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lunedì 16 settembre 2013
I ragazzi che si amano (sulla libertà).
venerdì 19 luglio 2013
Le tre di un pomeriggio d'estate del 1982 (Shingo Tamai, altro che Keynes).
Poche storie. Shingo Tamai sta ad Oliver Hutton come lo Stato Nazione ai primi cenni di frammentazione mondialista.
Terrigni, aspri, disegnati male ma veri. Praticamente dei Superboys.
Che i Superboys se lo mangiano, il Kazakistan, e tagliano il debito pubblico quando vogliono.
Perchè lo vogliono. Sono Superboys.
Shingo Tamai, altro che Keynes.
giovedì 6 giugno 2013
Best days.
Nel male e nel bene.
E ci sorrido su, perchè ho capito che fa bene.
E che non è mai troppo tardi per cominciare.
:-)
If you said
that these are the best days
of their lives
lunedì 3 giugno 2013
Valore del non ritorno (vecchie canzoni).
giovedì 30 maggio 2013
Come ti chiami, quanti anni hai, mi riconosci?
domenica 8 luglio 2012
Italia 90 + 22.
Ventidue anni fa esatti, in queste ore, stava per concludersi il XIV Campionato mondiale di calcio, organizzato per quella edizione in Italia: passerà alla storia, appunto, come "Italia 90". Questo qui sopra è il pupazzo asettico, a metà strada tra il brutto, il simpatico e il grottesco, che fu scelto come mascotte ufficiale. Eravamo, allora, il paese del design (qualcuno dice che lo siamo ancora, ma sembra fede più che convinzione), volevamo stupire: saltò fuori questo mostriciattolo, dal nome Ciao, che ancora sta appeso a qualche mazzo di chiavi, o impresso su qualche vecchio astuccio, nascosto in qualche pezzo di mondo.
Con poche immagini. L'inizio. La felicità. La delusione.
lunedì 13 febbraio 2012
Te sei te.
Ciao.
giovedì 19 gennaio 2012
Il garantismo è sacro. La conoscenza dei fatti, anche.
Articolo pubblicato il 19.1.12 su TheFrontPage.it con il titolo
"I due volti dell'Italia"
martedì 17 gennaio 2012
Italy falling.
sabato 31 dicembre 2011
Impressioni.
Si parta, sì, dall'impressione ma poi, finalmente, si tenti il ragionamento.
Auguri.
venerdì 16 dicembre 2011
Ci salvano gli Uomini. Ci salvano i Rossi.
I negretti e i matti.
Fascistoide o meno, un matto è prima di tutto un matto. Però è evidente che esista, non solo in Italia, una feccia razzista e violenta, un cancro – così si dice di solito – “da estirpare“. Di tale fenomeno, tuttavia, almeno da noi, non si comprendono o non si vogliono comprendere mai abbastanza le cause; e neppure si offrono, ad esso, da alcuna parte, adeguati rimedi.
E’ una sera di due anni fa, è una serata molto mondana, è – in altre parole, mescolate – un ‘cool de sac’: cioè di quelle che non vuoi ma devi, perché c’è Tizio, e c’è Caio, le Istituzioni, bella location, bello tutto. Parlotto col vicino di sedia e d’un tratto ascolto l’ospite d’onore, al microfono, allertare i presenti circa il fatto che “i negretti non ci pagheranno certo le pensioni“. Così: testuale, al microfono, durante la non breve né interessante orazione, l’ospite d’onore spara la sua generosa ed imprevista cazzata.
E suscita, dopo un silenzio percepito di due secondi netti, la complice ilarità di molti degli ottimi presenti, e lo sdegno di pochissimi. Il mio vicino, poi, è particolarmente contento: quando ha capito che si poteva ha anche battuto le mani. Si sente a casa, e mi sorride quasi fossi un familiare. Caino, al massimo, vista la compagnia.
