
Cerca nel blog
venerdì 31 dicembre 2010
sabato 25 dicembre 2010
Parole che restano.

Questa è la prefazione scritta per il libro da Luca Di Bartolomei, 28 anni, figlio di Agostino. Tra tante cose lette e ascoltate in questo anno che finisce, voglio ricordare - in particolare - le sue parole.
Caro Ago,
è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di pensare a un’introduzione per questo libro bello e onesto - scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi da tantissime persone - che penso e ripenso a queste poche righe. E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per una volta pubblicamente, solo da figlio. Quanto mi manchi papà.
In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza. In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i piccoli segni dei giorni estivi di festa. Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare da cui d’estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca
subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott’acqua tra tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione galleggiare incerto di sopra.
Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo tutto questo non mi viene naturale. Non più come prima. Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi di gridare con egoismo l’ingiustizia di avermi sottratto i nostri anni più belli. Quelli dell’adolescenza e di una contestazione strozzata nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze, dello studio all’università, della casa da solo. Quelli delle partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre diverse.
Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano di una normalità che - forse perché negata - avrei desiderato tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena di un’estate immobile. Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente ogni secondo per tutta la mia vita. Di quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del terrazzo. Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci che non avevi capito nulla.
Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata rotonda all’altezza della seconda fascia. Dell’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella chiglia fredda di zinco. Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato a tornare in qualche modo in quello stadio grande con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava plastico il coretto: “OOOO AGOSTINO… AGO AGO AGOSTINO GOL…” scatenando in un certo senso la mia gelosia di bambino.
Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del Capitano - a riguardarla adesso quella serenità - ci sia stato qualcosa di inconsciamente innaturale. Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante hai fatto quel 30 di maggio Ago. Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. Per noi, da lì in avanti, l’unico.
Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook.
Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata dentro quella data, ecco. Come la depressione che ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore. Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio. Di fronte alla grandezza di una vita umana, all’amore di una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima partita di calcio? E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione lieve di malessere ti stritolava. Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla, papà. Con noi sei stato, fino all’ultimo istante, lo stesso di sempre. Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero, non superbo. Solo riservato.
Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e ironico. L’Ago di sempre. Quello che accantonava l’aria seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio, e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno.
Quello delle domeniche in barca per andare a pesca. Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento contano alla stessa maniera.
Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con Gianmarco mi portava a scuola.
Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il primo bacio.
Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché ho conosciuto tutto il suo amore.
Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una volta.
venerdì 24 dicembre 2010
L'arte di non farsi capire.
Nessuno , infatti, lo ha visto nella sua filiale di fiducia; e quei pochi che pure avevano creduto nella bizzarra rivoluzione del prelievo allo sportello, alla fine hanno dovuto ricredersi.
Del resto questi sono tempi in cui lo scarto tra ogni annuncio o promessa e la realtà dei riscontri rischia di essere siderale; e Cantona, per quanto simpatico, non fa eccezione. Anzi, li interpreta alla perfezione, i tempi.
Anche Gabriele Albertini, per quanto più austero e compassato dell’altro, non scherza. Pure nel suo caso carisma, simpatia e scarsa coerenza si incontrano in un mix sorprendente.
Se nella mattinata del 7 dicembre scorso Albertini accendeva gli entusiasmi e le speranze dei terzopolisti sparsi per lo stivale, con l’imprevisto annuncio della propria candidatura a sindaco di Milano, solo quarantotto ore dopo – con un messaggio esattamente opposto nei contenuti ed ugualmente, a quel punto, imprevedibile – li spegneva radicalmente. Cosa possa essere accaduto, di così decisivo, in quell’esiguo lasso di tempo, non è dato sapere.
Anche perché, giurano in tanti, non è successo proprio nulla.
Forse allora il problema sta a monte? Era la prima notizia ad essere sballata? Niente di più facile.
«Ci siamo capiti male», è il refrain che si usa in questi casi. E si usa sempre più frequentemente, a partire dal leader supremo, da “Sua inattendibilità”.
Nessuno più di Berlusconi è infatti capace di imbastire un fraintendimento come si deve. E nell’agone politico egli è ormai un punto di riferimento per chiunque voglia imparare a non farsi capire.
Il carneade Scilipoti, a esempio, ha disegnato per una settimana buona l’ideale parabola decisoria di una incertissima fiducia parlamentare, dimostrando – con la propria stessa presenza, e un’ostinata volontà di motivarla – come tutto sia, nella fenomenologia parlamentare, perlomeno discutibile.
Calearo e Cesario, fondandoci un partito di 3 aderenti con3 linee politiche diverse (ma alla fine, almeno, un identico, «responsabile» voto), gli hanno dato una mano notevole.
La casisistica è comunque vasta, si potrebbe proseguire.
