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lunedì 16 settembre 2013

I ragazzi che si amano (sulla libertà).



Si dice che abbia suscitato scandalo, in Egitto, dove baciarsi per strada è infatti proibito dalla legge, l'immagine di questi due ragazzi abbracciati.
Strano che in un paese in cui per strada addirittura ci si muore, ultimamente, un bacio possa essere considerato tanto severamente.
Ma il male sociale che l'abuso religioso porta in dote è noto, e soprattutto non è nuovo; e la cura del medesimo dovrebbe essere uno dei punti qualificanti di ogni vero programma strategico per l'Africa ed il Medio-Oriente. Ossia una prospettiva, naturalmente pacifica, di laicizzazione vera, di intere aree continentali, a superare quello che è forse il più compiuto ostacolo verso qualsiasi orizzonte democratico.
Forse anche più delle armi.

Fortuna che i ragazzi che si amano, proprio perchè si amano, non hanno tempo per coltivarlo, questo male sociale,
e non ci sono per nessuno.
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove, molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

Splendore che è più luminoso e più forte di ogni idiozia fondamentalista, e del suo inaspettato diffondersi. Che talora anche qui a Occidente, se proprio vogliamo essere obiettivi, esso ha lasciato una amara traccia di sè.
Vero è tuttavia come nemmeno le tracce degli scintillanti lucchetti chiusi sui ponti di mezza Europa, che - almeno in teoria laicamente e liberamente - sigillano amori quanto mai seriali, rappresentino in effetti la miglior icona di libertà.
Sicchè il problema si ingarbuglia, tra religioni vecchie e nuove fedi.
E allora sicuramente occorre reimparare a credere. Ma probabilmente anche un po' ad amare, e prima ancora ad amarla, questa libertà.

venerdì 19 luglio 2013

Le tre di un pomeriggio d'estate del 1982 (Shingo Tamai, altro che Keynes).




Poche storie. Shingo Tamai sta ad Oliver Hutton come lo Stato Nazione ai primi cenni di frammentazione mondialista.
Cominciavano a toglierci democrazia già da bambini, ed è per questo che spesso siamo adulti disaffezionati ai principi.
Dobbiamo tornare alle origini, riscoprire il valore dell'autorità (Teppei Matsuki) e imparare a gettare il cuore oltre l'ostacolo (Oohira Yosuke).
Saremmo migliori.
Terrigni, aspri, disegnati male ma veri. Praticamente dei Superboys.
Che i Superboys se lo mangiano, il Kazakistan, e tagliano il debito pubblico quando vogliono.
Perchè lo vogliono. Sono Superboys.
Shingo Tamai, altro che Keynes.

giovedì 6 giugno 2013

Best days.

Ieri l'altro ho avuto un incarico che mi onora e mi entusiasma.
Ne potete leggere qui.
Sono contento di aver incontrato, in queste ultime (complesse) settimane, in diverse occasioni e per diverse ragioni, molte parti di me; più consapevolezze e un più sano realismo, malgrado le difficoltà; e soprattutto persone che hanno saputo darmi nuovi stimoli e fiducia.
A partire da chi, appunto, e lo ringrazio, ha ritenuto di scegliermi per fare qualcosa che mi piace più di ogni altra: confrontarmi, discutere, e soprattutto costruire luoghi in cui confrontarsi e discutere.
Non mi sembrano, in verità, i migliori giorni della mia vita; ma un giorno o l'altro - chissà - potrei anche accorgermi che lo sono stati, almeno sotto alcuni aspetti "evolutivi", non trascurabili.
Il che oggi parrebbe sorprendente; ma ogni buon destino non ha paura di sorprendere.
Nel male e nel bene.
E ci sorrido su, perchè ho capito che fa bene.
E che non è mai troppo tardi per cominciare.
:-)


If you said 

that these are the best days 
of their lives

lunedì 3 giugno 2013

Valore del non ritorno (vecchie canzoni).




Cadono in questi giorni i 40 anni di Jesus Christ Superstar, inteso come film, diretto da Norman Jewison appunto nel 1973, quale trasposizione sul grande schermo dell'omonimo musical di Rice e Webber. 
La storia di Gesù è certamente densa di significati e simboli, di un'idea unica di fragilità e di forza, e di dolore e di liberazione; in una realizzazione degli anni 70 questi valori e sentimenti inevitabilmente si mescolano con lo spirito libero ed ingenuo di una generazione allora in cerca di molte cose; forse anche troppe, e a volte pure troppo confuse. 
In alcuni momenti del film quelle due fragilità si incontrano e si fondono, in modo palese.
Quando la sorte di Gesù è già segnata, Maria Maddalena e gli apostoli sembrano non credere al precipitare degli eventi.
Sono rappresentati come i ragazzi che in anni bui hanno sognato di trasformare radicalmente realtà profonde, a volte tuttavia senza possederne il senso pieno. Anzi credendo, spesso, che la libertà e la speranza potessero bastare a rovesciare una realtà avara di sogni e comprensione.
E' in quel frangente che si offre uno dei suoi momenti musicali più belli ed intensi dell'opera, intessuto di quella stessa ingenuità di sopra, per cui sarebbe bello - gridano gli amici - "riportare tutto come prima". "Possiamo ricominciare daccapo, per favore?" domandano gli apostoli ad un Gesù voltato di spalle e incammminato verso il proprio destino.
Ma quel destino ha da compiersi, e niente può impedire che ciò accada.
La forza della testimonianza, sia di Cristo come di altri cosiddetti uomini contro (e lui lo era più di chiunque), è che l'uomo contro agisce ed accetta le conseguenze del proprio agire.
Anche nella vita questa regola deve e può diventare un riferimento prezioso, per aiutarsi a trarne - almeno quando si riesca - un senso, ed una dignità del e nel vivere.
Un po' come cantava il Principe, in altri anni e in un'altra canzone,"quando domani ci accorgeremo / che non ritorna mai più niente / ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria".
Ecco, questo, almeno per me, resta il valore più caro e prezioso della vicenda umana di Gesù.
Ed è appunto il motivo per cui questa scena continua ad emozionarmi come quando da bambino, seduto nella platea del cinema Lux di via Alberti, durante la settimana di Pasqua, intuivo - pur con la minima consapevolezza di allora - che a volte poteva anche non esserci ritorno o rimedio. 
Che era un dolore, questo, era un male. Ma era un male che poi poteva diventare Bene.
Occorreva solo capire. O almeno impegnarsi a capire.
E io non avevo ancora sentito parlare nè di Socrate nè di Tommaso Moro, ma quella canzone ormai vecchia serviva a convincermi che si poteva capire. Ed era già qualcosa, era già molto.

giovedì 30 maggio 2013

Come ti chiami, quanti anni hai, mi riconosci?

