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mercoledì 14 dicembre 2011

Passeggiare a Parigi / La mia "Midnight in Paris"



Quando vedo un film di Woody Allen mi capita, generalmente, di avere delle idee. Oppure, in alternativa, di sentirmi sommerso sotto le sue. Midnight in Paris mi ha posto in una condizione intermedia. Appena uscito dal cinema, infatti, ho cominciato a pensare al mio prossimo soggiorno parigino, e agli incontri che potrei fare, durante le mie passeggiate. Che sono in verità meno notturne di quelle di Owen Wilson, ma egualmente lunghe, frequenti e appassionate. Io però non sono Owen Wilson, non sono neppure americano e non scrivo sceneggiature per Hollywood. Le mie frequentazioni oniriche a Parigi sarebbero ben diverse da quelle del suo personaggio, e così pure le curiosità da soddisfare.

Ecco che mi immagino in boulevard Lenoir, poco prima di arrivare all’altezza del Canal St. Martin, imbattermi in Jules Maigret, appena uscito di casa. Era una vita che volevo conoscerlo, e la prima cosa che noto – tirando un sospiro di sollievo – è che ha proprio la faccia di Gino Cervi; anzi, lui è Gino Cervi. Ottimo, per me, che infatti potrò soddisfare, in un sol colpo, una doppia curiosità. Così a Maigret chiedo come facesse a concludere tante inchieste senza ricorrere alle intercettazioni telefoniche. A Cervi, invece, cosa avrebbe detto Guareschi dello spread.

Saziata la mia curiosità, mi dirigo verso St. Germain, perché devo assolutamente trovare Sartre prima che rincasi. Cenerà solo anche stasera; la signora è fuori, emancipata al solito, che ha da fare. E’ cupo, Sartre. Ma glielo devo proprio dire, glielo dico lo stesso e glielo dico subito: di tutte quelle sue teorizzazioni di una vita quel che oggi resta è una massa di spacciatori del pensiero, buoni solo a… Come dice? …? No, Sartre, la ringrazio, l’aperitivo no. Ma mi lasci finire, insisto… Sa che in Italia adesso va forte uno che si chiama Saviano, non so se… Come? …? No, non credo che Saviano possa per l’aperitivo. Con Sartre non ci si diverte molto; io la capisco la Simone, in fondo.

E da chi posso andare, adesso? Comincia a essere buio, ho freddo. Voltaire mi ha dato buca. Forse l’ho spaventato dicendogli che avevo un sacco di cose da chiedergli, e mi ha risposto sibillino come sa fare lui …eh, ma non credo di essere abbastanza ignorante per darti tutte queste risposte. Furbo. Però è stato gentile, mi ha mandato Montesquieu. Così, poco più tardi, su una panchina di place Dauphine abbiamo cominciato a parlare di separazione dei poteri. Io gli ho spiegato che le cose, oggi, da noi, sono un po’ evolute. Lui ascolta, ascolta, ma dopo poco si alza, e senza dire una parola si sistema la sciarpa e si dilegua in una nebbiolina illuminata dai lampioni del ponte nuovo. Che tipo.

Mi resta poco da fare e più nessuno da vedere. Torno verso l’appartamento, zona Saint Paul, e già che ci sono allungo per rue de Beautreillis, civico 17. Citofono “Morrison”, magari che gli andasse una birretta. Grazie – mi risponde - ma sono in bagno, sto per entrare nelle vasca”. Per carità, penso io, ogni volta ci resta un’eternità. E me ne vado. Così decido di rincasare definitivamente.

Mentre apro la porta suona il telefono. Rispondo, è di nuovo Voltaire: Ehi, non prendere mai più per il culo Montesquieu…ma non lo sai che hai un carattere di merda?. Mi scuso, ma il fatto è che la separazione dei poteri oggi funziona davvero così, almeno in Italia. Per favore… -risponde – In nessun paese liberale potrebbero capitare cose simili…. Ecco!, grido, perchè è quello il punto: Infatti non c’è mai stato nessuno stato liberale in It… – click! – …lia… Pronto? Pronto? Voltaire ha riattaccato. Ma come, dico, tutta quella manfrina sulla tolleranza, “…non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita eccetera” e poi manco mi lasci finire la frase? Certo che hanno un bel carattere, questi illuministi.

Vado in bagno e il telefono, dall’altra stanza, squilla ancora. Si sarà reso conto che è stato un cafone, penso tra me e me. Pronto? Sì, salve, sono Guareschi. Senta, Cervi mi ha accennato qualcosa, ma non ci ho capito niente… Cosa diavolo sarebbe questa storia dello sprèd?.


Articolo pubblicato il 13.12.2011 su TheFrontPage

lunedì 30 agosto 2010

Tavola antropologica, a Parigi.

Proprio come in quei film di genere, in cui si categorizzano - prima di tutto in senso antropologico - gruppi e schieramenti politici.

