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martedì 28 gennaio 2014
giovedì 5 dicembre 2013
lunedì 25 novembre 2013
Hanno dovuto bendarmi. E finalmente vedo meglio.
Sì che penso pure meglio (di Scelta Civica);
e scrivo meglio (a quattro mani con il mio amico Massicau, su cose abbastanza serie).
Ps. E per chi fosse interessato la prossima settimana sono qua. E due giorni prima anche qua.
giovedì 26 settembre 2013
Butta la pasta. [Sterilmente]
Butta la pasta, che siamo pronti a divorare un'altra sterile polemica all'italiana.
L'esondazione di Guido Barilla è di rara portata (leggi), e giustifica prese di posizione di molti, a vario e diverso titolo.
Di fronte a tanta crudezza, anche personalmente sento di dover esprimere una valutazione, che va tuttavia oltre le parole di quello che preferisco ricordare come l'amato sponsor della A.S. Roma più bella.
Sulle
questioni di laicità, di tolleranza e di rispetto dell'altro io non sarò
mai un moderato. E non certo perchè mi senta un radicale di sinistra,
che non lo sono nè lo sono mai stato. Nemmeno quando ero di sinistra.
Penso che Barilla sia libero di fare le pubblicità che crede e
rivolgersi al mercato che preferisce, ma c'è modo e modo di spiegarsi. E
peggio ancora sono gli apologeti di certa grettezza.
E' deprimente vivere in un paese di striscianti fascistelli
confessionali, che si aggrappano al feticcio della famiglia (quale,
poi?) per giustificare il proprio fastidio nei confronti delle persone e
delle loro libertà, di persone. Che poi le chiamiamo "diversità": ma
chi è "diverso" da chi? Chi è, tra noi, quello "normale"? Chi rassicura
chi? Davvero la famiglia cosiddetta classica, secolare coacervo (anche)
di molte imposture, è il luogo ideale che si pretende essere? Una
riflessione sulla stessa, magari non affidata soltanto ai pubblicitari o
agli imprenditori, servirebbe e molto. Giusto ieri sera Massimo
Recalcati ne ha parlato - con competenza ed equilibrio - sui Rai3. Spero
che l'abbiano visto in tanti; anche tra i cosiddetti politici, che pure dovrebbero occuparsi di questi temi e che normalmente, però, finiscono col buttarla in banalità. Nel consueto giochino del giusto contro lo sbagliato, della morigeratezza contro lo scandalo.
Del bianco contro il nero.
Stereotipi, esattamente come la leggenda degli italiani mangiaspaghetti.
Ora però - nota bene - anche categorizzati, come mangiaspaghetti. Che ognuno ha i suoi, a seconda della categoria e del correlato gusto sessuale.
Insomma, si parla sempre peggio di cose che pure sarebbero sempre più importanti, pasta a parte.
Affoghiamo in sterili richiami ad un dibattito sterile, in un paese sterile e purtroppo (purtroppo!) sterilmente orgoglioso, a prescindere, di sè.
martedì 23 luglio 2013
Gardini, 23 luglio 1993.
Nella vita come in tram, quando ti siedi è il capolinea.
Camillo Sbarbaro
Camillo Sbarbaro
Le vite scomposte, fiere ed inquiete; che corrono,
inciampano, si rialzano; che vincono, perdono, se la rigiocano; che si esaltano e si
annichiliscono, appena prima della rivincita. Che meraviglia.
Ma non c'è
mai una velocità abbastanza sicura, non c'è mai una fierezza
sufficiente, non c'è mai inquietudine che non possa sovrastare il più
forte controllo di sè.
Raul Gardini ha vissuto al limite, tra
mitologia adolescenziale, ascesa sociale, scalate finanziarie, traguardi
imprenditoriali, epopea sportiva. Ha fatto errori, ha fatto cose giuste. E ha fatto tutto da Uomo.
In un anno abbondante il me
ragazzo se lo ricorda a poppa del Moro di Venezia, sul trono
dell'armatore, ed ombra di se stesso, nei giorni che precedettero un
arresto che non ci fui mai.
