Reduce dal concerto [leggi recensione Q.n.] di Neil Young di ieri sera a Firenze (che stanchezza!) ...fatico (ecco...) a mettere per iscritto le emozioni in me suscitate: suscitate tanto da un artista che amo, enormemente, quanto dalla particolare atmosfera ritrovata durante la sua esibizione: retrò, forse, eppure viva, intensa, e direi anche in un certo senso orgogliosa.
Non solo per la musica.
Diciamo subito che un concerto di Neil Young oggi riempie (meno di) metà palazzetto dello sport, mentre Ligabue o Vasco Rossi possono stipare ...qualsiasi cosa. Eh, questo è un dato di fatto...ma prescindendo dalla qualità dei prodotti (sarebbe di una banalità colpevole, ma sarebbe in fondo anche inutile) penso che a nessun cantante "di massa" potrà mai riuscire l'operazione evocativa che N.Y. ha messo in piedi (anche o soprattutto, va detto, grazie ai suoi fedeli estimatori) con il suo tour "elettrico". Ambientazione da "American stars'n bars", tanto per intenderci.
In quel palazzetto, in effetti, c'era la riproduzione fedele e appassionata di un pezzo di storia, probabilmente americana ma probabilmente anche di qualsiasi altro posto; un pezzo di...boh, diciamo...filosofia, o piuttosto, quantomeno, di antropologia spiccia (ma non futile); mentre il gruppo suonava un pittore, veloce, componeva all'istante le immagini(ficazioni) delle canzoni (imperdibile quella di "My my, ehi ehi"), emergendo - lui e i quadri - dalle luci e da quei chiaroscuro tipici dei vecchi filmati del '70, e che si ritrovano pure nelle copertine (quelle grandi, dei 33 giri), o nelle proiezioni polverose del ricordo.
Intendiamoci, nessun reducismo, ma c'era proprio, ieri, in quel posto, un tempo che non c'era, che non c'è più.
E c'era un evidente distacco tra il reale e il possibile.
C'era un contrasto, anche tenero, tra un corpo invecchiato e a tratti goffo, e la corporalità intensa dell'esibizione del grande musicista che è in quel corpo: che suona divinamente, fottendosene della grazia e dell'estetica. E mirando al cuore, o allo stomaco.
C'era un concerto e una compagnia (sul palco e sugli spalti) senza abito da sera, e senza peli sulla lingua (in molti casi neanche in testa). Un momento così riuscito, e così diverso dai patinati show di star allevate in batteria cui siamo da tempo abituati, da lasciar ancora credere possibile una fuga verso un'altra realtà: dove la qualità non è una convenzione, ma un gusto, un'idea.
E anche, perchè no, la sua obiezione.
La libertà, quindi. Ma non quella obbligatoria di questi anni anonimi e violenti, codardi e feroci.
La libertà, punto.
Qui sotto l'esecuzione del brano libertario con cui Neil ci ha mandati a casa (più o meno mentre la Spagna faceva lo stesso con gli azzurri): la registrazione è di febbraio ad Amstrdam, la scenografia è la stessa che troverete (se vorrete assistervi) nel tour europeo.
Non solo per la musica.
Diciamo subito che un concerto di Neil Young oggi riempie (meno di) metà palazzetto dello sport, mentre Ligabue o Vasco Rossi possono stipare ...qualsiasi cosa. Eh, questo è un dato di fatto...ma prescindendo dalla qualità dei prodotti (sarebbe di una banalità colpevole, ma sarebbe in fondo anche inutile) penso che a nessun cantante "di massa" potrà mai riuscire l'operazione evocativa che N.Y. ha messo in piedi (anche o soprattutto, va detto, grazie ai suoi fedeli estimatori) con il suo tour "elettrico". Ambientazione da "American stars'n bars", tanto per intenderci.
In quel palazzetto, in effetti, c'era la riproduzione fedele e appassionata di un pezzo di storia, probabilmente americana ma probabilmente anche di qualsiasi altro posto; un pezzo di...boh, diciamo...filosofia, o piuttosto, quantomeno, di antropologia spiccia (ma non futile); mentre il gruppo suonava un pittore, veloce, componeva all'istante le immagini(ficazioni) delle canzoni (imperdibile quella di "My my, ehi ehi"), emergendo - lui e i quadri - dalle luci e da quei chiaroscuro tipici dei vecchi filmati del '70, e che si ritrovano pure nelle copertine (quelle grandi, dei 33 giri), o nelle proiezioni polverose del ricordo.
Intendiamoci, nessun reducismo, ma c'era proprio, ieri, in quel posto, un tempo che non c'era, che non c'è più.
E c'era un evidente distacco tra il reale e il possibile.
C'era un contrasto, anche tenero, tra un corpo invecchiato e a tratti goffo, e la corporalità intensa dell'esibizione del grande musicista che è in quel corpo: che suona divinamente, fottendosene della grazia e dell'estetica. E mirando al cuore, o allo stomaco.
C'era un concerto e una compagnia (sul palco e sugli spalti) senza abito da sera, e senza peli sulla lingua (in molti casi neanche in testa). Un momento così riuscito, e così diverso dai patinati show di star allevate in batteria cui siamo da tempo abituati, da lasciar ancora credere possibile una fuga verso un'altra realtà: dove la qualità non è una convenzione, ma un gusto, un'idea.
E anche, perchè no, la sua obiezione.
La libertà, quindi. Ma non quella obbligatoria di questi anni anonimi e violenti, codardi e feroci.
La libertà, punto.
Qui sotto l'esecuzione del brano libertario con cui Neil ci ha mandati a casa (più o meno mentre la Spagna faceva lo stesso con gli azzurri): la registrazione è di febbraio ad Amstrdam, la scenografia è la stessa che troverete (se vorrete assistervi) nel tour europeo.