La morale non cercatela, perché non c’è; ma se dagli ottimi ed ilari presenti passa il messaggio che il negretto è un parassita, un vezzeggiativo che non vezzeggia e stona col cool, non sarà poi mica azzardato sostener legittimata la feccia anche (e sottolineo, anche) dalla vigliaccheria educata di tante brave persone. Che sono sì tutte educate, perbene, e però lasciano insospettabilmente esprimere in quel modo l’oratore di turno; tollerandolo se non, addirittura, condividendolo. “Però ha ragione”, dice infatti, nel mentre, un’imitazione di signora, scuotendo tette disperatamente robuste.
Ma questo poco importa, in realtà. Importa, invece, se pensi che sono quelle stesse, brave persone a chiedere “reazioni ferme”, “rimedi severissimi”, “pene esemplari” per i delinquenti. E importa che alla fine, tuttavia, malgrado le posizioni verbalmente oltranziste, malgrado i momentanei ed immancabili deliri su pena di morte e amenità varie, malgrado tutte le altre parimenti generose e, stavolta sì, prevedibili cazzate in canna, alla fine – dicevo – importa che queste persone siano, stringi stringi, inibite anch’esse dall’originale, avvolgente e soprattutto coinvolgente mantra nostrano della “non violenza“, del “sì, però”, del “ma riflettiamoci bene”, sino alla resa finale, l’immancabile ed ecumenico allargamento delle braccia. Talora con annesso scrollamento di spalle. Che è poi il vero classico di tutte le brave persone d’Italia, di qualunque provenienza geografica e di qualunque appartenenza politica.
Quello che voleva bruciare il rom, e castrare (“sì, ma solo chimicamente”) il mostro… puff!… basta un’allargatina di braccia dopo lo sfogo tra il primo e il secondo ed è una persona nuova. Che non odia. Che ragiona. Che prende il dolce. Volemose bene. Peace.
L’allargamento delle braccia è un gesto umano, ormai divenuto corporea per quanto scomposta ideologia di bontà; ma una bontà che non è in nulla e per nulla tollerante, anzi. Che non si tollera un bel niente, e si perdona più che altro in serie. E’, insomma, soprattutto una ginnastica morale: ùn-dùe, allargare e poi di nuovo disprezzare: se non è il negretto, qualcun altro si trova sempre. E’ un segnale trasversale, un’ideologia popolare che tuttavia mira, questo è il punto, solamente a edulcorare. E che per fare questo, giocoforza, ha bisogno di un qualunque amaro da correggere.
Un po’ come fosse una bustina ideologica di zucchero in un caffè ideologico di merda, se il paragone ci è concesso. E siccome il caffè è variegato, ha tanti gusti per tutti i gusti, ecco che si spazia dal dolcificare a prescindere al più maturo rito della contestualizzazione, fino all’evergreen che resta e resterà comunque, specie in un posto quale è il nostro, la folgorazione mistica. La folgorazione è puro saccarosio per le masse, e risulta infatti sempre gettonatissima: preferibile (soprattutto più commerciabile) è quella in cui ci si vota a qualche pittoresco santino locale, ma se proprio si vuole optare per il sommo può andare uguale. Per quanto ormai defilato e in minoranza, è pur sempre anche lui un azionista del gruppo, sebbene d’altra levatura.
Un costume, quindi, o piuttosto una divisa, culturale e civile: questo è in pratica il nostro esser bontà, il nostro non voler essere violenza. Parlarne, semmai. E basta. Come a esorcizzare.
Infatti questa cultura evoluta – anche quando a parole la evoca, o addirittura la invoca – in realtà la rifugge, la turpe violenza. Non si sa se per vigliaccheria di rimando, o per reale convinzione. A sentire gli esegeti del Bene lo fa perché “noi siamo figli di una grande civiltà”, eccetera eccetera; e anche se così trascuriamo l’evidenza del fatto che la civiltà sia invece stata, storicamente, (anche) un fatto di violenza, questo non cambia nè le cose né le idee. La parola d’ordine è: al massimo parole; e infatti poi non si tocca nessuno: braccia larghe e anime vuote.