Se capitate a Parigi non negatevi il piacere di vivere un vero stereotipo: ovvero lo stereotipo di un'alternativa, nell'alternativa possibile ...tra due stereotipi. Nella parte sud/mediana della Ville Lumiere, tra Boulevard St. Germain 151 e Boulevard du Montparnasse 102 (separate, di fatto, dalla lunga Rue de Rennes) si consuma infatti l'eterna lotta tra progressisti e conservatori.
A tavola, però. Sì, a tavola: e sentite perchè.
A St. Germain si trova la brasserie Lipp: storico ritrovo di intellettuali, è oggi - come sempre - la meta di una Parigi ultraborghese, spocchiosetta, e prevalentemente bianca. Questo sarebbe giusto il posto per un film in cui De Funes fa, tanto per cambiare, l'imprenditore o il rampollo incazzoso di qualche nobile famiglia. Da copione anche i camerieri se la tirano, e se possono rifilarti una rispostina "parisienne", non lesinano (31.12.09, h. 13,55: intento ad assaggiare un pave de rumsteck a media cottura, con classico intingolo di salsa bernese, osservo una distinta coppia di inglesi che - gentilmente - chiede al responsabile di sala se vi sia posto per la sera. "A casa mia, forse" è la cordiale risposta di costui, che quasi neppure rivolge loro uno sguardo). Ma parigini (e parigine) freschi di teatro e onusti di gingilli, camerieri più o meno antipatici e tutto il resto a parte, Lipp è semplicemente bello. E da provare. Dentro tutto luccica, anche la memoria, e tutto sa di una cura antica.
Si dice che il primo a (ri)entrarvi, dopo la liberazione del '44, fu Hemingway. La cosa non stupisce: essendo questi di stanza nel locale sito esattamente di fronte a Lipp, il "Deux Magots" (altro pezzo di storia), ed essendo uomo che amava e praticava e teorizzava il viaggio, niente di meglio che avventurarsi in un attraversamento di strada, per poi cantarlo come un lungo percorso esistenziale.
Si dice anche (lo dice lui) che BHL ne fu allontanato per vari anni, causa litigio con il maitre. E che dovette attendere - per la riammissione - l'ingresso in pensione di costui.
Che rigidità, che formalismo. Anzi, lo stereotipo del formalismo.

Mezzo km più a sud si scorgono, anche a distanza, le luci della Coupole. Ancor più storico ritrovo di pittori e scrittori negli anni '30 (inaugurato il 20 dicembre 1927 da Ernest Fraux e René Lafont, conobbe un rapido successo ospitando personalità come Jean Cocteau, Joséphine Baker, Man Ray, Georges Braque, Picasso, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, André Malraux, Jacques Prévert, Marc Chagall, Édith Piaf) oggi questo locale accoglie una Parigi borghese più "aperta": socialmente ed etnicamente trasversale, e rilassata al punto giusto: e questo vale tanto per la clientela che per gli addetti al servizio. Qui infatti, lungi da quel distacco a volte quasi infastidito di sopra, i camerieri sono più cordiali: addirittura disponibili a mettersi in carovana per una carnevalata, quando c'è un compleanno da celebrare (a sorpresa), gridando a squarciagola "Bon anniversaire" mentre portano al (malcapitato) festeggiato una gigantesca torta. Che è finta, però: così, appena l'attenzione generale si sposta dal tavolo in questione, la torta la segue. Qui tutti gli addetti sono piuttosto informali. In particolare ce ne è uno, ormai da qualche mese, in costume indiano, con tanto di turbante e diadema. Sarà divertente, se ci andrete, vederlo condire la tartare (sudando un casino) dentro la sua - ammesso che sia indiano pure lui - tradizionale palandrana. E vi sembrerà magari strano veder svolgere queste operazioni sotto un Picasso originale, ma ve l'ho detto, qui sono informali. Anzi, lo stereotipo del non formalismo.

In realtà, però, i menu non sono molto diversi tra Lipp, la conservatrice e Coupole, la progressista: all'85%, può ben dirsi che siano sostanzialmente identici. Anzi, si può tranquillamente dire che siano identici a quelli di qualsiasi altra brasserie. Di destra, sinistra o centro che sia. Quel che dovrete capire, pertanto, è - qualità dell'esecuzione a parte - quale ambiente vi si confaccia di più. In fondo, come diceva Gaber, la vita è tutta una questione di gusti. Di gusti, sì, più ancora che di opinioni: che sono i primi a fare le seconde, in quel percorso di antropologizzazione dell'idea che - specie in questi luoghi che vi ho descritto - trova luogo.

Quando sarete seduti al vostro tavolo, accanto ad un compleanno chiassoso (e una torta finta) o ad una carovana di ottimati appena tornati dall'Opera, pensateci.