simili situazioni.
Quarto: è facile attaccare la Binetti, in un caso come questo, anche se non è ugualmente facile capire se chi lo fa condanna l'episodio di ieri sera o trascorsi atteggiamenti e dichiarazioni della senatrice (che certamente non è molto brava a conquistarsi simpatie). Tuttavia, e concludo, ho un forte disagio a pensare che il centrosinistra che si definisce "moderno" sia quello che forzosamente e ideologicamente inserisce in un provvedimento che parla di "sicurezza" elementi e argomenti che con la sicurezza non c'entrano nulla (vi ricordate quante critiche al centrodestra quanto si inserirì la riforma del processo civile nel decreto sulla competitività?). Sarà anche vero che talora la Binetti è eccessiva in un senso, ma cominciamo a chiederci se sia invece legittimo eccedere nell'altro, di senso: cioè quello in base al quale si sprecano preziose energie istituzionali in battaglie ideologiche di dubbia utilità, e che troppo spesso vede usata l'identità sessuale o comunque il tema sessuale come pretesto per fare politica. Abbondano i siti di politici nazionali e locali che parlano "laicamente" degli universi gay e lesbo, quasi riducendo tutto il resto a corollario degli stessi. Trionfa un acritico richiamo ad un'eguaglianza che non basta postulare come forma, ma che va ricercata anche e soprattutto nella sua sostanzialità. Questi settarismi quasi diventano per alcuni l'unica prospettiva da cui guardare il mondo, o - peggio - il vero tema assorbente, di tutto il resto. Ne dà una prova di particolare calibro (seppure nell'ambito della legge elettorale) il Presidente della Camera, che (cosa mai vista prima d'ora) attacca apertamente il premier, e lo fa esclusivamente a tutela dell'interesse del proprio partito. Quasi che il tema della governabilità (impossibile) dell'Italia non riguardasse le categorie più deboli che quel partito dice di voler garantire.
Non intendo giustificare la Binetti per la propria leggerezza, nè credo che ella debba essere giustificata ma riconosco che c'è un modo di (non) fare politica che diventa sempre più strumentale e inaccettabile. Credo sia proprio questo che, in qualche modo (forse magari improprio) la Binetti abbia voluto dire. Certamente esponendoci (ma esponendosi, anche) a un rischio enorme. Ma è un rischio enorme anche non guardare in che direzione muova la politica italiana, e la società che essa rappresenta: descritta nel rapporto n. 41 del Censis come "poltiglia".