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martedì 30 novembre 2010

Piena di vita.


Anche una morte può essere piena di vita.

A Mario Monicelli (1915-2010)

sabato 27 novembre 2010

In mare aperto, verso.


Anche quando era tra le braccia di Calypso, Ulisse sapeva comunque di dover ripartire.

Arrivare là dove si deve arrivare, è un sentire che si fa sentimento, che si fa necessità, quindi si fa azione.

Anche a costo di trovarsi in mare aperto, e con il rischio di naufragare.

Ma un naufragio verso il dove devi essere è un pericolo tollerabile. In un certo senso esaltante.

Annegare in un ordinario certo, anonimo e vuoto, quello sì che è insopportabile.

martedì 23 novembre 2010

Cara Mara.


Cara Mara,

ho appreso con piacere la notizia che Ti descrive in uscita dal Popolo della Libertà.

Dici, però, che vuoi "mollare tutto", anche il Parlamento. E questo, sai, mi procura un doppio piacere: perchè non si assiste spesso all'annuncio di un simile addio; così perentorio, definitivo, irrimediabile. E totale.

E sarà appunto proprio perchè trovo che in tutto ciò che è perentorio, definitivo, irrimediabile e totale, vi sia - in fondo - una rara forza attrattiva, quasi una sensualità dell'annullamento, che apprezzo molto le Tue parole, la Tua risolutezza azzeratrice, che immagino consapevole.

Ora, però, resta un passo.
Che quel che di più sensuale vi è in ogni addio annunciato, è il suo silente e non rimandato compimento.

lunedì 22 novembre 2010

Massimo Cacciari: "20 anni di diseducazione di massa"


Questa volta non sarò originale.
Segnalo questa recente intervista di M.C., il cui pensiero sottoscrivo integralmente.

«L'era di Silvio Berlusconi ha avuto un'influenza tremenda soprattutto nella testa della gente, nella società civile. Sono stati 20 anni di diseducazione di massa, che per certi aspetti hanno avuto addirittura influenze antropologiche. Ma è chiaramente finita e questo ci fa tirare un respiro di sollievo». Per il professore di estetica presso la facoltà di Filosofia dell'Università "San Raffaele" di Milano Massimo Cacciari, nonché ex sindaco di Venezia, il fallimento è riferibile ad «un'intera stagione politica del nostro Paese».

***

Le cronache raccontano di un'Italia travolta: tra alluvioni, migranti sulle gru, tagli alla cultura e privatizzazione dei beni comuni. La politica, poi, è pervasa da scandali privati e processi giudiziari. Sembra uno scenario da crisi dell'impero. Crede che da questa periferia si possano udire echi di una rinascita?
«È una lunga transizione-decadenza che continua dalla caduta del muro di Berlino e da tangentopoli. L'Italia non è riuscita ad aprire una nuova fase, una vera costituente con partiti seri, leadership valide e consistenti da tutti i punti di vista: non solo da quello strategico programmatico, ma anche da quello morale ed etico. Dopodiché, in qualche modo se ne uscirà: non c'è un'apocalisse nel nostro futuro. Certamente i due soggetti che hanno condotto in modo così sciagurato la fase di transizione a partire dall'inizio degli anni '90, dovranno in una forma o nell'altra tornarsene a casa, tutti».

Si può quindi parlare di fallimento?
«Certo, è non è di questo o di quello, ma di un'intera stagione politica del nostro Paese. Quindi bisognerà vedere - e sarà ancora una lunga attesa temo - chi sarà in grado, in una sana dialettica democratica, di creare quel patto fondamentale di base intorno alle riforme assolutamente indispensabili, agli interventi assolutamente prioritari che possa permetterci il riavvio».

Quando si chiuderà l'era della decadenza?
«Non so quando avverrà. Il problema adesso, evidente a tutti, è la decostruzione e lo smontaggio dei vecchi poli, dei vecchi soggetti: i poli intorno a Berlusconi (e lui solo) nella destra e i vari poli ulivisti nella sinistra. Occorre smontare queste pseudo forze di governo e vedere se, intorno a soggetti che si stanno liberando da questi pseudo poli o nuovo soggetti, se è possibile una nuova centralità. È evidente è che siamo in una fase di piena di decostruzione della seconda Repubblica. E va bene, è molto positivo perché i soggetti che hanno operato in questa seconda repubblica si sono dimostrati tutti non all'altezza del bisogno».