Perchè la mattina del 23 luglio 1993 Gardini si sedette sul letto, appena sveglio.
Il resto, comunque la si voglia credere, è storia.
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[per chi volesse leggere, sull'argomento: Un suicidio impefetto, di Fabrizio Spagna, Castelvecchi Editore]
giovedì 11 luglio 2013
I mostri, le parole.
Il mostro è un luogo dell'immaginazione, un archetipo del nostro umano bisogno di inquietudine.
Il mostro non sempre esiste, ma sempre ne risulta mostruosa la ricerca.
In fondo penso sia anche, o soprattutto, come spesso accade, questione di parole.
Se noi chiamassimo le cose con le parole davvero giuste, mettendole "come cuscini" (come diceva Hillman, vedi qualche post prima), anche i nostri pensieri potrebbero obbedire - di più - alla ragione e alle sue buone geometrie.
Se noi trovassimo le parole giuste forse non esisterebbe più la retorica del mostro, ma piuttosto pallidi ricordi di qualcosa di ingiusto o doloroso.
Solo poche volte, nella vita (per fortuna), ci troviamo davvero di fronte all'orrido.
Quasi sempre era altro. A volte magari - sì - anche un grave torto, o più banalmente una colpa, o un mero errore: situazioni diverse, di gravità differente, cui consegue il nostro personale risolversi etico. Che sia il condannare, il perdonare, o il dimenticare (l'unico - quest'ultimo - che riesca a combinare, in qualche modo, i precedenti).
Condanniamo, dunque; oppure perdoniamo, o assolviamo, o dimentichiamo, ma non parliamo banalmente male. E' fantasia sprecata, è realtà trascurata; gettata nelle parole, e che quindi dalle parole a noi medesimi torna, ingannandoci.
Parafrasando Nietzsche, che afferma, "se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te", potremmo dire che "se tu parlerai a lungo ad un abisso, anche l'abisso parlerà a te".
L'applicazione del principio è, come sempre, molto estesa. Come la nostra costellazione di rapporti individuali.
Questa società abbonda di iperboli, superfetazioni, e - più prosaicamente - cazzate.
A volte verrebbe addirittura la tentazione di considerarle cazzate mostruose, ma poi - via - si sarebbe incoerenti.
Leggete, se siete di destra, questo articolo che - nella sua non condivisibilità di fondo - è carino (anch'io penso sempre a sanzioni esemplari per chi maltratti [il senso del]la lingua italiana).
Guardate, se siete di sinistra, questo video: evergreen e tuttavia comunque sempre pieno di significato.
Perchè le parole sono davvero importanti. Tutte. Anche quelle peggiori. Non vanno mai sprecate.
Non vanno mai abbandonate nel vuoto.
Quello sì, forse, è un po' mostruoso. E con il tempo fa mostruose anche loro.
martedì 9 luglio 2013
Costruzione. Decostruzione. Ricostruzione.
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Ricostruire è infine questione di fortuna e, certo, di volontà; forse - chissà, per chi è più fragile, o pigro - essa diventa un fatto di vita e di morte, di disvelamento o suggestione.
Il caso propone spazi, luoghi, tempi a cui aggrapparsi. L'uomo può afferrarli, o invece solo passarvi accanto, e osservarli. Può prenderli, e tuttavia poi lasciarli. Può rinunciarvi e poi ritornare.
Si può ricostruire, non si deve.
Ma si può ricostruire anche la stessa ricostruzione; quando capita, se capita.
Ma si può ricostruire anche la stessa ricostruzione; quando capita, se capita.
lunedì 1 luglio 2013
E la voglio fare tutta questa strada.
Nel 1927 attraversare gli Oceani volando era un fatto rivoluzionario.
Bisognava volerlo profondamente, bisognava desiderare di esserlo, rivoluzione.