Perché a questa società di finti destri e finti sinistri, castigatori e perdonatori professionisti, in fondo neppure interessa punire; sia con che senza violenza. Anzi. A questa società di figli-di-una-grande-civiltà, finti destri, finti sinistri, castigatori e perdonatori professionisti, oratori imprevedibili, uditori compiacenti, è evidente cosa interessi davvero; e non è l’analisi del torto, né dei suoi rimedi, blandi o estremi che siano.
Ma il pigro lamentare, piuttosto; e il malizioso sputtanare; e leggere, o sentire, o sapere di altrui lamentazioni e sputtanamenti; e per i più avvertiti, possibilmente, camparci sopra. Sono, in genere, questi ultimi, i più grandi figli-di-una-grande-civiltà, e sempre in genere rischiano di diventare onorevoli per forza d’inerzia. Spacciatori di buon senso, da talk, da legislature in serie, se possibile. Così la pensione ce l’hanno di sicuro. Con buona pace dell’orator coglione. Altro che i negretti. Altro che i matti. Altro che civiltà.
Articolo pubblicato il 16.12.2011 su TheFrontPage
venerdì 2 dicembre 2011
Lungimiranza.
Io, dopo aver ascoltato questa canzone, ho capito che mi mancava un pezzo importante.
Chi sa manifestare un concetto evocando un'atmosfera è - di solito - uno bravo.
Ma gli Offlaga di più; gli Offlaga sono geniali, veramente.
In quel circoletto ricavato nella sezione del quartiere Pappagnocca il partito metteva i soldi, la federazione giovanile i giovani, l'A.R.C.I. gli spettacoli. Al giovedì suonavano i cosiddetti "gruppi di base" ...storie improbabili già dal nome: Toro Toro, Taxi Cipango, Far Fronte.
I "Far Fronte" facevano paura solo per quello.
Una sera tocca a una specie di cantautore.
Il fonico dell' A.R.C.I. che lo accompagna è affamato e mentre addenta il panino che gli ho appena preparato anticipa le magnifiche sorti dell'uomo in questione... Io resto in cucina a cucinare, lui appena fuori dalla porta a fonicare. In sala non più di venti persone,sul palco un tizio schivo quanto basta farfuglia cosette al microfono. Lo ascolto con attenzione ma non mi dice niente, mentre il fonico affamato giura che farà una grande carriera.
Sarà, ma il pubblico sparuto del giovedì sera non pare garantirgli un promettente futuro.
Anche il fonico sta lavorando ad un disco in proprio e pure del suo ne dicono un gran bene.
Mi sembrano tutti fuori di testa. Ma dove credete di andare?
Torno in cucina a fare panini per due sedicenti futuri eroi della canzone italiana ridacchiando alle loro spalle di quelle speranze un po' ridicole nel loro grossolano errore di prospettiva.
Ripensando al circoletto, allo sfigato sul palco e al "mangiapane a tradimento" che stava al mixer credo che in quel giovedì sera sia andata poi di lusso quasi a tutti.
E andò che il circolo chiuse assieme alla sezione per far posto ad una pizzeria dal nome insolito. Andò che l' "A.RC.I. spettacoli" organizza spettacoli sempre più grandi.
E il cantautore ha fatto davvero la sua luminosa carriera.
Mentre il fonico si gioca da anni con un modenese il primo posto nell'immaginario collettivo.
Il partito risulta "non pervenuto".
giovedì 17 novembre 2011
Cen.Sure.
In un tempo di massima incertezza, di poche cose possiamo essere sicuri.
Ad esempio delle furberie. E delle paure.
mercoledì 24 agosto 2011
Fenomenologia di Vasco Rossi.
E così, da un mesetto buono, tutto quello che dice Vasco Rossi sulla sua bacheca del social network per eccellenza diventa un caso; e ove caso mai dovesse (come talora capita di vedere su altre bacheche, del resto) annunciarci una pisciatina, anche la pisciata di Vasco sarebbe un caso. O quantomeno ne verrebbe fuori una clip, o un “clippino”, come lo chiama lui. Se questo non è – oggi, nella società della polverizzazione e della totalizzazione mediatica – un assurdo, non saprei allora come meglio definirlo. Specie considerando che alla base della “notizia”, almeno per come viene offerta, c’è davvero poco o nulla.