Vent'anni fa Moretti parlava di Isole, come realtà ideale in cui cercare una velleitaria estraniazione da sè. 
Oggi le cronache riportano echi di fughe improbabili, che diventano impossibili nell'incapacità di capire da cosa, perchè e come si fugga.
L'individuo si polverizza in mille ipotetiche forme e stagioni dell'alienarsi, dichiaratamente sempre alla ricerca di un bene che - a conti fatti - difficilmente sa procurarsi.
Perchè quasi sempre manca l'identificazione di sè.
Nella vita privata e in quella pubblica, negli affetti come nella politica, si esordisce con un Io che è spesso solo supersizione.
Come mi chiamo, quanti anni ho? Mi riconosco?
Moretti parlava di bambini, però è un fatto che prima o poi i bambini crescano.
Non necessariamente con più risposte da dare.

domenica 8 luglio 2012

Italia 90 + 22.


Ventidue anni fa esatti, in queste ore, stava per concludersi il XIV Campionato mondiale di calcio, organizzato per quella edizione in Italia: passerà alla storia, appunto, come "Italia 90". Questo qui sopra è il pupazzo asettico, a metà strada tra il brutto, il simpatico e il grottesco, che fu scelto come mascotte ufficiale. Eravamo, allora, il paese del design (qualcuno dice che lo siamo ancora, ma sembra fede più che convinzione), volevamo stupire: saltò fuori questo mostriciattolo, dal nome Ciao, che ancora sta appeso a qualche mazzo di chiavi, o impresso su qualche vecchio astuccio, nascosto in qualche pezzo di mondo.
Ebbene, in quelle ore che mi separavano dalla finale (una finale che sarebbe stata noiosa come spesso capita ai mondiali, meno agli europei) mi chiedevo se mai più in vita mia avrei vissuto una simile emozione sportiva, un simile coinvolgimento popolare, una simile spensieratezza.
La risposta è no.
Per questo, ancora oggi, malgrado polemiche pregresse e postume sull'organizzazione, che da noi non mancano mai, e mai mancheranno, ho un ricordo bellissimo di Italia 90, di quella Nazionale, di quegli stadi colorati, e di quel mese di festa. Di quelle notti. E me lo tengo stretto.
Con poche immagini. L'inizio. La felicità. La delusione.
 

lunedì 13 febbraio 2012

Te sei te.



Di tutto quello che lessi dopo, questa frase resta la cosa che ricordo di più e meglio.
Una frase che forse conta relativamente poco, per come lui stava e pensava in quel momento.

La sera prima di morire incontra due giovani, in ascensore, all'interno del residence.
Si dicono una serie di cose, alcune di circostanza, altre meno.
Lui ad un certo punto pensa che quelli lo prendano in giro, poi chiariscono.
Mentre parla, diranno poi loro, lui si interrompe e di colpo spara nove parole secche.

Te sei te, e poi non sei più te.

Così dice.
E' uno sparo la cui eco non svanisce.
E' un'amara verità. Come l'averti perso.
Ciao.

giovedì 19 gennaio 2012

Il garantismo è sacro. La conoscenza dei fatti, anche.

Il garantismo è sacro. Ognuno ha diritto a non essere vittima di processi di piazza o di una giustizia che sinistramente si battezzi “esemplare”. E questo vale certamente anche per il Comandante Schettino. Ma le parole, e i gesti, contano; e parlano, e spiegano. E ci spiegano che questo Paese merita senz’altro di meglio di quello che si ascolta e si ascolta fare (e non fare) nelle telefonate tra il Comandante e la Capitaneria di porto di Livorno.
Vero, si può legittimamente obiettare, ed è anche stato fatto, circa l’opportunità di renderle pubbliche, queste conversazioni, ma è altresì evidente come, in questo specifico contesto, non ci si trovi nel tipico “gossip” indebitamente posto a corollario di cronaca di qualche inchiesta penale – magari di matrice politica – e vi sia, invece, 1) un palese interesse pubblico alla conoscenza dei fatti; che se l’ascolto delle telefonate pure non esaurisce, tuttavia – anche solo in parte – consente; 2) una pronosticabile rilevanza giudiziaria di queste stesse registrazioni, che non riguardano cioè questioni private, inopportunamente “date in pasto” al voyeurismo nazionalpopolare.
Per cui no, stavolta a differenza di tanti altri casi non credo proprio che ci si debba scandalizzare per questa pretesa (da alcuni) violazione della privacy. E’, quello della pubblicazione “rubata”, un malcostume italiano che andrebbe senza dubbio corretto, magari con un prudente intervento legislativo, e tuttavia, stavolta – laddove pure vi fosse stata una forzatura – ritengo più opportuno, almeno allo stato, concentrare l’attenzione sul contenuto dei colloqui intercorsi tra il Comandante e la Capitaneria.
Lungi dal volersi creare mostri, che non devono mai esistere, o dal voler indugiare in una stereotipata (e in questo caso fin troppo facile) contrapposizione tra Bene e Male, non può tuttavia sfuggire come in quello che si dicono Schettino e De Falco emergano chiaramente due Italie. Ciascuno si chieda a quale di esse si senta di appartenere, con ciò esercitando una scelta che non deve intendersi retorica, ma motivata e calibrata – io credo – più sull’orgoglio dell’appartenenza – se ancora esiste – che non sulla rassegnazione per un inevitabile, triste declino collettivo.
Declino di cui talora qualcuno non solo sembra compiacersi ma, quel che è davvero discutibile, addirittura voler far compiacere gli altri. E questo in nome di un dichiarato rifiuto dell’ipocrisia che, a conti fatti, pare solo un esercizio, anche un po’ forzato, di nichilismo.

[rielaborazione di "Italy falling", post apparso su SHM il 17.1.12]

Articolo pubblicato il 19.1.12 su TheFrontPage.it con il titolo 
"I due volti dell'Italia"

martedì 17 gennaio 2012

Italy falling.