Quasi un secolo dopo la rivoluzione si riduce all'attraversamento stesso delle epoche, provando almeno a guardarci dentro. Provando, cioè, a dare un significato all'essere Comunità, in un dato luogo, in un dato momento.
Non solo testimoni di niente, ma soggetti che autenticamente desiderano. Questa è la sfida che non raccoglie la Politica, spesso non raccogliendola neppure il singolo individuo.
[A riguardo, consigli di lettura: questi]
Dal mio piccolo aereo di stelle io ne vedo,
seguo i loro segnali e mostro le mie insegne
e la voglio fare tutta questa strada
fino al punto esatto in cui si spegne.
E la voglio fare tutta questa strada
fino al punto esatto in cui si spegne.
lunedì 24 giugno 2013
Contenitori [Sentimenti, idee e politica].
Da un po' di tempo scrivo su CriticaLiberale.it.
La cosa mi onora, per la storia e il prestigio di questa rivista, e la testimonianza che essa ha segnato nel panorama culturale del nostro Paese.
Sono contento - in particolare - di aver scritto per CL questo articolo (che compare oggi nei "Lunedi della Critica" e nei quaderni degli "Appunti sulla democrazia"), nel quale mi riconosco particolarmente, e che mi piace pubblicare anche qui su SHM.
L’organico, l’indifferenziato, il vetro, la carta.
Giallo, verde, blu, per strada è una corsa al cassone giusto, quello preposto allo smaltimento dei nostri rifiuti.
Una questione di civiltà, ci mancherebbe, ma la nostra corsa al contenitore giusto trascende le politiche ambientali, trascende la nostra coscienza civica, spontanea o coartata che sia.
Il bisogno di un contenitore adatto fa parte del nostro smarrimento moderno, del nostro abbondare di pretesi contenuti spesso precari. O dell’essere, noi stessi, dei contenuti pretesi e precari.
Prendiamo una relazione sentimentale (o anche, più genericamente, sociale), la necessità e talora anche l’urgenza di trovare forme e definizioni per rappresentarla ai nostri occhi e a quelli di chi vive intorno a noi.
Una necessità del tutto naturale, che tuttavia diventa allarmante quando ciò in cui inseriamo, o con cui descriviamo il nostro essere in relazione, si espande sino ad essere – in forma e definizione – la relazione medesima.
Questa è peraltro la storia, ed in ciò la crisi stessa, di molti rapporti. Rapporti che non si capisce esattamente dove inizino e dove finiscano, per lasciare finalmente emergere noi, protagonisti (almeno teorici) di storie personali.
Invece di personale a volte c’è poco, se non il cruccio di sbagliare, di essere nell’incertezza, di non sentirsi garantiti: e non tanto da una persona, quanto semmai dal contesto – pratico e testuale – in cui e con cui si definisce il rapporto con essa.
La realtà è che di fronte a un contenitore, o al bisogno di esso, siamo talmente presi dal timore che non sia quello giusto che spesso non ci interroghiamo abbastanza sul contenuto. Anzi, può accadere che non ci interroghiamo affatto.
A volte è per imprudenza, a volte per noia, a volte per deliberata e consapevole trasgressione.
Il motivo che sta alla base dell’errore è irrilevante se si parli di raccolta di rifiuti: metti una lattina nel recipiente per l'organico e sarai sanzionato. Diverso è negli altri casi di inserimento cosiddetto sbagliato.
Quando, ad esempio, non si parli di rifiuti ma, anzi, dei nostri beni più preziosi: come i sentimenti e le idee.
Nessuno controlla i nostri innamoramenti, siano essi per un uomo, una donna o un progetto di vita e di società. Siamo noi che decidiamo, siamo noi che a posteriori – se troviamo l’obiettività, la lucidità e la forza per farlo – esprimiamo un giudizio su quella scelta.
Così capita che spesso ci si ritrovi a negare, a negarci, la delusione per gli errori commessi, insistendo ostinatamente in scelte sbagliate. Siamo abili ad ingannarci, e così – ingannandoci – noi diventiamo un tutt’uno con l’inganno perpetrato.
