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lunedì 31 gennaio 2011

John Barry, la sua musica.

Dopo Tony Curtis un'altra colonna di The Persuaders! se ne va.
Ma la musica di John Barry non è stata solo quella di Attenti a quei due; ha segnato quarant'anni di cinema, di domeniche, di Natali; ha riempito le stanze delle case, nel mondo, i pomeriggi e le sere di un'epoca, e le sue atmosfere: che lui sapeva rendere sofisticate senza espedienti o furberie. Questo era John Barry.

domenica 30 gennaio 2011

Ipocrazia.


"Gli Stati Uniti lotteranno per il diritto di parola, si associazione e di riunirsi per manifestare, ovunque. Mi appello affinché il governo inverta le azioni di interferenza su Internet, servizi cellulari e social network che connettono le persone nel 21esimo secolo
(Barack Obama, con riferimento al governo egiziano, gennaio 2011)

No, non si bacia il culo alla Cina per poi fare i moralisti ad minchiam una settimana dopo.
Non è da Obama, è da ipocriti; e di un'ipocrisia pure vecchia, esattamente quella che il presidente "nuovo" doveva spazzare via. Per tanto così ci si teneva le vecchie famiglie B&C.

mercoledì 26 gennaio 2011

Detartrasi.

(o: "ablazione del tartaro")

L'ablazione del tartaro o detartrasi consiste nella rimozione meccanica dei depositi di tartaro sui denti utilizzando uno strumento odontoiatrico che raschia la formazione dai denti. Tale strumento può anche essere elettrico, a ultrasuoni, l'utilizzo è dovuto all'eliminazione degli agenti eziologici che causano infiammazione.
L'operazione viene compiuta da un odontoiatra o un igienista dentale sulla parte dei denti esposta, ma anche sulla porzione normalmente coperta dalle gengive nella parte in cui queste non sono aderenti al dente.
La detartrasi è una tecnica di prevenzione delle patologie gengivali e parodontali, perciò andrebbe effettuata con regolarità. La frequenza delle sedute di detartrasi è stabilita sul singolo paziente, a seconda del/della: (1 - disposizione dei denti (2 - igiene personale (3 - stato di salute delle gengive.
Normalmente, per i pazienti con una perfetta salute del cavo orale, le sedute avvengono ogni 12 mesi.

Dopo il trattamento
In seguito alla detartrasi i denti sono più sensibili. Talora anche i loro proprietari.
Non è infrequente che alcuni di essi, pur di continuare a provare la straordinaria sensazione di igiene e pulizia che il trattamento genera, vogliano prolungarla addirittura a mezzo dell'ingaggio del predetto (o della predetta) igienista dentale.
Il medesimo (o la medesima) non può tuttavia, isolato (o isolata) dall'originario contesto professionale, garantire il medesimo livello di efficienza e risultati, in mancanza di un'adeguata organizzazione del proprio lavoro. In tali casi il professionista (o la professionista) è pertanto solito (solita) dotarsi di apposite equipe, anche occasionali, per visite a domicilio del paziente.
Tali visite possono avvenire in ogni momento poichè, come è noto, l'insorgenza del tartaro è un pericolo insidioso - specie con l'avanzare dell'età - ed è preferibile che le sessioni di pulizia del cavo orale siano frequenti e ripetute. Anche in orario notturno.
Il personale può quindi alternarsi per garantire un miglior risultato, affinchè il sorriso del paziente non abbia ad essere danneggiato.
Il sorriso del paziente è fondamentale.

Patologie associate

Diverse sono le patologie che previene il trattamento, come nel caso della sindrome di Sturge-Weber.

Curiosità

Recenti studi clinici hanno riscontrato che l'effetto del trattamento può essere notevolmente migliorato, qualora venga associato a imprecisati rituali sessuali (particolarmente indicato è, ad esempio, il c.d. "Bunga-Bunga"), i quali costituirebbero un vero e proprio esorcismo per il tartaro; esso, infatti, sentendosi, durante tali consessi, eccessivamente pulito, sarebbe solito rimuoversi autonomamente dalle pareti dentarie del paziente.

domenica 23 gennaio 2011

In pieno Novecento.