Prima telefonata tra il Comandante della Costa Concordia e la Capitaneria di porto


Seconda telefonata tra il Comandante della Costa Concordia e la Capitaneria di porto


"Il garantismo è sacro. Ognuno ha diritto a non essere vittima di processi di piazza o di una giustizia che si battezzi "esemplare". E questo vale certamente anche per il Comandante Schettino. Ma le parole, e i gesti, parlano. E dicono che questo Paese merita senz'altro di meglio di ciò che qui si ascolta e si ascolta fare (o non fare).  Vero, si può obiettare, ed è anche stato fatto, circa l'opportunità di renderle pubbliche, queste parole, ma mi pare che in questo specifico caso non ci si trovi nel tipico "gossip" di corollario a qualche inchiesta penale e vi sia, invece, 1) un evidente interesse pubblico a conoscere la verità dei fatti, che se l'ascolto delle telefonate pure non esaurisce, tuttavia - anche solo in parte - consente; 2) una pronosticabile rilevanza giudiziaria di queste stesse registrazioni. Per cui no, stavolta a differenza di tante altre volte non credo che ci sia da scandalizzarsi, tantomeno eccessivamente, per questa pretesa (da alcuni) violazione della privacy. E', quello della pubblicazione "rubata", un malcostume italiano che andrebbe senza dubbio corretto, però stavolta - laddove pure vi fosse stata una forzatura, che io non vedo - credo sia più opportuno concentrarsi sul contenuto. Piaccia o meno emergono chiaramente due Italie. E io so, senza alcun dubbio, a quale di esse voglio continuare ad appartenere"

sabato 31 dicembre 2011

Impressioni.


Nell'ultimo post del 2011 voglio anch'io riprendere quella che è stata definita "la foto più controversa del 9.11". 
Scattata da Thomas Hoepker appunto l’11 settembre 2001, essa ritrae un gruppo di newyorkesi seduti al sole, in un parco di Brooklyn, mentre chiacchierano amabilmente. 
Dietro di loro, del tutto evidente, si consuma il disastro. 
La storia di questa foto è abbastanza complessa, e per chi volesse approfondirla la  racconta il Guardian ; quello che interessa a me, qui, è invece solo rilevare come negli istinti che suscita - molti, ed appunto controversi - vi sia tutto quello che oggi non trova, non riesce a trovare collocazione in un meditato dibattito: cioè autentico, vero, e possibilmente sereno.
Dibattito che non si esaurisca, quindi, nel caso di specie, nello scandalizzarsi per tanta apparente indifferenza (che ci sta, è naturale), nè - alternativamente - nel difendere, stereotipandola, la sacra libertà individuale  (in questo caso a vivere emozioni, e a manifestarle o meno: e ci sta pure quello), nè - infine - nella facoltizzazione di qualche specie di alibi ("e se non avessero visto?") che, in verità, non sembra credibile. 
Commentare a caldo, insomma, "buttare fuori" è legittimo; l'importante è che non finisca tutto lì.
E non è (nel)la foto in questione, il problema, ma solo il pretesto, l'occasione per una piccola nota.

Si parta, sì, dall'impressione ma poi, finalmente, si tenti il ragionamento.
L'unica cosa che, in tutto questo casino, abbia ancora, si, ragione di essere.
Anche perchè - ad essere chiari - di "impressioni", dopo un po', non ce ne facciamo più un cazzo.

Auguri.

venerdì 16 dicembre 2011

Ci salvano gli Uomini. Ci salvano i Rossi.

NICOLA



Lo avevamo già imparato nel 1982.
A noi ci salvano i Rossi.



VASCO


1.50''-2.40''

I negretti e i matti.

Migliori, perbene, cool, castigatori professionisti, perdonatori professionisti, finti destri, finti sinistri. I Buoni. E poi i negretti e i matti.

Fascistoide o meno, un matto è prima di tutto un matto. Però è evidente che esista, non solo in Italia, una feccia razzista e violenta, un cancro – così si dice di solito – “da estirpare“. Di tale fenomeno, tuttavia, almeno da noi, non si comprendono o non si vogliono comprendere mai abbastanza le cause; e neppure si offrono, ad esso, da alcuna parte, adeguati rimedi.

E’ una sera di due anni fa, è una serata molto mondana, è – in altre parole, mescolate – un ‘cool de sac’: cioè di quelle che non vuoi ma devi, perché c’è Tizio, e c’è Caio, le Istituzioni, bella location, bello tutto. Parlotto col vicino di sedia e d’un tratto ascolto l’ospite d’onore, al microfono, allertare i presenti circa il fatto che “i negretti non ci pagheranno certo le pensioni“. Così: testuale, al microfono, durante la non breve né interessante orazione, l’ospite d’onore spara la sua generosa ed imprevista cazzata.

E suscita, dopo un silenzio percepito di due secondi netti, la complice ilarità di molti degli ottimi presenti, e lo sdegno di pochissimi. Il mio vicino, poi, è particolarmente contento: quando ha capito che si poteva ha anche battuto le mani. Si sente a casa, e mi sorride quasi fossi un familiare. Caino, al massimo, vista la compagnia.

La morale non cercatela, perché non c’è; ma se dagli ottimi ed ilari presenti passa il messaggio che il negretto è un parassita, un vezzeggiativo che non vezzeggia e stona col cool, non sarà poi mica azzardato sostener legittimata la feccia anche (e sottolineo, anche) dalla vigliaccheria educata di tante brave persone. Che sono sì tutte educate, perbene, e però lasciano insospettabilmente esprimere in quel modo l’oratore di turno; tollerandolo se non, addirittura, condividendolo. “Però ha ragione”, dice infatti, nel mentre, un’imitazione di signora, scuotendo tette disperatamente robuste.

Ma questo poco importa, in realtà. Importa, invece, se pensi che sono quelle stesse, brave persone a chiedere “reazioni ferme”, “rimedi severissimi”, “pene esemplari” per i delinquenti. E importa che alla fine, tuttavia, malgrado le posizioni verbalmente oltranziste, malgrado i momentanei ed immancabili deliri su pena di morte e amenità varie, malgrado tutte le altre parimenti generose e, stavolta sì, prevedibili cazzate in canna, alla fine – dicevo – importa che queste persone siano, stringi stringi, inibite anch’esse dall’originale, avvolgente e soprattutto coinvolgente mantra nostrano della “non violenza“, del “sì, però”, del “ma riflettiamoci bene”, sino alla resa finale, l’immancabile ed ecumenico allargamento delle braccia. Talora con annesso scrollamento di spalle. Che è poi il vero classico di tutte le brave persone d’Italia, di qualunque provenienza geografica e di qualunque appartenenza politica.