Ma non pensiate che si parli per forza d’amore. Nient'affatto. Pensate alla politica, pensate alla società e al nostro sentire il mondo che abbiamo intorno.
Pensate ai mille progetti di nuovi movimenti che ogni giorno nascono, per abortire poco dopo, perché in fondo non progettavano nulla. Perchè forse neppure potevano ambire a progettare qualcosa. E pensate ad altri progetti finiti, i cui interessatissimi custodi ogni giorno decidono di mantenersi sterilmente in vita dietro il paravento di qualcosa che almeno sia riconoscibile. Come un partito politico tradizionale che non fa politica. Ce ne sono tanti.
Come ci sono tante riunioni in cui si parla di tutto lo scibile umano. Ci si impegna a fare, a trasformare, a cambiare. Una volta il tema è il fisco, una volta il lavoro, un’altra volta ancora la scuola. Partecipiamo numerosi e abbiamo tutti idee degne di essere considerate.
Il fatto è che raramente riusciamo a confrontarle. La dispersione del confronto è spaventosa. Perché spaventosi sono i condizionamenti che subisce la nostra attitudine a porlo in essere, un confronto.
I nostri pregiudizi sono forti e radicati, i dati di cui disponiamo sono troppi e spesso troppo falsificabili, l’abitudine democratica a dibattere è spesso – lo sappiamo bene – una mera imitazione della democrazia: quel che ne risulta è un appiattimento di concetti che non produce analisi reali.
Ma troppa è la fretta, la precipitazione di definire un contesto, un'area, addirittura una bandiera; siamo ancora lì a discutere di imposte indirette, di previdenza, di maestro unico e già si leva il grido che richiama all'ordine. E l'ordine è inserimento. Inserimento che brucia, travolge le nostre fragili ipotesi.
Siamo, in definitiva, prigionieri di forme. Siano deliberative, siano identificative, sempre si richiamano ad un concetto di luogo ideale, che pare sia indispensabile a farci sentire esistenti. Esistiamo, insomma, perchè lì dentro siamo: inseriti appunto.
Talmente bisognosi di questo richiamo da dimenticare di portare con noi reali e solide proposte.
Spesso restano biglietti scarabocchiati, appunti disordinati sui tavoli dei meeting tematici.
Oppure, ritornando al privato, sono corrispondenze interrotte, senza prospettive, di qualunque cosa si parlasse. Amore, oppure amicizia, o ancora progetti per un libro da scrivere a quattro mani.
Ci si ritrova governati da contenitori spesso senza governo, a cui siamo pavidamente liberi di costringerci.
Così là fuori è pieno di idee, sentimenti e sfide, che crescono nella nostra incoscienza: piante spesso rigogliosose ma trascurate, come in un giardino abbandonato. Che non è di nessuno, che – bontà sua – non cerca né padroni, né perimetri.
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domenica 16 giugno 2013
Sansonna.
L'ho scoperto con i documentari su Zeman (e voi a questo punto potreste pensare che io sia fazioso nel giudizio), ma dopo averlo conosciuto anche in altro modo posso dire che Giuseppe Sansonna è assai più di quello, e - come spesso capita - assai più di quello che ci si potrebbe aspettare sulla base della vulgata web (il primo modo per avere "notizia di", quasi sempre purtroppo anche l'unico).
Versatile, eclettico, piacevole, mai intellettualistico, Sansonna è uno di quei giovani intellettuali (sì) che con la loro passione e la loro libertà possono fare del bene a questo Paese spesso senza bussola, senza gusti, senza coscienza di un'identità. Non solo culturale.
Ricordatevelo, questo nome.
E già che ci siete, guardate questo cortometraggio (qui lo stesso Sansonna vi dice qualcosa in più a riguardo). Perchè è bellissimo.
venerdì 14 giugno 2013
L'ironia sorprendente dei superbuoni.
"Con Haiti abbiamo fatto beneficenza. In tutti i sensi" (Cesare Prandelli).