Dopo tanto tempo torno a scrivere di WV, cui - nel periodo da segretario Pd - non ho lesinato aspre critiche. Nonostante le quali, tuttavia, mai ho dubitato delle qualità dell'interessato. Perchè, numerosi errori strategici a parte, VW ha uno spessore intellettuale notevole; sa spiegare, sa farsi amare dalla gente. WV non è il solito politico. E il discorso di ieri, al Lingotto, non era il solito discorso da politico.
Purtroppo, nel giudicare le opere e i meriti dei singoli, la Storia spesso non può prescindere dai contesti collettivi in cui esse si collochino.
E quindi vale la pena dirsi, con molta onestà, come anche quello del Lingotto, ieri, fosse un contesto antico, datato. Tutto già visto; c'è poco da fare. Fuori dal '900 (come recitava il manifesto pubbliciario dell'evento)? Ma non scherziamo. Per poter uscire (e invitare gli Italiani a farlo) dal '900, sarà prima necessario uscire, forse ..da altre cose.
Quel che capiterà, si capisce. Ma certamente sempre troppo dopo, sempre in ritardo. E se vi chiedete perchè, il perchè di questo eterno ritardo della sinistra - e, in genere, della politica italiana, la risposta mi sembra evidente.
Appunto perchè noi siamo, in pieno '900; talmente in pieno '900 da cogliere anche una sinistra analogia tra la situazione di incertezza in cui versava il nostro paese all'inizio del secolo passato, e quella dell'Italia contemporanea. Con alcune differenze, certo, piuttosto significative; tipo queste: la prima è "cronologico/statistica": mentre l'Italia di allora stava per entrare nel ventennio, questa (forse) si appresta ad uscire da un altro, di ventennio. L'altra, fondamentale differenza, è invece "qualitativa": allora potevamo contare su gente come Giolitti, Gramsci e Sturzo. Oggi no. E questo lo sa anche Walter. Se vuole davvero andare fuori dal '900, abbia più coraggio, lui per primo: cerchi nuovi contesti, in e da cui farsi ascoltare; e che siano davvero nuovi.

sabato 8 gennaio 2011

8.1.1996 - 8.1.2011, Mitterrand.




Sono passati quindici anni dalla morte di Francois Miterrand, nome simbolo non solo di un’epoca politica, ma di un’idea di sinistra che nel corso di quella stessa epoca egli seppe plasmare secondo schemi del tutto inediti; e ancora oggi, senza dubbio, meritevoli di attenzione e riflessione. Fu appunto grazie ad un pragmatismo risoluto, e ad un inarrivabile carisma, che Mitterrand cambiò – allargandone la platea elettorale e i mondi di riferimento – una gauche da sempre refrattaria tanto alle leadership personali quanto alle sottili, ponderate strategie di “medio termine” di cui pure “le Florentin”, quale fu ribattezzato in onore a Machiavelli, fu maestro.

Il costo di questa battaglia, al tempo stesso votata e al cambiamento di un’identità politica collettiva, e alla ricerca di un potere personale, furono le accuse di ambiguità, strumentalità, cinismo che sempre e per sempre l’ortodossia progressista riversò e probabilmente riverserà su Mitterrand. Il quale, in effetti, con coerenza in qualche modo insolente, non mascherò mai i propri obiettivi, né fece mistero di quanto fosse elevato il livello della propria autoconsiderazione. Se non seppe scaldare i cuori dei giacobini e degli ortodossi, Mitterrand si inventò, addirittura, un cuore nuovo, quello socialista. Non solo: restituì a quello di tutti i francesi una figura familiare, forte; di profilo e credibilità assoluti.

L’invenzione di un nuovo Ps fu la conseguenza dell’avvertita necessità di una piattaforma ampia, maggioritaria, da cui lanciare la sfida decisiva per l’Eliseo (dopo quella, fallita, del ’65). Così, nel giro di sette anni il Ps, apparentemente condannato alla residualità, divenne il primo partito della gauche; presto pure consolidandosi come motore del riformismo europeo: di cui Mitterrand divenne leader, idealmente interponendosi – nella scala evolutiva della socialdemocrazia – tra il keynesismo classico di Brandt e la terza via di Blair.