Quello che voleva bruciare il rom, e castrare (“sì, ma solo chimicamente”) il mostro… puff!… basta un’allargatina di braccia dopo lo sfogo tra il primo e il secondo ed è una persona nuova. Che non odia. Che ragiona. Che prende il dolce. Volemose bene. Peace.

L’allargamento delle braccia è un gesto umano, ormai divenuto corporea per quanto scomposta ideologia di bontà; ma una bontà che non è in nulla e per nulla tollerante, anzi. Che non si tollera un bel niente, e si perdona più che altro in serie. E’, insomma, soprattutto una ginnastica morale: ùn-dùe, allargare e poi di nuovo disprezzare: se non è il negretto, qualcun altro si trova sempre. E’ un segnale trasversale, un’ideologia popolare che tuttavia mira, questo è il punto, solamente a edulcorare. E che per fare questo, giocoforza, ha bisogno di un qualunque amaro da correggere.

Un po’ come fosse una bustina ideologica di zucchero in un caffè ideologico di merda, se il paragone ci è concesso. E siccome il caffè è variegato, ha tanti gusti per tutti i gusti, ecco che si spazia dal dolcificare a prescindere al più maturo rito della contestualizzazione, fino all’evergreen che resta e resterà comunque, specie in un posto quale è il nostro, la folgorazione mistica. La folgorazione è puro saccarosio per le masse, e risulta infatti sempre gettonatissima: preferibile (soprattutto più commerciabile) è quella in cui ci si vota a qualche pittoresco santino locale, ma se proprio si vuole optare per il sommo può andare uguale. Per quanto ormai defilato e in minoranza, è pur sempre anche lui un azionista del gruppo, sebbene d’altra levatura.

Un costume, quindi, o piuttosto una divisa, culturale e civile: questo è in pratica il nostro esser bontà, il nostro non voler essere violenza. Parlarne, semmai. E basta. Come a esorcizzare.

Infatti questa cultura evoluta – anche quando a parole la evoca, o addirittura la invoca – in realtà la rifugge, la turpe violenza. Non si sa se per vigliaccheria di rimando, o per reale convinzione. A sentire gli esegeti del Bene lo fa perché “noi siamo figli di una grande civiltà”, eccetera eccetera; e anche se così trascuriamo l’evidenza del fatto che la civiltà sia invece stata, storicamente, (anche) un fatto di violenza, questo non cambia nè le cose né le idee. La parola d’ordine è: al massimo parole; e infatti poi non si tocca nessuno: braccia larghe e anime vuote.

Perché a questa società di finti destri e finti sinistri, castigatori e perdonatori professionisti, in fondo neppure interessa punire; sia con che senza violenza. Anzi. A questa società di figli-di-una-grande-civiltà, finti destri, finti sinistri, castigatori e perdonatori professionisti, oratori imprevedibili, uditori compiacenti, è evidente cosa interessi davvero; e non è l’analisi del torto, né dei suoi rimedi, blandi o estremi che siano.

Ma il pigro lamentare, piuttosto; e il malizioso sputtanare; e leggere, o sentire, o sapere di altrui lamentazioni e sputtanamenti; e per i più avvertiti, possibilmente, camparci sopra. Sono, in genere, questi ultimi, i più grandi figli-di-una-grande-civiltà, e sempre in genere rischiano di diventare onorevoli per forza d’inerzia. Spacciatori di buon senso, da talk, da legislature in serie, se possibile. Così la pensione ce l’hanno di sicuro. Con buona pace dell’orator coglione. Altro che i negretti. Altro che i matti. Altro che civiltà.Inserisci link

Articolo pubblicato il 16.12.2011 su TheFrontPage

venerdì 2 dicembre 2011

Lungimiranza.

Sulla storia e sulle sorti della sinistra italiana si sente e si legge di tutto.
Io, dopo aver ascoltato questa canzone, ho capito che mi mancava un pezzo importante.
Chi sa manifestare un concetto evocando un'atmosfera è - di solito - uno bravo.
Ma gli Offlaga di più; gli Offlaga sono geniali, veramente.




Era un periodo in cui ognuno faceva il suo mestiere: il partito faceva il partito, la federazione giovanile faceva la federazione giovanile, l' A.R.C.I., l' A.R.C.I., i fonici, i fonici.
In quel circoletto ricavato nella sezione del quartiere Pappagnocca il partito metteva i soldi, la federazione giovanile i giovani, l'A.R.C.I. gli spettacoli. Al giovedì suonavano i cosiddetti "gruppi di base" ...storie improbabili già dal nome: Toro Toro, Taxi Cipango, Far Fronte.
I "Far Fronte" facevano paura solo per quello.
Una sera tocca a una specie di cantautore.
Il fonico dell' A.R.C.I. che lo accompagna è affamato e mentre addenta il panino che gli ho appena preparato anticipa le magnifiche sorti dell'uomo in questione... Io resto in cucina a cucinare, lui appena fuori dalla porta a fonicare. In sala non più di venti persone,sul palco un tizio schivo quanto basta farfuglia cosette al microfono. Lo ascolto con attenzione ma non mi dice niente, mentre il fonico affamato giura che farà una grande carriera.
Sarà, ma il pubblico sparuto del giovedì sera non pare garantirgli un promettente futuro.
Anche il fonico sta lavorando ad un disco in proprio e pure del suo ne dicono un gran bene.
Mi sembrano tutti fuori di testa. Ma dove credete di andare?
Torno in cucina a fare panini per due sedicenti futuri eroi della canzone italiana ridacchiando alle loro spalle di quelle speranze un po' ridicole nel loro grossolano errore di prospettiva.
Ripensando al circoletto, allo sfigato sul palco e al "mangiapane a tradimento" che stava al mixer credo che in quel giovedì sera sia andata poi di lusso quasi a tutti.
E andò che il circolo chiuse assieme alla sezione per far posto ad una pizzeria dal nome insolito. Andò che l' "A.RC.I. spettacoli" organizza spettacoli sempre più grandi.
E il cantautore ha fatto davvero la sua luminosa carriera.
Mentre il fonico si gioca da anni con un modenese il primo posto nell'immaginario collettivo.
Il partito risulta "non pervenuto".

giovedì 17 novembre 2011

Cen.Sure.