La conclusione dell'era berlusconiana potrebbe essere giunta. Ma quanto il suo metodo ha condizionato il concetto stesso di politica in Italia?
«L'era di Silvio Berlusconi ha avuto un'influenza tremenda soprattutto nella testa della gente, nella società civile. Sono stati 20 anni di diseducazione di massa, che hanno avuto anche influenze antropologiche, per certi aspetti. Ma è chiaramente finito e questo ci fa tirare un respiro di sollievo. Il futuro dipenderà dal realismo con cui le forze in campo, che ancora hanno sale in zucca sia nel Pdl che nel Pd, registreranno il fallimento e si metteranno in movimento per creare nuove aggregazioni. Nascerà allora un patto costituente sulle riforme fondamentali per le quali il Paese non può più aspettare. Dalla riforma della scuola e della formazione, a quella pensionistica, al welfare, al federalismo in senso costituzionale. Bisognerà vedere se ancora vi sono energie in questo Paese spendibili per una politica in grande».

Intervista di Valentina Venturi del 12.11.2010 per:

(link)

sabato 20 novembre 2010

Usa l'immaginazione.

Dalla cucina alla musica, alla politica; dal costruire case al demolire film; dal sentire un libro al descrivere una voce; l'immaginazione è la diga che contiene il rassegnarsi.


Un video trovato per caso, molto semplice e immaginifico.

giovedì 18 novembre 2010

Vero centrosinistra.


Centrosinistra è una parola. Centrosinistra sono (almeno) due significati.

Ve ne è uno originale, storico; ed un altro, contestuale, legato ai tempi recenti.

Quello storico racconta di governi - appunto "di centrosinistra" - in cui leader e personalità che non si ricordano certo radicali ed estreme hanno costruito coalizioni ed esecutivi ad essi affini, volti a realizzare programmi ispirati a valori di progresso sociale e solidarietà.

Quello recente descrive (almeno molto spesso) semplici e banali ammucchiate elettorali, dove radicalismi sinistrorsi (o sedicenti tali) che mai avrebbero - da soli - alcuna prospettiva di leadership, si aggregano disperatamente a "centri", meglio se non troppo grandi e condizionanti, e a gruppi di potere, per ottenere una indispensabile legittimazione.

Nel primo caso il centrosinistra ha scritto - possiamo rivendicarlo con orgoglio - la storia migliore di questo Paese.
Nel secondo, invece, ne ha assecondato e accompagnato - al pari del berlusconismo e di una (ugualmente) distorta ed impropria idea di "centrodestra" - un tramonto malinconico e inarrestabile.

Scegliere in quale di queste due opzioni riconoscersi per il futuro non parrebbe, all'apparenza, difficile. Specie in un momento tanto delicato.
Non è così, invece.
La lezione sembra infatti non del tutto chiara, comunque non ancora sufficiente.

C'è infatti chi pensa di poter ancora giocare con le parole, con la storia, e - in definitiva - con l'Italia.
Questa volta, tuttavia, un errore potrebbe essere realmente fatale. Sicchè va impedito.
Come? Con gli uomini, le idee, e la cultura della responsabilità. Con lo spirito vero, autentico, storico, di centrosinistra; e con un po' di quel coraggio riformista che ne ha informato le scelte. Scelte che hanno fatto l'Italia. Un'Italia che ci piaceva, e si piaceva.

domenica 14 novembre 2010

Quando eravamo un po' svizzeri, e senza pensieri.

Quando eravamo bambini i canali televisivi erano pochi. Le Tv commerciali erano agli inizi, e ben più di esse si conoscevano, e si guardavano (almeno sui nostri territori), emittenti solo formalmente straniere: penso principalmente a Tmc (Montecarlo), Koper (Capodistria) e Tsi.
La Tsi, acronimo di televisione della svizzera italiana, era tra esse senza dubbio quella con la programmazione più qualificata. Una programmazione che rimane nella memoria di molti di noi, e da cui affiorano ricordi condivisi e popolari, che oggi più che mai hanno il gusto di un rimpianto: di sobrietà, di misura, e - perchè no? - di innocenza. Tra le sei e le sette di sera, in autunni nebbiosi ed inverni freddi, questo era - tra gli altri - un appuntamento imperdibile:




Ma non è tutto; ricordo che nel 1984 riuscii addirittura ad assistere, sulla stessa Tv svizzera, ad un Manchester Utd. - Juventus (andata di semifinale Coppa delle Coppe) che la Rai non trasmetteva. Mi ero sentito un ladro, profittandone. Oggi sarebbe impensabile, o quantomeno più laborioso, rimediare così facilmente all'oscuramento. Che a raccontarlo a chi non le ha viste, certe cose, si rischierebbe di non essere creduti.