Che dire di Carla Polidori, altra protagonista dello show andato in onda alla camera 14 dicembre scorso? Solo il 6 novembre 2010 la Polidori apriva la convention di Futuro e Libertà a Perugia parlando di «percorso rivoluzionario», invitando a «cogliere l’attimo», mostrando la propria «profonda convinzione», per «costruire un grande momento». E come ogni momento che si rispetti esso deve essere stato, in effetti, breve, perché dopo poco più di un mese Carla è già tornata a casa, per «una questione di coscienza e di responsabilità ». La rivoluzione è già finita, pare; e del resto, dopo ogni rivoluzione le restaurazioni si accreditano giusto su queste basi: cioè sulla necessaria correzione di un errore.
Deve essere stato proprio questo a far sì, al termine del mese scorso, che un messaggio di Benedetto XVI in cui storicamente si apriva (seppure con mille prudenze e limitazioni) all’uso del preservativo, venisse poi ridimensionato – nella sua portata innovatrice – dal Vaticano stesso.
Sembra che all’origine dell’equivoco vi sia stato nientemeno un errore di traduzione.
Allora, ripensando ad una frase del mio professore di filosofia del diritto, secondo cui le cose migliori l’uomo le ha pensate in greco e scritte in tedesco, c’è quasi da tirare un sospiro di sollievo, per il fatto che non possano essere ritrattate. Perché, passi tutto, ma sarebbe insopportabile se – per dire – Kant o Locke venissero a dirci di essere stati fraintesi.
Fosse Hobbes ci farebbe piacere, anche se ormai è troppo tardi: Berlusconi l’ha preso sul serio.
(articolo pubblicato su "Europa" del 23.12.2010)
sabato 11 dicembre 2010
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli.
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l'amore, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi l'amore, non sarei nulla.
Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, ma non avessi amore, non mi gioverebbe a niente.
(Prima Lettera di S. Paolo ai Corinzi)
martedì 7 dicembre 2010
21.12.1970 - Due solitudini che si incontrano - Una storia.

La lettera così recitava:
Presley, non si sa con quanta lucidità e consapevolezza, si proponeva per un incarico federale. Agente antidroga. Era naturalmente incurante del fatto che da anni fosse spiato dal governo, e che lo sarebbe stato anche in seguito; anche dopo l'incontro con il Presidente.Caro Signor Presidente,
Innanzitutto vorrei presentarmi. Mi chiamo Elvis Presley e sono un suo ammiratore e nutro un grande rispetto per la sua funzione. Tre settimane fa a Palm Springs ho avuto modo parlare con il Vice Presidente Angnew e gli ho espresso le mie preoccupazione per il destino della nostra nazione. La cultura della droga, gli elementi hippies, la Student Democratic Society, le Balck Panthers, ecc, non mi considerano un loro nemico o per lo meno non mi vedono come parte dell’establishment, come lo chiamano loro. Invece io la chiamo America e la amo. Signore, posso e sono pronto a aiutare in qualsiasi modo il paese. Non ho altre motivazione se non fare il bene del paese. E così non voglio ricevere un titolo o venire nominato a un incarico, posso essere più utile se mi si facesse libero agente federale e sarò di aiuto agendo alla mia maniera grazie ai miei contatti con persone di tutte le età…
Ho condotto uno studio approfondito sull’abuso di droghe e sulle tecniche di lavaggio del cervello utilizzate dai comunisti e il mio lavoro mi permette di essere proprio là dove è richiesto il mio aiuto…
Le mando una mia breve autobiografia su me stesso così può capire meglio questo mio approccio. Mi piacerebbe tanto incontrarla solo per dirle buongiorno sempre che Lei non sia troppo indaffarato…
Le porgo i miei omaggi,
Elvis Presley
Quell'incontro, infatti, avvenne solo poche ore dopo. Vestito in modo del tutto improprio, alle 12.30 di quello stesso 21 dicembre Presley entrò nella stanza ovale, accolto da un affabile Nixon, cui Elvis fece dono di una pistola della Seconda Guerra Mondiale, una Colt 45.
Tutto contento, alla fine, Presley ebbe il suo bel distintivo.
Dieci giorni dopo Richard Nixon scriveva a sua volta al cantante questa lettera:
Caro Mr. Presley,
Per me è stato un immenso piacere avervi di recente incontrato nel mio ufficio; volevo farvi sapere ancora una volta quanto abbia apprezzato il vostro gesto premuroso nell’omaggiarmi della Colt 45. della Seconda Guerra Mondiale risposta nella sua cassetta di legno fatta a mano. Siete stato particolarmente gentile a ricordarvi di me con questo regalo così bello, così come con le foto della vostra famiglia, e sono davvero contento di averli ora tutti nella mia collezione di souvenir speciali.
Faccio a voi, alla vostra signora e a vostra figlia Lisa i miei migliori auguri di un felice e pacifico 1971.