Un'ironia la cui cifra stilistica è davvero sorprendente.
Al superbuono e buonista Cesare Prandelli non piace tanto Zeman, perchè ha un concetto eretico, pensa un po', anche dell'educazione.
Per me, si sa, il Boemo è legge (ma proprio come tale discutibile, per quanto obbligatoria).
Questo spiegava già tutto. La proprietà transitiva va sempre osservata, aiuta a vivere.
giovedì 30 maggio 2013
Come ti chiami, quanti anni hai, mi riconosci?
Vent'anni fa Moretti parlava di Isole, come realtà ideale in cui cercare una velleitaria estraniazione da sè.
Oggi le cronache riportano echi di fughe improbabili, che diventano impossibili nell'incapacità di capire da cosa, perchè e come si fugga.
L'individuo si polverizza in mille ipotetiche forme e stagioni dell'alienarsi, dichiaratamente sempre alla ricerca di un bene che - a conti fatti - difficilmente sa procurarsi.
Perchè quasi sempre manca l'identificazione di sè.
Nella vita privata e in quella pubblica, negli affetti come nella politica, si esordisce con un Io che è spesso solo supersizione.
Come mi chiamo, quanti anni ho? Mi riconosco?
Moretti parlava di bambini, però è un fatto che prima o poi i bambini crescano.
Non necessariamente con più risposte da dare.
mercoledì 3 aprile 2013
La sensibilità, estrema.
Cos'è la sensibilità?
E' difficile dirlo, perchè la sensibilità è cosa personale, profonda.
Però è anche vero che si avverte, che si fa avvertire, che distingue.
Ti avvicina, la sensibilità, o ti allontana, a seconda di come sei: se ce l'hai, e com'è, questa sensibilità che hai.
Parlo di sensibilità perchè mi viene in mente solo la sensibilità, per ricordare - nel modo che sento più mio - l'icona trasgressiva e dolce, fiera e decadente che era Califano; uomo di una sensibilità non proprio uguale alla mia, ma che pure sentivo tanto affine e molto coinvolgente.
Un uomo che ha cantato romanescamente di avventure con travestiti ("acchiappai du'cose mosce, mai viste così grandi in vita mia: du'palle come li mortacci sua"), cagnetti da portare a fà er bisogno ("pare che c'ha la sveija sott'ar culo"), e che per questo essere spaccone, erotomane di borgata, è stato irrimediabilmente confinato nel ghetto dall'intellettualismo di casa nostra. Lui che invece era soprattutto intimista, delicato, anche disperato, come sanno essere solo certi spacconi.
E non è che ci volesse molto a capirlo: bastava ascoltarlo.
Senza per questo doverne fare un maestro di vita, per carità, che certa sensibilità è spesso un'arma a doppio taglio.
Peraltro a dire "sensibile" si rischia di dire grosse cazzate, me ne rendo conto. Qualche anno fa gli Offlaga ci hanno fatto su una canzone molto bella, che smascherava questo feticcio popolare del cosiddetto (appunto) "Sensibile".
Ma oltre il feticcio, che è sempre ambiguo, il concetto di sensibilità è autenticamente presente, si coniuga con tante differenti declinazioni del sociale, del personale, del cosiddetto normale e del cosiddetto "fuori dalle regole". Che poi ormai non si capisce bene di quali regole ancora si parli, dentro l'anomica ipertrofia prescrittiva dei media; quali siano rimaste e quali no; e soprattutto quali ci siano state mai davvero. Che di tante cose c'è stata una forte, apparente, proiezione "normativa"; ma dietro al proiettato convenzionale, spesso non esisteva nessun particolare valore, e soprattutto nessuna norma; semmai solo tanta impostura e odiosa retorica. Nella quale siamo impareggiabili.
Invecchiando ci si fanno meno forse meno scrupoli a smascherare le forzature del buono, e ci si rivolgono domande più mirate. Il tempo scorre, quindi bisogna perderne meno possibile a ingannare se stessi e gli altri. Sia pure nella convinzione di rispettare (buone, appunto) convenzioni sociali.