Quel che stupisce un po' è proprio questo: che nell'epoca globale, dove tutto comunica senza sosta e limite, paradossalmente - anzichè sparire - certi piccoli confini sembrano consolidarsi. Ed esigono strumenti sempre più sofisticati al loro superamento.

In altre parole, ridateci la Tsi e scacciateci i pensieri.

venerdì 12 novembre 2010

Gli outsider, l'attimo che non torna - About Mark Webber.


Tifo Mark Webber. Che dei tre pretendenti al Mondiale di F1 (in palio nel weekend ad Abu Dhabi) è di certo il meno talentuoso, il meno vittorioso e - cosa non secondaria - il più vecchio. La squadra non lo ha aiutato, il compagno nemmeno (ma questo si capisce di più), e di tifosi - almeno per i circuiti - non ne ha moltissimi.
Webber non è un campione con l'innatismo trascinante del campione. Webber è un crescendo metodico giunto adesso al punto più elevato. E, quasi sicuramente, irripetibile.
La sua situazione è simile a quella di Jenson Button, nella passata stagione: un imprevisto underdog a giocarsela con prevedibili predestinati.
Se a Button andò - infine - bene, spero che a Webber tocchi domenica identica sorte. Ma quel che sarà da lunedì è, in ogni caso, un destino complesso e singolare, che già descrissi (bene o male) per Button, e che riguarda certi tipi di uomini.
Cioè gli outsider.
Cioè gli uomini che inseguono, comunque.
Che può capitare che vincano; oppure che arrivino lì, a un passo.
Ma è una volta, è un attimo. E quasi sempre non torna.

giovedì 11 novembre 2010

Repressione.



Ultima scena de "Un borghese piccolo piccolo" (1977), noto e bellissimo lungometraggio di Mario Monicelli: il protagonista (Alberto Sordi), uomo normale, quasi banale, dopo aver rintracciato, inseguito, torturato e infine ucciso l'assassino del figlio, incomincia a pedinare un tizio che gli ha riservato una risposta scortese. L'epilogo è, quindi, solo suggerito nella sua - a quel punto anch'essa quasi banale - mostruosità. Ma basta e avanza, allo spettatore.
Perchè il personaggio è ormai chiaramente entrato nella spirale di una violenza senza logica, senza controllo, e senza confini. Persino senza nemici, in qualche modo; o, almeno, senza la precisione di un nemico. Che il nemico è ovunque, perchè il male è ovunque.
Erano 33 anni fa; quel periodo, si diceva e si dice ancora, è stato un tempo particolarmente feroce. Di una violenza folle e inusitatamente feroce; una violenza sociale.
Diffusa "tra di noi". Tra persone "normali". Ovvero libere di sentirsi tali.

Oggi le agenzie di stampa battono la notizia della scomparsa di Luca, tassista milanese di 45 anni: ennesima vittima di una nuova stagione di violenza; di nuovo senza ragioni, controllo e confini: che tanto assomiglia, appunto, a quella di quel tempo trascorso.
Quando, si racconta, "avevamo paura anche a camminare per strada"; quando nessun luogo sembrava sicuro. Quando il male era ovunque. Improvviso e devastante.

E saper morire un uomo, dopo trentuno giorni di coma, dopo che è stato massacrato per aver investito un cane, riporta a quell'idea di male. Feroce quanto illogico, e dilagante.
E dilagante, di nuovo, in quanto sociale.

Quali rimedi?

Oggi, come allora, certamente servirà l'analisi (appunto sociale) del problema. Indispensabile, intendiamoci.
Ma, oggi come allora, un'analisi che non contempli una reazione adeguata, da parte dello Stato, ci porterà poco lontano.