In un tempo di massima incertezza, di poche cose possiamo essere sicuri.
Ad esempio delle furberie. E delle paure.

mercoledì 24 agosto 2011

Fenomenologia di Vasco Rossi.


C’è qualcosa di sorprendente nel fatto che ormai quotidianamente Vasco Rossi esterni su Facebook tutto quello che gli passa in mente. Ma non per chi scrive, intendiamoci; perché fa esattamente quello che fanno milioni di altri utenti, nello stesso esatto momento in cui lo fa lui. O chi per lui. C’è tuttavia un nutrito gruppo di giornali e di altri siti di informazione che vedono in queste esternazioni – e nella loro frequenza – un fatto strabilante; al punto che sono pronti a fare da eco ad ogni aggiornamento di stato del cantante: che è ora il cantante malato (di una malattia che – ammesso esista – non si conosce), ora il cantante invidioso (che litiga con i colleghi), ora il cantante anti-politico (ultimamente soprattutto contro il governo) e pure un poco anti-clericale.

E così, da un mesetto buono, tutto quello che dice Vasco Rossi sulla sua bacheca del social network per eccellenza diventa un caso; e ove caso mai dovesse (come talora capita di vedere su altre bacheche, del resto) annunciarci una pisciatina, anche la pisciata di Vasco sarebbe un caso. O quantomeno ne verrebbe fuori una clip, o un “clippino”, come lo chiama lui. Se questo non è – oggi, nella società della polverizzazione e della totalizzazione mediatica – un assurdo, non saprei allora come meglio definirlo. Specie considerando che alla base della “notizia”, almeno per come viene offerta, c’è davvero poco o nulla.

Certo, ci si può inventare la storia secondo cui Vasco Rossi inviti il pubblico – surrettiziamente – al consumo di prodotti chimici, dalle droghe agli antidepressivi. Ma è un’invenzione, un falso: che quindi non può reggere. Se non per un pomeriggio scarso: cioè prima delle doverose “precisazioni”. Ma quel pomeriggio scarso scandisce giusto il tempo per le “reazioni”. E sono proprio le reazioni il pezzo forte, in questi casi. Altro che le precisazioni. Gente che non ha ascoltato le frasi a cui reagisce (il più delle volte è un politico, e non le ha ascoltate perché nemmeno saprebbe accendere un computer), e naturalmente neppure le precisazioni, raggiunta per telefono o di corsa per strada da solerti cronisti, risponde per le rime al cantante maledetto.

E così gli dice che disprezza la vita. E così gli dice che la salute è una cosa seria. E così conclude: pensi alle canzoni. Il nichilista Vasco torna dunque d’un botto “solo un cantante”, e diventa pretesto: un pretesto per moralizzare, dopo avergli organizzato, e assemblato intorno, discussioni sul nulla. Il minimo che potrebbe fare, lui, è non cadere di nuovo nella trappola. Ma se ci pensasse non sarebbe Vasco, che diamine. E poi per lui questa non è mica una trappola, anzi. Così risponde, reagisce alle reazioni. E come? No, nessun comunicato stampa ufficiale; il video, il “clippino” gli fa di nuovo, lui; di nuovo su Facebook, di nuovo un gioco, una cosa così, appunto come un qualsiasi altro utente. Ma lui è un divo, che diamine; e quindi tutti tornano a stupirsi.

Eppure il divo Vasco è diventato – se poi lo è diventato – divo, sempre tenendosi distante da ogni linea di separazione; sempre offrendosi, invece, ai fan, come uno di loro. Proprio in questo “darsi” egli è stato un paradigma del pop anni ottanta/novanta; sospeso tra un genio evidente, amaro e personale, e un trash impertinente, guascone e popolare. E ora che ogni confine è stato abbattuto (almeno in teoria, almeno per chi lo voglia abbattere) dal web, per niente solleticato – oggi meno che mai – dall’idea di isolarsi, Vasco torna; e si presenta come farebbe lo zio in pensione che ha appena scoperto internet.

E un po’ ti sorprende, come ti sorprenderebbe quello zio: solo che invece di rincoglionirsi, e rincoglionirti con Farmville, lui ti piazza lì il “clippino”: cioè se stesso, strampalato eppure unico, su internet. Ed è chiaro che ti vuole dire qualcosa; ma te la deve dire comunque ed inevitabilmente a modo suo. E questo è il punto: il modo suo è qualcosa che, per quanto cambino le epoche, resta sempre una sintesi – assai rara – di carisma e ingenuità. Piaccia o meno, quest’uomo – stupido solo per gli stupidi – colpisce e affonda ogni convenzione comunicativa con la forza del suo essere e carismaticamente e ingenuamente normale.

Nessun cantante, nessun personaggio pubblico è mai arrivato ad interagire con il proprio pubblico utilizzando Facebook (utilizzandolo davvero, si intende). Sarebbe stata una cosa banale, in fondo, a pensarci; ma, chissà perché, non ci ha pensato nessuno. Così è arrivato lui, che senza perdere tempo ha cominciato a esternare e a postare come il figlio adolescente dei nostri vicini. E tutti a chiedersi: lo fa perché è solo? Lo fa perché è malato? Lo fa per trovare stimoli? Chissà. Questo, tuttavia, non ci riguarda. Piuttosto andrebbe rilevato come quest’uomo, bizzarro eppure normale, ancora una volta rompa con naturalezza gli schemi e faccia capire, meglio di tanti – con quella stessa normalità, ingenua e magnetica – che il mondo è davvero cambiato. Che lui sarà sì sempre il solito matto, che sta sopra le righe e si mangia le parole, ma gli altri (politici “reazionisti”, cacciatori di scoop falsi, falsari, buonisti da comunicato stampa) vivono in un passato che è già morto da un pezzo. Sono stelle comete, che precipitano a mezzo fax.

Articolo pubblicato il 23.8.2011 su TheFrontPage

lunedì 8 agosto 2011

Sarkozy, Lagardère e il privato.


“Arnaud è stato davvero un idiota ad essersi prestato a questa messa in scena. Quel video è un suicidio pubblico”: è stata a dir poco stupefacente la reazione di Nicolas Sarkozy alla vista del filmato che ritrae il suo amico e sodale Arnaud Lagardère con la fidanzata, in un backstage
fotografico, in atteggiamenti di pura tenerezza (anche se qualche pudicissimo quotidiano nostrano li ha inspiegabilmente targati “hot”).