Certo, ci si può inventare la storia secondo cui Vasco Rossi inviti il pubblico – surrettiziamente – al consumo di prodotti chimici, dalle droghe agli antidepressivi. Ma è un’invenzione, un falso: che quindi non può reggere. Se non per un pomeriggio scarso: cioè prima delle doverose “precisazioni”. Ma quel pomeriggio scarso scandisce giusto il tempo per le “reazioni”. E sono proprio le reazioni il pezzo forte, in questi casi. Altro che le precisazioni. Gente che non ha ascoltato le frasi a cui reagisce (il più delle volte è un politico, e non le ha ascoltate perché nemmeno saprebbe accendere un computer), e naturalmente neppure le precisazioni, raggiunta per telefono o di corsa per strada da solerti cronisti, risponde per le rime al cantante maledetto.
E così gli dice che disprezza la vita. E così gli dice che la salute è una cosa seria. E così conclude: pensi alle canzoni. Il nichilista Vasco torna dunque d’un botto “solo un cantante”, e diventa pretesto: un pretesto per moralizzare, dopo avergli organizzato, e assemblato intorno, discussioni sul nulla. Il minimo che potrebbe fare, lui, è non cadere di nuovo nella trappola. Ma se ci pensasse non sarebbe Vasco, che diamine. E poi per lui questa non è mica una trappola, anzi. Così risponde, reagisce alle reazioni. E come? No, nessun comunicato stampa ufficiale; il video, il “clippino” gli fa di nuovo, lui; di nuovo su Facebook, di nuovo un gioco, una cosa così, appunto come un qualsiasi altro utente. Ma lui è un divo, che diamine; e quindi tutti tornano a stupirsi.
Eppure il divo Vasco è diventato – se poi lo è diventato – divo, sempre tenendosi distante da ogni linea di separazione; sempre offrendosi, invece, ai fan, come uno di loro. Proprio in questo “darsi” egli è stato un paradigma del pop anni ottanta/novanta; sospeso tra un genio evidente, amaro e personale, e un trash impertinente, guascone e popolare. E ora che ogni confine è stato abbattuto (almeno in teoria, almeno per chi lo voglia abbattere) dal web, per niente solleticato – oggi meno che mai – dall’idea di isolarsi, Vasco torna; e si presenta come farebbe lo zio in pensione che ha appena scoperto internet.
E un po’ ti sorprende, come ti sorprenderebbe quello zio: solo che invece di rincoglionirsi, e rincoglionirti con Farmville, lui ti piazza lì il “clippino”: cioè se stesso, strampalato eppure unico, su internet. Ed è chiaro che ti vuole dire qualcosa; ma te la deve dire comunque ed inevitabilmente a modo suo. E questo è il punto: il modo suo è qualcosa che, per quanto cambino le epoche, resta sempre una sintesi – assai rara – di carisma e ingenuità. Piaccia o meno, quest’uomo – stupido solo per gli stupidi – colpisce e affonda ogni convenzione comunicativa con la forza del suo essere e carismaticamente e ingenuamente normale.
Nessun cantante, nessun personaggio pubblico è mai arrivato ad interagire con il proprio pubblico utilizzando Facebook (utilizzandolo davvero, si intende). Sarebbe stata una cosa banale, in fondo, a pensarci; ma, chissà perché, non ci ha pensato nessuno. Così è arrivato lui, che senza perdere tempo ha cominciato a esternare e a postare come il figlio adolescente dei nostri vicini. E tutti a chiedersi: lo fa perché è solo? Lo fa perché è malato? Lo fa per trovare stimoli? Chissà. Questo, tuttavia, non ci riguarda. Piuttosto andrebbe rilevato come quest’uomo, bizzarro eppure normale, ancora una volta rompa con naturalezza gli schemi e faccia capire, meglio di tanti – con quella stessa normalità, ingenua e magnetica – che il mondo è davvero cambiato. Che lui sarà sì sempre il solito matto, che sta sopra le righe e si mangia le parole, ma gli altri (politici “reazionisti”, cacciatori di scoop falsi, falsari, buonisti da comunicato stampa) vivono in un passato che è già morto da un pezzo. Sono stelle comete, che precipitano a mezzo fax.