Repressione: è una parola che dobbiamo ritornare a considerare, legittimare, e usare. Anche a sinistra.
Perchè la vita, la storia, passate e presenti, non sono sempre edulcorabili.
Bisogna parlare del male, e contrastarlo. A partire - sì - da una stessa, distorta, ottusa idea di libertà.
Perchè la stessa normalità, lasciata troppo libera di interpretarsi, può diventare mostruosa.
O forse, anzi, lo è già.

lunedì 8 novembre 2010

sabato 6 novembre 2010

Una donna tutta sola.


Una donna tutta sola. Così si intitolava il film di Paul Mazursky che nel 1978 consacrò Jill Clayburgh come star di Hollywood. Sembrava che quel titolo, per quanto italianizzato, la rappresentasse bene. La Clayburgh esprimeva infatti, nello sguardo, la languidità della solitudine; un pò come dire "la sensualità delle vite disperate" che fotografò, cantandola, Conte, per quanto lei la sfumasse nell'ironia. Scomparsa oggi, la Clayburgh resterà nell'immaginario collettivo l'attrice americana degli anni Settanta, insieme a Faye Dunaway. Fece moltissimi film, e rappresentò il suo tempo, incarnandone gli entusiasmi e le angosce. A volte profondi, a volte effimeri. Il tempo dopo cercò altri sguardi, per altri film.

giovedì 4 novembre 2010

Memoria di Superpippo.


Non mi piace come gioca. E non mi è mai stato simpatico.
Ma segna sempre lui.
Anzi, el segna semper lu.
Anche ieri.
E solo questo conta; e ormai sono vent'anni che conta.

Inzaghi detto Pippo (o Superpippo, per chi mastica Nietzsche) è a fine carriera. Ormai è già qualche anno che è a fine carriera, a dirla tutta. Ma la sostanza non cambia.
E la sostanza si chiama gol; poi una smorfia: un grido; un agitarsi complesso, e scomposto del corpo. Che così vive.
Che il bomber vive, così; così esorcizzando la fine a scarpate in rete.

Inzaghi ricorda altri grandi bomber del passato, altre facce che non se ne andavano, palloni che entravano.
Duri a morire.
Mi viene in mente, per esperienza diretta, l'ultimo splendido Spillo Altobelli. Talmente essenziale da sembrare sensuale.
O l'immortale Santillana, venti minuti e due gol, re di coppa di un Real minore.
E che dire di Edward Paul Sheringham? Detto impropriamente Teddy, più propriamente ribattezzato Sceriffo, dopo 34 anni di goal (è inglese) a caterve, agguanta quello della vita al minuto 93 della partita della vita.

Niente da fare, se il calcio vive - ne sono certo - è per queste cose qui.
Non è per uno schema (anche se pure quelli servono), non è per gli special ones (anche se alcuni di loro dei meriti ce li hanno), nè per il packaging ossessivo di tornei e trasmissioni tv (quello proprio non mi interessa).
Se il calcio vive ancora è sempre e solo un fatto di uomini.
Facce che non se ne vanno.
Palloni che entrano.
E che con la linea bianca scavalcano epoche, generazioni.
Arrivando a quella memoria in cui anche il Superpippo merita bene, infine, di consegnarsi.

martedì 2 novembre 2010

"Come un cane senza padrone" / 2.11.1975, Pasolini.


Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d'altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, dove sono vissuti i fratelli. Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l'Appia come un cane senza padrone. O guardo i crepuscoli, le mattine su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, come i primi atti della Dopostoria, cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, dall'orlo estremo di qualche età sepolta. Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta. E io, feto adulto, mi aggiro più moderno di ogni moderno a cercare fratelli che non sono più.

[ASCOLTA]

Nella foto: Pier Paolo Pasolini a Monte Testaccio, autunno 1961

lunedì 1 novembre 2010

Ruby resta Ruby.



Capita che col passare degli anni un cognome, e a volte addirittura un cognome ed un nome, passino in sorte - all'anagrafe e nell'immaginario collettivo - a soggetti assai meno significativi ed interessanti degli originali. Così può ben comprendersi come solo a un matto possa venire in mente che Paolo Rossi sia un comico; e così, allo stesso modo, solo un superficiale può credere che Armstrong sia un ciclista, o che Ferrari sia l'attrice.

Questo per dire che anche Ruby resta Ruby, malgrado tutto.