Se la conquista della fiducia della sinistra risultò per Mitterrand un compito laborioso e di lunga durata, il feeling del Presidente con il Paese fu pressoché immediato e parimenti duraturo. Per quanto certamente diverso da De Gaulle, Mitterrand mostrò un carisma di analogo, eccezionale, spessore; riuscendo ad infondere nei francesi la stessa, incrollabile fiducia che egli riponeva in se stesso. Fiducia che lo accompagnò anche nei momenti duri: che forse meritano di essere ricordati più dei suoi successi, laddove si desideri cogliere appieno lo spirito dell’uomo e la sua vicenda politica ed umana.

Sempre fedele a quello schema “di medio termine”, per cui l’opportunità migliore va individuata in prospettiva, nel 1958 Mitterrand, non ritenendo strategicamente utile, almeno in quel momento (in primis a sé medesimo) il sostegno alla nuova carta costituzionale, al relativo referendum si schierò con il “no”. Questo nonostante alcuni punti di quella stessa carta, che pure accentrava e aumentava i poteri nelle mani del Presidente, fossero da lui medesimo condivisi. Il “no” perse, tuttavia, e la sconfitta generò nel suo partito di allora (l’UDSR) numerose defezioni; l’emorragia fu talmente vasta da far sì che l’UDSR, alle elezioni legislative del novembre successivo non riuscisse a garantire, allo stesso Mitterrand, la rielezione in Parlamento. In un colpo egli aveva quindi perso lo status di parlamentare, il sostegno dei moderati, senza peraltro consolidarsi a sinistra: dove, sempre considerato inaffidabile, gli veniva preferito Mendès-France.

Isolato, leader di un partito insignificante e privo di un ruolo istituzionale, nel 1959 Mitterrand era pronosticato un uomo politicamente finito. Non finì, invece, come testimonia la storia, e come meglio si potrebbe documentare. E se qui, per brevità, non è dato dilungarsi, si può tuttavia sottolineare ciò che più conta, ai fini della comprensione dell’uomo e della sua capacità di ripresa: Mitterrand non finì perché era una persona coraggiosa, e perché era una persona curiosa. Attraverso queste due qualità, sempre mescolate alla fiducia di cui abbiamo detto, Mitterrand seppe - in questo come in altri casi - rialzarsi, reinventarsi, e all’occorrenza tendere una mano ai suoi numerosi nemici: giungendo infine a costruire in essi stessi, specie nei più acerrimi (spesso anche i più avvertiti) la coscienza della sua insostituibilità.

Perseguendo il proprio disegno, correggendone nel tempo le sbavature, dove necessario voltando addirittura il foglio per cominciare daccapo, Mitterrand riassume nella propria storia, in quel coraggio e in quella curiosità, la storia di un’intera epoca politica, e con essa di una vicenda che in essa si è radicata: quella socialista, e più latamente quella progressista, che proprio con “le Florentin” toccò probabilmente il suo apice europeo.

Cosa ne residui è probabilmente da rinvenirsi nella scarsa quantità di coraggio e – sì, anche – di curiosità che caratterizza gli eredi di una tradizione che oggi quanto mai appare stanca. E vulnerabile.

giovedì 6 gennaio 2011

Se spunta il mostro.


La crisi economica "non e' finita" secondo il ministro Giulio Tremonti: come ha detto intervenendo a un convegno a Parigi, "e' come vivere in un videogame, compare un mostro, lo combatti, lo vinci, ti rilassi e subito spunta un altro mostro piu' forte del primo". Insomma: "si dice che va tutto bene, ma ne siamo proprio sicuri?", si e' chiesto il ministro (Fonte Agi).

Non so quanto volontariamente, Giulio Tremonti tocca il punto centrale della "questione economica", quale conosciuta - e prima ancora immaginata e gestita - nel corso di questi ultimi anni (o forse ormai si dovrebbe dire lustri): e parla di "un videogame", appunto.

Ma un videogame non "nasce" a caso, non si improvvisa. Inclusi i mostri che ci stanno dentro.
Un videogame è un programma, e come tale - quindi - si programma, si prova, si perfeziona. Mostri sempre inclusi. Nel corso del tempo, poi, si aggiorna, lasciando spazio alla produzione di versioni sempre più nuove e sofisticate. Con mostri naturalmente sempre più evoluti.
E' un lavoro di anni.