In effetti il video ha fatto molto discutere in tutta la Francia; dove – tuttavia – a far discutere è la stessa credibilità manageriale di Lagardère, video a parte. A capo di un colosso finanziario attivo nell’editoria e nell’aeronautica, Arnaud Lagardère non sarebbe infatti riuscito, come peraltro spesso accade, a mantenere le aspettative che in lui si erano riposte dopo l’uscita di scena del padre (Jean-Luc), fondatore e mente creativa del gruppo. Ma se di figli che non eguagliano i genitori è pieno il mondo, quel che è mal digerito dai francesi è in realtà il fatto che Lagardère non sembri, in effetti, fare molto per tacitare gli scettici, e nemmeno pare dannarsi per trovare giustificazioni convincenti alle proprie mancanze (“J’ai le choix de passer pour quelqu’un de malhonnête ou d’incompétent, qui ne sait pas ce qui se passe dans ses usines. J’assume cette deuxième version“, ebbe a dire qualche tempo fa).

Detto questo, Lagardère è stato virtualmente lapidato per quella che gli si imputa essere stata una figura “patetica”; che, nel guardare adorante (e sbaciucchiare) la compagna – modella e di 28 anni più giovane – secondo la stampa “Il se ridiculise”, “Il se comporte comme un bouffon“, fino alla lettura vagamente freudiana di Libération: “Ce qui est triste, c’est qu’il a l’air d’un bébé sur cette vidéo”. Sì, è vero, Lagardère in qualche momento del servizio sembra inebetito dal sentimento e dal desiderio, e quando sussurra “Non ci sono limiti al nostro amore” può certamente far ridere. Ma come potrebbe far ridere chiunque venga a trovarsi (e a mostrarsi) in una situazione simile: miliardario o meno che sia. Uomo pubblico o meno che sia.

Se di Lagardère è quindi discutibile (e nel senso specifico di “discutibile” più che di “censurabile”) l’esibizione del privato, occupiamoci ora del presidente Sarkozy. Che, come premesso in apertura, è stato il primo a demolire, e con tanta cruenza, l’amico di sempre (quello che – si dice –avrebbe messo a tacere la notizia secondo cui l’ex signora Sarkozy, Cécilia, non sarebbe andata a votare al secondo turno delle presidenziali 2007). Fatto è che Sarkozy, lungi dall’amicizia e dall’eventuale riconoscenza, mostra di non avere nessuna pietà per le debolezze altrui.

Strano per un uomo che, presentatosi come forte, sicuro, nuovo, non è tuttavia riuscito a confermare alcuna di quelle qualità promesse.

Il flirt con l’attuale moglie, mondanizzato fino all’istituzionalizzazione, non è infatti stato certamente meno “discutibile” della performance di Lagardère. E se è vero – come si ipotizza – che il presidente si aggrappi ore alla futura paternità per riconquistare il cuore dei francesi e raggiungere il ballottaggio del maggio 2012, il povero Lagardère è addirittura superato. E l’ammirato Mitterrand sempre più irraggiungibile; ma in tutt’altro senso, evidentemente.

Articolo pubblicato il 7.8.11 su The Front Page

giovedì 7 luglio 2011

Totti, Enrique e il rinnovamento italiano.