Articolo pubblicato il 23.8.2011 su TheFrontPage
lunedì 8 agosto 2011
Sarkozy, Lagardère e il privato.
In effetti il video ha fatto molto discutere in tutta la Francia; dove – tuttavia – a far discutere è la stessa credibilità manageriale di Lagardère, video a parte. A capo di un colosso finanziario attivo nell’editoria e nell’aeronautica, Arnaud Lagardère non sarebbe infatti riuscito, come peraltro spesso accade, a mantenere le aspettative che in lui si erano riposte dopo l’uscita di scena del padre (Jean-Luc), fondatore e mente creativa del gruppo. Ma se di figli che non eguagliano i genitori è pieno il mondo, quel che è mal digerito dai francesi è in realtà il fatto che Lagardère non sembri, in effetti, fare molto per tacitare gli scettici, e nemmeno pare dannarsi per trovare giustificazioni convincenti alle proprie mancanze (“J’ai le choix de passer pour quelqu’un de malhonnête ou d’incompétent, qui ne sait pas ce qui se passe dans ses usines. J’assume cette deuxième version“, ebbe a dire qualche tempo fa).
Detto questo, Lagardère è stato virtualmente lapidato per quella che gli si imputa essere stata una figura “patetica”; che, nel guardare adorante (e sbaciucchiare) la compagna – modella e di 28 anni più giovane – secondo la stampa “Il se ridiculise”, “Il se comporte comme un bouffon“, fino alla lettura vagamente freudiana di Libération: “Ce qui est triste, c’est qu’il a l’air d’un bébé sur cette vidéo”. Sì, è vero, Lagardère in qualche momento del servizio sembra inebetito dal sentimento e dal desiderio, e quando sussurra “Non ci sono limiti al nostro amore” può certamente far ridere. Ma come potrebbe far ridere chiunque venga a trovarsi (e a mostrarsi) in una situazione simile: miliardario o meno che sia. Uomo pubblico o meno che sia.
Se di Lagardère è quindi discutibile (e nel senso specifico di “discutibile” più che di “censurabile”) l’esibizione del privato, occupiamoci ora del presidente Sarkozy. Che, come premesso in apertura, è stato il primo a demolire, e con tanta cruenza, l’amico di sempre (quello che – si dice –avrebbe messo a tacere la notizia secondo cui l’ex signora Sarkozy, Cécilia, non sarebbe andata a votare al secondo turno delle presidenziali 2007). Fatto è che Sarkozy, lungi dall’amicizia e dall’eventuale riconoscenza, mostra di non avere nessuna pietà per le debolezze altrui.
Strano per un uomo che, presentatosi come forte, sicuro, nuovo, non è tuttavia riuscito a confermare alcuna di quelle qualità promesse.
Il flirt con l’attuale moglie, mondanizzato fino all’istituzionalizzazione, non è infatti stato certamente meno “discutibile” della performance di Lagardère. E se è vero – come si ipotizza – che il presidente si aggrappi ore alla futura paternità per riconquistare il cuore dei francesi e raggiungere il ballottaggio del maggio 2012, il povero Lagardère è addirittura superato. E l’ammirato Mitterrand sempre più irraggiungibile; ma in tutt’altro senso, evidentemente.
Articolo pubblicato il 7.8.11 su The Front Pagegiovedì 7 luglio 2011
Totti, Enrique e il rinnovamento italiano.
domenica 27 marzo 2011
Progetti e stupori. E mojiti.