Meglio sarebbe se Tremonti, che di questi ultimi anni (lustri, anzi) è stato - in qualche modo - protagonista, ne traesse qualche conclusione.

mercoledì 5 gennaio 2011

I libri di una vita (a Elias Canetti)


"Quando si diventa vecchi si commentano i grandi libri. Gli stessi che da giovani abbiamo provato a sviscerare. Non essendoci riusciti, ci abbiamo riprovato. Li abbiamo lasciati stare. Li abbiamo dimenticati. E ora sono qui di nuovo. Ce li siamo meritati con anni e anni di oblio. Ne contempliamo la magnificenza. Parliamo con loro. Adesso, pensiamo, dovremmo poter ricominciare a vivere per comprendere uno solo di questi libri.

Elias Canetti, La tortura delle mosche, Adelphi

lunedì 3 gennaio 2011

La conferensia estampa.


Ancora qualche riga memorabile di E.B.

Il picaresco allenatore argentino Luis Carniglia viene a guidare il Bologna che fu di Fulvio Bernardini, sarà stato il 1967. Personaggio divertente già solo a vederlo, Carniglia: lo avreste subito detto un corsaro notturno, un bailador de tango, un pokerista, un croupier, un allibratore, il praticante di qualsiasi attività lecita o al margine dell’illecito, purchè basata sull’azzardo e il bluff. Carniglia con i rossoblù infila alcune partite anonime, qualche zero a zero, vittorie risicate, una sconfittina, un pareggino. Al primo incontro di cartello convoca una "conferensia estampa" con gli inviati dei grandi giornali sportivi e non sportivi. Quello che rompe il ghiaccio chiede: "Allora Luis, com'è il Bologna quest'anno?". Carniglia, con gli occhi ispanici semichiusi dal sospetto: "Informal o para la prensa?". Per la stampa, ovviamente, concedono i giornalisti. E lui, nella sua koinè lunfarda:"Es un equipo muy forte, che puede comodamente ganar el campeonado, gracias all'esfuerzo economico del senor presidente". Rimangono perplessi i grandi inviati, che ripensano alle grigie partite precedenti. Sicchè uno dei più scafati gli fa: "Scusa, Luis: e...informal?" . "Una mierda total".


Da: Edmondo Berselli, "Il più mancino dei tiri", Mondadori.

domenica 2 gennaio 2011

Il biglietto definitivo.


Rileggo e posto, per piacere e dovere:

"Vecchio, stanco, ossessionato dal sospetto di un oscuro malvolere altrui, Carlo Emilio Gadda ricevette un cartoncino d’invito della casa editrice Einaudi. Era una comunicazione anonima, spedita sulla base di un indirizzario standard, che ne sollecitava la presenza a non so quale insignificante dibattito sulla letteratura. Ma l'Ingegnere non poteva credere all'imparziale e cieca automaticità degli uffici di relazioni esterne. "Perché hanno invitato proprio me?", si chiedeva. "Non ci vado. Potrei incontrare Tizio, che mi vuole male, o Caio, che detesto." Gli umori atrabiliari di Gadda erano imperscrutabili. Sottili e distruttive nevrosi traevano nutrimento dai misteri indicibili della vita quotidiana. "Ma se non ci vado - ragionava inquieto fra sé e sé - noteranno la mia assenza. Penseranno a uno sgarbo". Si macerava: "Gli invierò una missiva comunicando che sono malato". Eppure: "Qualcuno potrebbe smentire la mia giustificazione, e ci farei la figura del maleducato, del bugiardo!". Dopo una settimana di torture psicologiche, di ripensamenti, di colossali argomenti via via perfezionati ma alla fine respinti per qualche insopprimibile vizio logico, di scuse sempre più tortuose immaginate e accantonate con crescente disperazione, al colmo di una sofferenza ansiosa che gli levava ogni altro pensiero, l'Ingegnere afferrò carta e penna, preparò la busta indirizzata a Giulio Einaudi editore, proprio lui, via Umberto Biancamano 1, Torino, e scrisse il biglietto definitivo: "Non mi rompete i coglioni. Carlo Emilio Gadda".

Da: Edmondo Berselli, "Il più mancino dei tiri", Mondadori.