La vicenda che sta monopolizzando l’inizio della stagione della A.S. Roma Calcio, ovvero la tensione sempre più forte tra il simbolo della squadra, Totti, e il nuovo allenatore, lo spagnolo Enrique, appartiene solo in parte alla dimensione calcistica e sportiva. Ai più i fatti saranno noti, ma per chi non seguisse il football li ricapitoliamo.
La Roma – già gravata da una pesante situazione debitoria – nei mesi scorsi è stata acquistata da un fondo di investimenti americano. Circostanza che ha destato un certo scalpore: piuttosto provinciale, in verità, poiché l’ingresso degli yankees nel calcio nostrano segue (ormai di qualche anno) operazioni anche più onerose, perfezionate – sullo scenario europeo – da investitori statunitensi.
I nuovi proprietari della Roma hanno tuttavia voluto alimentare, se possibile, questo scalpore, con l’ingaggio di un tecnico giovane e ambizioso, però del tutto inaspettato: Luis Enrique Martinez Garcia. Ex calciatore spagnolo, poi entrenador delle giovanili del grande Barcellona – club leader a livello mondiale e noto, appunto, per la valorizzazione dei vivai; tuttavia allenatore privo di esperienza a livello di prima squadra. Il quale si è peraltro portato dietro sei connazionali, tra collaboratori e calciatori.
Improvvisamente si sono ritrovate, in seno alla squadra capitolina, esperienze, identità, culture, e sensibilità significativamente differenti. Un mix interessante, ma complesso. Innanzitutto c’è il sogno americano, ricco, visionario e nuovo per definizione; o almeno per l’italiano medio. Altrove, a oriente, si trovano infatti sogni ben più nuovi, più visionari e ormai anche più ricchi di quello, ma essi sono probabilmente meno suggestivi agli occhi di chi , come noi, è cresciuto a pane e Dallas. C’è poi l’appassionata e schietta spregiudicatezza spagnola, che rifiuta ipocrisie ed utilitarismi, e si vota – parliamo di calcio, ma non solo – al bel gioco e al lealismo “a ogni costo”. E quindi c’è il prudente, conservativo, spesso si usa anche dire “razionale” pragmatismo italiano; del quale facendo uso massivo in ambito calcistico, finiamo per non disporre altrove: vedi programmazione economica e roba del genere.
Il calcio però è una cosa seria. Così, se per rimediare a una finanziaria sbagliata c’è sempre un 12 agosto dietro l’angolo, quando si esce da una competizione europea il rimedio non c’è. Che accada il 25 di agosto, poi, è intollerabile. E che accada dopo aver tolto dal campo il simbolo, romano, della Roma, pare addirittura imperdonabile.
I fatti: dopo aver perso contro un avversario modesto (lo Slovan di Bratislava) nella gara di andata, la Roma è stata eliminata non riuscendo a ribaltare, in casa, al ritorno, il risultato; non solo: nell’ultimo quarto d’ora di partita l’allenatore ha sostituito Totti, che sta alla Roma come il Papa sta a San Pietro, affidando le residue speranze a una formazione sperimentale che è stata poi da molti definita – peraltro non a torto – “troppo inesperta e non all’altezza”.
Al termine, come è facile prevedere, la stampa e i tifosi si sono scatenati contro Enrique. Il quale, in verità, ha avuto una reazione sorprendente: dimostrandosi per nulla pentito delle scelte,  ma soprattutto ancor meno preoccupato di dover spiegazioni al leader della sua squadra. Anche perché, lo ha detto e lo ripete, per lui “Totti è uno come gli altri”. Bum! Così, nel giro di poche settimane le culture che compongono l’inedito melting pot romanista sembrano già entrate in conflitto. O almeno lo sono quelle europee, le più competenti in ambito calcistico, mentre la dirigenza a stelle e strisce sembra assistere distrattamente alla querelle originata; e se poi fosse vero – come si insinua – che essa veda in Totti soprattutto uno strumento da marketing, si dimostrerebbe assai meno innovatrice di quanto voglia apparire.
In realtà la questione, come già si diceva in apertura, ha natura solo marginalmente calcistica. In realtà la questione è che c’è un totem, un Dio, un pezzo di storia di una città e dello sport nazionale. Sta appeso in foto nelle camerette di centinaia di migliaia di ragazzi, sta in tv, sta nei nostri discorsi, è nella nostra vita. Il nuovo proprietario della Roma ha detto che è “il più forte calciatore italiano dell’ultimo mezzo secolo”, però forse non sa chi fossero Gianni Rivera e Roberto Baggio.
Incidentalmente – tuttavia – questo totem, questo Dio, è anche un uomo. Di 35 anni di età. Già da alcuni ha smesso con la Nazionale, per propria scelta. Ha ancora forze, naturalmente, ma naturalmente meno di prima. Ha ancora molti colpi, ma naturalmente meno di prima. Ha tutto, agonisticamente, meno di prima. E una società che decida – a torto o a ragione –  di rinnovarsi completamente, di affidarsi allo specialista del calcio “giovane”, consegnandogli una scommessa tutta da giocare e piena di incognite (ma, vista la conclusione del calciomercato, adesso c’è anche qualche certezza) non può non averci pensato. Nel momento, poi, in cui assume proprio un tipo come Enrique, asturiano chiaro e aspro come il sidro, e nel momento in cui accetta – come pare aver fatto – le sue richieste sulla libertà di conduzione tecnica, deve per forza averci pensato.
E’ chiaro ed evidente a tutti che Totti non può essere – con 35 anni – il futuro della Roma, però forse sarebbe stato opportuno essere più espliciti, da subito, sul punto. Nonché più rispettosi: e del totem e dell’uomo. Ma la strada è segnata. E gli ultimi acquisti, giovani e competitivi, la segnano – se possibile – ancora di più. Laddove si pensasse di tornare indietro, ciò sarebbe inquietante prima che fallimentare: perché significherebbe che il sistema italiano di cristallizzazione dell’esistente si è ormai propagato ben oltre il livello politico, che per primo ha toccato e condizionato (di fatto, in tal modo, necrotizzandolo). Vero è che il nostro è un Paese sempre più povero di simboli, ma questo non giustifica l’aggrapparsi al passato pure quando sia poco ragionevole.
Può essere opportuno, in conclusione, citare un precedente: idealmente utile a smontare un caso che in questo è – sì – davvero molto italiano. A Madrid, l’anno passato, similmente a quel che accade oggi a Roma, il totem di casa, Raul Blanco, si vide chiuso – proprio come Totti – da un nuovo progetto tecnico, affidato a Josè Mourinho. Risultato: Raul si trasferì a Gelsenkirchen, portando lo Schalke 04 alle semifinali di Champions League. Forse una nuova sfida, altrove da Roma, sarebbe arricchente anche per lo stesso Totti: che è e resta un grande giocatore. E forse sarebbe utile a favorire, a Roma, una mescolanza laica (senza più totem, e senza papi) e rinnovatrice, che potrebbe essere di buon esempio. Non solo al mondo del calcio.

domenica 27 marzo 2011

Progetti e stupori. E mojiti.


"Una serie di autoritratti a New York, completamente nuda. Venti scatti che saranno esposti alla Dash Gallery a Tribeca nella mostra dal titolo "Nue York: Self-Portraits of a Bare Urban Citizen". L'autrice è la fotografa Erica Simone, 25 anni, che si è messa a nudo per raccontare momenti di vita quotidiana nella Grande Mela".

Interessante. Anzi, un "progetto" interessante, perchè la fonte della notizia, Repubblica.it, nella sua homepage rimanda al servizio su Erica Simone, attraverso un'icona che riporta il seguente titolo: "Erica si mette a nudo per le strade di New York - Il progetto". Se non mi stupisco affatto di vedere qualcuno che gira nudo per una metropoli (nel 2011), mi stupisco invece che girare nudi per una metropoli (nel 2011) sia definibile come "progetto", lo confesso. Sarà che sono un provinciale? Certo, probabile. E da provinciale quale sono guardo lo sport in tv, mi nutro di calcio. Anche vintage. Così può capitare che incappi in un Milan-Lazio di tre anni fa, dove, ad un certo punto, con un bel tiro da fuori, segna Zambrotta. Il telecronista Pellegatti, di fede rossonera, esulta e comincia a gridare qualcosa che mi stupisce ben più del gol: "Rum. Lime. Menta. Mojito Zambrotta!" (in realtà è più un Ruuummmm! Laaim! Meeentaa! Mmmmmoooiiito Zambrottaa!!, ma non importa). Il telecronista ripete quattro o cinque volte quel grido, e quell'associazione di nomi e ingredienti (per me) assolutamente inspiegabile. Ricerchina su Google, per rimediare alle mie mancanze, che mi assale il dubbio che in questi ultimi anni io il calcio non l'abbia guardato con l'attenzione dovuta. I miei sospetti trovano conferma: c'è tutta una allucinante lista di soprannomi che il buon Pellegatti pare aver associato all'intera rosa del Milan. Alcuni li conoscevo, altri no. Eccoli:

Christian Abbiati: L'amico dei cirri cumuli / L'amico delle nuvole / Il cacciatore del sole / Il cacciatore della luna / L’amico degli aranci
Dida: Baghera La Pantera
Paolo Maldini: Cuore di drago / Il figlio di Cesare Augusto / La panacea di ogni male / Acciaio e seta / Un discendente della stirpe d’oro / Uno dei fondatori della patria
Marek Jankulovski: MareK forza 5(o 6/7/8/9, a seconda delle volte e dell'enfasi)
Luca Antonini: Le ali della libertà
Philippe Senderos: Quattro passi tra le nuvole / L'iceberg bianco
Giuseppe Favalli: Il Cardinale Mazzarino
Gianluca Zambrotta: Mojito Zambrotta, Rhum & Soda( ? )
Daniele Bonera: Montagna di luce
Kakhaber Kaladze: Zanna Bianca / Il Corriere dello Zar / Il videogioco umano
Alessandro Nesta: Tempesta Perfetta
Mathieu Flamini: La Vie en Rose / Arc de Triomphe / Il console, Il console FLAMINIo
David Beckham: il Principe di Cashmere/ Lord Cashmere
Massimo Ambrosini: Arsenio Lupin / Arsenio 23
Gennaro Gattuso: Graffio dell'Anima / Braveheart / Ringhio / La tigre che ama la carne fresca / La carica dei 101 / L'etiope / Robin Hood / Il Navaho / Raisuli il magnifico signore del Rif / Divieto di sosta / Protezione Civile / Il Vento ed il Leone / Angelo Custode / LukiRino
Kakà: Smoking Bianco / Musica e Magia / Kakazinho / Bambino d'oro
Andrea Pirlo: Trilli Campanellino / Aracne, la tessitrice dell'Asia minore
Clarence Seedorf: Effetto Serra / Willy Wonka / Maitre Chocolatier / Cioccolato Dolce/Amaro
Filippo Inzaghi: Il velociraptor / Alta Tensione / Bounty Killer / Il Rabdomante del goal / Pippo mio - La storia
Alexandre Pato: Come d'Incanto / Come D'incanto Da Andalasia / Il papero
Ronaldinho: L'Eroe del Destino / L'officina del fantastico / Il monarca della luce
Marco Borriello: El Niño,Kiss Kiss Bang Bang
Andriy Shevchenko: L’usignolo di Kiev / Il vento dell'Est / Un pesce veloce / Vento di Passione / Flauto magico / Colui che evoca la musica di Mozart / Il bambi di Kiev

Con una lista così è difficile aggiungere qualcosa, perchè le tracce di genio che emergono dal procurato sconcerto lasciano molti dubbi in chi scrive, sul concetto di bene e di male, nonchè su quello di libero arbitrio. Per non parlare del dubbio più assillante, circa l'ignoto motivo per cui Abbiati sia amico dei cirri cumuli.

Non potrebbe essere altrimenti.

Solo una cosa diventa sicura: quello di Erica è un grande progetto.

domenica 2 gennaio 2011

Il biglietto definitivo.


Rileggo e posto, per piacere e dovere:

"Vecchio, stanco, ossessionato dal sospetto di un oscuro malvolere altrui, Carlo Emilio Gadda ricevette un cartoncino d’invito della casa editrice Einaudi. Era una comunicazione anonima, spedita sulla base di un indirizzario standard, che ne sollecitava la presenza a non so quale insignificante dibattito sulla letteratura. Ma l'Ingegnere non poteva credere all'imparziale e cieca automaticità degli uffici di relazioni esterne. "Perché hanno invitato proprio me?", si chiedeva. "Non ci vado. Potrei incontrare Tizio, che mi vuole male, o Caio, che detesto." Gli umori atrabiliari di Gadda erano imperscrutabili. Sottili e distruttive nevrosi traevano nutrimento dai misteri indicibili della vita quotidiana. "Ma se non ci vado - ragionava inquieto fra sé e sé - noteranno la mia assenza. Penseranno a uno sgarbo". Si macerava: "Gli invierò una missiva comunicando che sono malato". Eppure: "Qualcuno potrebbe smentire la mia giustificazione, e ci farei la figura del maleducato, del bugiardo!". Dopo una settimana di torture psicologiche, di ripensamenti, di colossali argomenti via via perfezionati ma alla fine respinti per qualche insopprimibile vizio logico, di scuse sempre più tortuose immaginate e accantonate con crescente disperazione, al colmo di una sofferenza ansiosa che gli levava ogni altro pensiero, l'Ingegnere afferrò carta e penna, preparò la busta indirizzata a Giulio Einaudi editore, proprio lui, via Umberto Biancamano 1, Torino, e scrisse il biglietto definitivo: "Non mi rompete i coglioni. Carlo Emilio Gadda".

Da: Edmondo Berselli, "Il più mancino dei tiri", Mondadori.

domenica 14 novembre 2010

Quando eravamo un po' svizzeri, e senza pensieri.

Quando eravamo bambini i canali televisivi erano pochi. Le Tv commerciali erano agli inizi, e ben più di esse si conoscevano, e si guardavano (almeno sui nostri territori), emittenti solo formalmente straniere: penso principalmente a Tmc (Montecarlo), Koper (Capodistria) e Tsi.
La Tsi, acronimo di televisione della svizzera italiana, era tra esse senza dubbio quella con la programmazione più qualificata. Una programmazione che rimane nella memoria di molti di noi, e da cui affiorano ricordi condivisi e popolari, che oggi più che mai hanno il gusto di un rimpianto: di sobrietà, di misura, e - perchè no? - di innocenza. Tra le sei e le sette di sera, in autunni nebbiosi ed inverni freddi, questo era - tra gli altri - un appuntamento imperdibile:




Ma non è tutto; ricordo che nel 1984 riuscii addirittura ad assistere, sulla stessa Tv svizzera, ad un Manchester Utd. - Juventus (andata di semifinale Coppa delle Coppe) che la Rai non trasmetteva. Mi ero sentito un ladro, profittandone. Oggi sarebbe impensabile, o quantomeno più laborioso, rimediare così facilmente all'oscuramento. Che a raccontarlo a chi non le ha viste, certe cose, si rischierebbe di non essere creduti.

Quel che stupisce un po' è proprio questo: che nell'epoca globale, dove tutto comunica senza sosta e limite, paradossalmente - anzichè sparire - certi piccoli confini sembrano consolidarsi. Ed esigono strumenti sempre più sofisticati al loro superamento.

In altre parole, ridateci la Tsi e scacciateci i pensieri.