"Una serie di autoritratti a New York, completamente nuda. Venti scatti che saranno esposti alla Dash Gallery a Tribeca nella mostra dal titolo "Nue York: Self-Portraits of a Bare Urban Citizen". L'autrice è la fotografa Erica Simone, 25 anni, che si è messa a nudo per raccontare momenti di vita quotidiana nella Grande Mela".
Interessante. Anzi, un "progetto" interessante, perchè la fonte della notizia, Repubblica.it, nella sua homepage rimanda al servizio su Erica Simone, attraverso un'icona che riporta il seguente titolo: "Erica si mette a nudo per le strade di New York - Il progetto". Se non mi stupisco affatto di vedere qualcuno che gira nudo per una metropoli (nel 2011), mi stupisco invece che girare nudi per una metropoli (nel 2011) sia definibile come "progetto", lo confesso. Sarà che sono un provinciale? Certo, probabile. E da provinciale quale sono guardo lo sport in tv, mi nutro di calcio. Anche vintage. Così può capitare che incappi in un Milan-Lazio di tre anni fa, dove, ad un certo punto, con un bel tiro da fuori, segna Zambrotta. Il telecronista Pellegatti, di fede rossonera, esulta e comincia a gridare qualcosa che mi stupisce ben più del gol: "Rum. Lime. Menta. Mojito Zambrotta!" (in realtà è più un Ruuummmm! Laaim! Meeentaa! Mmmmmoooiiito Zambrottaa!!, ma non importa). Il telecronista ripete quattro o cinque volte quel grido, e quell'associazione di nomi e ingredienti (per me) assolutamente inspiegabile. Ricerchina su Google, per rimediare alle mie mancanze, che mi assale il dubbio che in questi ultimi anni io il calcio non l'abbia guardato con l'attenzione dovuta. I miei sospetti trovano conferma: c'è tutta una allucinante lista di soprannomi che il buon Pellegatti pare aver associato all'intera rosa del Milan. Alcuni li conoscevo, altri no. Eccoli:
Christian Abbiati: L'amico dei cirri cumuli / L'amico delle nuvole / Il cacciatore del sole / Il cacciatore della luna / L’amico degli aranci
Dida: Baghera La Pantera
Paolo Maldini: Cuore di drago / Il figlio di Cesare Augusto / La panacea di ogni male / Acciaio e seta / Un discendente della stirpe d’oro / Uno dei fondatori della patria
Marek Jankulovski: MareK forza 5(o 6/7/8/9, a seconda delle volte e dell'enfasi)
Luca Antonini: Le ali della libertà
Philippe Senderos: Quattro passi tra le nuvole / L'iceberg bianco
Giuseppe Favalli: Il Cardinale Mazzarino
Gianluca Zambrotta: Mojito Zambrotta, Rhum & Soda( ? )
Daniele Bonera: Montagna di luce
Kakhaber Kaladze: Zanna Bianca / Il Corriere dello Zar / Il videogioco umano
Alessandro Nesta: Tempesta Perfetta
Mathieu Flamini: La Vie en Rose / Arc de Triomphe / Il console, Il console FLAMINIo
David Beckham: il Principe di Cashmere/ Lord Cashmere
Massimo Ambrosini: Arsenio Lupin / Arsenio 23
Gennaro Gattuso: Graffio dell'Anima / Braveheart / Ringhio / La tigre che ama la carne fresca / La carica dei 101 / L'etiope / Robin Hood / Il Navaho / Raisuli il magnifico signore del Rif / Divieto di sosta / Protezione Civile / Il Vento ed il Leone / Angelo Custode / LukiRino
Kakà: Smoking Bianco / Musica e Magia / Kakazinho / Bambino d'oro
Andrea Pirlo: Trilli Campanellino / Aracne, la tessitrice dell'Asia minore
Clarence Seedorf: Effetto Serra / Willy Wonka / Maitre Chocolatier / Cioccolato Dolce/Amaro
Filippo Inzaghi: Il velociraptor / Alta Tensione / Bounty Killer / Il Rabdomante del goal / Pippo mio - La storia
Alexandre Pato: Come d'Incanto / Come D'incanto Da Andalasia / Il papero
Ronaldinho: L'Eroe del Destino / L'officina del fantastico / Il monarca della luce
Marco Borriello: El Niño,Kiss Kiss Bang Bang
Andriy Shevchenko: L’usignolo di Kiev / Il vento dell'Est / Un pesce veloce / Vento di Passione / Flauto magico / Colui che evoca la musica di Mozart / Il bambi di Kiev
Con una lista così è difficile aggiungere qualcosa, perchè le tracce di genio che emergono dal procurato sconcerto lasciano molti dubbi in chi scrive, sul concetto di bene e di male, nonchè su quello di libero arbitrio. Per non parlare del dubbio più assillante, circa l'ignoto motivo per cui Abbiati sia amico dei cirri cumuli.