I miei più cordiali saluti,
Richard Nixon
Due grandi solitudini si erano incontrate. Si erano trovate.
venerdì 3 dicembre 2010
Non bisogna aver paura di parlare di "eutanasia".
Con poca fantasia è stato definito “l’ultima provocazione” radicale. Ma il (breve) video in cui un malato terminale chiede al Governo di rispettare la propria volontà di morire, contiene in realtà un messaggio misurato e responsabile; e di provocatorio, a ben vedere, c’è solo un’interpretazione oltremodo capziosa.
Tra i numerosi contrari al e contrariati dal messaggio, si segnala – imprevisto – il netto pronunciamento del campione laico del Pd, Ignazio Marino che “come uomo, come medico e come politico” ha espresso la propria “assoluta opposizione all'eutanasia”. Le ragioni che ha addotto non giovano, secondo chi scrive, a renderne la tesi convincente. Pur di costringere le cose nello schema astratto imposto dal nostro bipolarismo bislacco (anziché tenerle nel campo aperto e imprevedibile della realtà), Marino ha infatti concluso che “fino a quando c’e' una maggioranza pro cattiva morte, che non permette l'assistenza per evitare di soffrire nelle fasi terminali della vita, è comprensibile che ci siano gruppi che promuovono la discussione su quella che è, alla fine, una uccisione, seppur compassionevole”.
Marino non coglie, a nostro avviso, la portata reale della questione.
L’ “uccisione compassionevole”, come la chiama, è infatti ammessa, legittimata, regolamentata per legge in vari paesi europei. E non è quindi riducibile ad interpretazione immatura, maldestra o esasperata di un principio di autodeterminazione. Ne costituisce, semmai, l’espressione più compiuta.
Il punto, semmai, è stabilire se quel principio di autodeterminazione possa - presto o tardi - essere ammesso e riconosciuto da questo ordinamento; ma non sta, lo si ribadisce, nel porre un freno preventivo – tecnico o morale – alla libertà di scelta.
Certo, ad ogni libertà corrispondono, necessariamente, dei confini; diversamente, infatti, parleremmo di arbitrio. E’ altresì vero, tuttavia, come i confini in questione – fermo il ruolo specifico del legislatore – non possano non parametrarsi sugli orientamenti, le sensibilità ed, in definitiva, le istanze del corpo sociale.
Ma ecco quindi che il punto, il vero punto della discussione si evidenzia essere la discussione stessa; ovvero, in altre parole, la possibilità che essa si concreti e celebri nel modo più compiuto e costruttivo.
Chi ha paura di parlare di eutanasia? Chiediamocelo, perché è di questo – io credo – che dovremmo parlare. Più che di soluzioni salomoniche, medie più che intermedie, ab origine proposte come solutive di un dilemma enorme, la portata del tema non ci può esimere dall’affrontarlo in modo diretto, completo, totale.
Nulla, peraltro, impedisce che da un dibattito schietto, puntuale ed effettivamente argomentativo possa sortire – alla fine – un’opzione rappresentativa di una sostanziale medietas tra le posizioni in gioco.
Che sono appunto, ricordiamolo, la legittimazione di una scelta di fine vita (e non la “morte compassionevole” di cui parla Marino, con un’indebita, personale e quindi non obiettiva aggettivazione) e la sua negazione.
Naturalmente entrambe le posizioni vanno ascoltate, perché ciascuno di noi possa orientarsi nella formazione di un’opinione. In tal senso non si può certo dare torto ai 32 parlamentari Pd che, dopo la puntata “a senso unico” di Vieni via con me sul “fine – vita”, con un duetto tra Saviano e Mina Welby, hanno scritto alla Rai per chiedere pari dignità nel esporre il proprio punto di vista: cioè quello di coloro i quali “con altrettanta grande dignità, magari in silenzio, fanno la scelta libera di non staccare i sondini".”Questo perché, così concludono, “ogni scelta d'amore merita la sua luce”.
Ed è vero: ogni scelta d’amore merita una luce, così come ogni scelta esige una propria, reale consapevolezza. Nessuno deve temere un dibattito libero e sincero: e questo vale per l’eutanasia come per ogni altro tema sull’agenda politica.
Quel che è fondamentale, anzi, pare ricostruire – in questo paese svogliato e indolente – un interesse positivo nonchè informato a dibattere. Meglio se a partire proprio dai “grandi” temi; quelli che toccano, senza retorica, le esistenze di ciascuno di noi. E che in qualche modo ci “costringono” ad essere, o almeno a sentirci coinvolti.
Forse una scelta di questo tipo, senza infingimenti e prudenze di opposto segno, potrebbe aiutare l’Italia ad uscire da un’apatia grigia, rassegnata, e inevitabilmente portatrice di una progressiva, parimenti rassegnata deriva sociale.
(articolo pubblicato su il Riformista del 2 dicembre 2010)