Così non vale la pena nascondere l'ipocrisia che emerge, oggi, nelle celebrazioni postume di un artista di valore massacrato dal mainstream, non solo ideologico. Un artista che se pure ha alimentato, a volte anche consapevolmente, gli stereotipi peggiori di sè, è stato portatore di un evidente talento. E, insisto, di una sensibilità estrema, anche nel farsi (essa) canzoni.
Non ne citerò tante, di quelle che ha scritto, ma (Se sei n'amico) Nun me portà a casa, La musica è finita, Sigarette spente, L'urtimo amico va via, Non escludo il ritorno, da sole avrebbero giustificato una altro trattamento in vita a chi poteva essere - per noi italiani - quello che Gainsbourg ha rappresentato per i francesi. Più forte il secondo sulla parte musicale, molto più profondo il primo nei testi e nelle descrizioni, con un grande tratto distintivo comune, dalla trasgressione al sentimento.
Questa è gente che mi sarebbe piaciuto abbracciare.
Esattamente abbracciare. Da amico. Proprio per quella fragilità vestita da eccesso, che da ragazzo mi rendeva curioso e complice.
Perchè in un personaggio pubblico tutto si amplifica, e quindi tutto assume una valenza che porta a "sentire oltre", anche le minime emozioni. Fino a confonderle. Fino a confondersi.
Mi è capitato, qualche mese fa, vedere Vasco Rossi commosso (tanto commosso) durante l'esecuzione di "Canzone", in una discoteca; e mi ha fatto effetto. Non che trovi niente di straordinario nelle lacrime, intendiamoci. Ma la spontaneità dell'essere, dell'accettare di essere autenticamente vulnerabili di fronte a quello che si vive, diventa quasi una forma di anomalo, opposto pudore.
Questa è gente che vorrei abbracciare per sempre, senza aspettare che sia troppo tardi.
Il Califfo meritava di più, e lo meritava prima.
lunedì 18 marzo 2013
Scegliere i padroni; o della formazione del Governo - Classi e conflitto di classe da Buzzanca a Dahrendorf
Il domestico (Italia, 1974)
“A prima vista, un paese in cui l’esercizio del potere avviene senza attrito, in nome e con l’appoggio dell’intera società, potrebbe apparire senz’altro attraente. Le decisioni politiche sono essenzialmente l’espressione di una volontà comune e quindi generale. Il potere non è un concetto equivalente a una somma di zeri, ma una moneta cui ogni cittadino ha una parte.
Un sistema universale di partecipazione, il flusso indisturbato delle comunicazioni determina la realtà. Ma vale la pena esaminare più da vicino questa piacevole immagine. Cosa succede per esempio se un infelice non concorda con la presunta volontà comune? Questo è un caso che non dovrebbe verificarsi, ma che cosa succede se, tuttavia, esso si verifica? Se la teoria (dell’equilibrio) viene elevata a dogma, il deviante deve essere perseguitato; se non viene perseguitato, la teoria è respinta. Che cosa succede se qualcuno sviluppa una sua idea con cui potrebbe ordinare le cose meglio di come stanno, e se trova appoggi a tali progetti?” (R.Dahrendorf, Uscire dall’utopia, il Mulino, Bologna, 1971, p. 331).
“La grande forza creativa che porta avanti il mutamento è il conflitto sociale. Può essere sgradevole e conturbante il pensiero che esiste un conflitto dovunque troviamo vita sociale: ciò nondimeno è indispensabile per comprendere i problemi sociali (…) E’ sorprendente e anormale non già la presenza ma l’assenza di conflitti; e abbiamo buoni motivi di sospetto qundo troviamo una società o organizzazione sociale che, stando alle apparenze, non rivela nessun conflitto. Naturalmente, non dobbiamo assumere che i conflitti siano sempre violenti e incontrollati” (R. Dahrendorf, cit., p. 221-222).
sabato 3 novembre 2012
Gli anni della Diva in silenzio.