Non potrebbe essere altrimenti.
Solo una cosa diventa sicura: quello di Erica è un grande progetto.
domenica 2 gennaio 2011
Il biglietto definitivo.

"Vecchio, stanco, ossessionato dal sospetto di un oscuro malvolere altrui, Carlo Emilio Gadda ricevette un cartoncino d’invito della casa editrice Einaudi. Era una comunicazione anonima, spedita sulla base di un indirizzario standard, che ne sollecitava la presenza a non so quale insignificante dibattito sulla letteratura. Ma l'Ingegnere non poteva credere all'imparziale e cieca automaticità degli uffici di relazioni esterne. "Perché hanno invitato proprio me?", si chiedeva. "Non ci vado. Potrei incontrare Tizio, che mi vuole male, o Caio, che detesto." Gli umori atrabiliari di Gadda erano imperscrutabili. Sottili e distruttive nevrosi traevano nutrimento dai misteri indicibili della vita quotidiana. "Ma se non ci vado - ragionava inquieto fra sé e sé - noteranno la mia assenza. Penseranno a uno sgarbo". Si macerava: "Gli invierò una missiva comunicando che sono malato". Eppure: "Qualcuno potrebbe smentire la mia giustificazione, e ci farei la figura del maleducato, del bugiardo!". Dopo una settimana di torture psicologiche, di ripensamenti, di colossali argomenti via via perfezionati ma alla fine respinti per qualche insopprimibile vizio logico, di scuse sempre più tortuose immaginate e accantonate con crescente disperazione, al colmo di una sofferenza ansiosa che gli levava ogni altro pensiero, l'Ingegnere afferrò carta e penna, preparò la busta indirizzata a Giulio Einaudi editore, proprio lui, via Umberto Biancamano 1, Torino, e scrisse il biglietto definitivo: "Non mi rompete i coglioni. Carlo Emilio Gadda".
Da: Edmondo Berselli, "Il più mancino dei tiri", Mondadori.
domenica 14 novembre 2010
Quando eravamo un po' svizzeri, e senza pensieri.
Quando eravamo bambini i canali televisivi erano pochi. Le Tv commerciali erano agli inizi, e ben più di esse si conoscevano, e si guardavano (almeno sui nostri territori), emittenti solo formalmente straniere: penso principalmente a Tmc (Montecarlo), Koper (Capodistria) e Tsi. Ma non è tutto; ricordo che nel 1984 riuscii addirittura ad assistere, sulla stessa Tv svizzera, ad un Manchester Utd. - Juventus (andata di semifinale Coppa delle Coppe) che la Rai non trasmetteva. Mi ero sentito un ladro, profittandone. Oggi sarebbe impensabile, o quantomeno più laborioso, rimediare così facilmente all'oscuramento. Che a raccontarlo a chi non le ha viste, certe cose, si rischierebbe di non essere creduti.
Quel che stupisce un po' è proprio questo: che nell'epoca globale, dove tutto comunica senza sosta e limite, paradossalmente - anzichè sparire - certi piccoli confini sembrano consolidarsi. Ed esigono strumenti sempre più sofisticati al loro superamento.
In altre parole, ridateci la Tsi e scacciateci i pensieri.