Da dieci anni Monica Vitti si è ritirata a vita privata, a causa di una malattia degenerativa.
E' stata - nella sua timida discrezione, o forse soprattutto grazie ad essa - una delle più importanti ed innovative attrici italiane. Anche oggi che compie ottantuno anni resta per tutti noi La ragazza con la pistola: un'immagine più forte del tempo che passa e delle amare costrizioni che esso porta con sè.
Del resto spesso anche con i silenzi parla una Diva. E probabilmente Monica Vitti, per quanto anticonvenzionale e poco affine ai canoni classici, è stata la vera Diva del nostro Cinema.
giovedì 1 novembre 2012
L'intransigenza nella passione.
Cambiano le epoche, cambiano i punti di vista, cambiano le persone.
Ma al di là delle trasformazioni, dentro e fuori di sè, e della loro piuttosto naturale necessità, di una cosa mi convinco sempre di più.
Sia un fatto di politica, sia il lavoro, lo sport o la letteratura, o l'arte, oppure la storia di qualche grande impresa, o invece di un'inascoltata Cassandra e di qualche irriducibile idealista, e delle loro implacabili sconfitte: il punto è che serve intransigenza nella passione, perchè sia vera ed autentica passione.
E soprattutto affinchè chi si appassiona possa riconoscersi autentico, guardando a sè medesimo come a qualcosa che in qualche modo resti, mentre passa. E non invece ad un'illusione, per quanto bella e luminosa si mostri, mentre semplicemente - appunto - illude.
Tentare l'illogico, insomma, che poi così illogico può non sembrare.
Sfidare il buon senso, e con esso l'ambiguità prudente di due innocue parole combinate.
Gettare via il certo, ammesso di averlo mai posseduto.
Pagare il conto, fino all'ultimo.
Tutto per affidarsi alla propria idea. Sembra incredibile ma per alcuni ne vale, ne è valsa, ne varrà la pena.
martedì 30 ottobre 2012
Fino alla fine.
Di fronte a tutta l'ipocrisia e l'accidia servile che da più parti si esercita verso il boemo, reo di sesto posto in classifica al 30 di ottobre (con squadra arrivata sesta e settima - con altri allenatori - nei due anni precedenti), non resta che rassegnarsi: l'Italia non sa modificare questo diffuso, insano modo di vivere lo sport, fatto di tifo insulso e di cieco antagonismo personale.
Colpiscono soprattutto i giornalisti, sempre più numerosi, che di colpo sembrano spasmodicamente interessati alle vicende di un club, la Roma, che assai raramente è stato ritenuto degno di una simile attenzione dai media: scribacchini quasi esclusivamente concentrati a colpire il reprobo perdente con ogni sorta di tesi o di crudo appellativo.
Reprobo la cui serena ostinazione ricorda peraltro (facendo le debite proporzioni) quella di Bartolomeo Vanzetti, sul banco degli imputati, a Boston, anno 1927:
Sono così convinto di essere nel giusto, che se voi aveste il potere di
ammazzarmi due volte ed io per due volte potessi rinascere, rivivrei per
fare esattamente le cose che ho fatto.
Ecco, l'unica cosa che si potrebbe dire a Zdenek Zeman, ormai prossimo al proprio personale miglio verde, è che nessun martire, reale o metaforico, dovrebbe sacrificare la vita per Panagiotis Tachtsidis.
Ma questo è affar suo; e su libertà e libero arbitrio Kant ha parlato (e soprattutto scritto) chiaro.
sabato 27 ottobre 2012
La coerenza di uno statista da discount.
Tutto ciò che lo ha riguardato è stato privo di stile.
Questo è stato, è e sarà il suo più grande tratto distintivo.
Egli, statista da discount, è stato non solo portatore di un disastro culturale, etico, econonomico e sociale senza precedenti, ma anche e soprattutto il paladino del trash.
Così anche il ritorno di un simile personaggio esige le forme ed i riti del trash, fino a spingersi ai confini, non lontani, del ridicolo.
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