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domenica 31 ottobre 2010

Gli anni che abbiamo davanti. Realismo e incoscienza.


Gli anni che abbiamo davanti, in questo clima depresso e da fine impero, sono di un'incertezza notevole; sotto molteplici profili.
Riguardando, proprio oggi, su un canale privato sgangherato, un vecchio film di quarant'anni fa, inizi '70, ci ritrovavo notevoli affinità con il nostro quotidiano presente.
I protagonisti, simpatici, quasi tutti carini, non avevano alcun domani concreto. Si arrangiavano, scomposti, tra tentativi velleitari, imprese solitarie, una strisciante mollezza di costumi.
Il titolo del film non conta, neanche gli attori. Poca roba, ma autentica.
Insomma, guardavo e pensavo questo: non è detto che tutto il male venga per nuocere.
Se quello che ci aspetta avrà la metà della fantasia di quello che visse (o provò a vivere) quella generazione in conflitto perpetuo (personale e sociale), credo che in fondo valga la pena viverli, questi anni.
Riscoprendo, magari, un'ingenuità perduta: quella che alla fine salva i protagonisti; quella che ti può far sorridere anche in una tempesta.
Del resto a me pare che l'incoscienza sia la miglior scialuppa del realismo.

venerdì 29 ottobre 2010

Midterm (ovvero: a una sparuta minoranza stronza).


Barack Obama e Silvio Berlusconi sono stati eletti entrambi nel 2008. Entrambi sono a metà mandato, quindi, ma solo il primo vede alle porte una scadenza elettorale certa (le elezioni cosiddette di "midterm", riguardanti il Congresso, le assemblee elettive dei singoli Stati, e alcuni dei governatori dei singoli Stati) che darà un primo giudizio sul suo mandato.

Per Obama l'esito si preannuncia negativo. Sembra, a sentire gli analisti, che su di lui ricadano le colpe di tutto ciò che in America non funziona. Eppure, con la recente riforma sanitaria, Obama ha portato a compimento una straordinaria missione di rinnovamento e rafforzamento della coesione sociale.
Dovrebbe dire molto, o almeno dovrebbe dire qualcosa. Niente da fare, invece: pare proprio che non pagherà.
Non solo. Se per caso Obama cerca di risolvere le magagne lasciate in Iraq e dintorni dal suo predecessore, salta puntuale fuori qualcuno che pontifica che lo fa male, perchè "è troppo debole", perchè "non ha l'energia sufficiente".
Stupefacente. Provi dunque a pensare al suo predecessore, e ti chiedi - tra uno strafalcione e l'altro, tra una gaffe e l'altra, tra un insuccesso e l'altro - dove avesse mai, quello, la forza e l'energia. E la risposta può solo essere: nell'eterodeterminazione di tutte le sue scelte, ma soprattutto nella "parte" in e per cui stava. Parte politica, sociale, culturale, economica, intendo.
E nella teoria, semplicistica quanto diffusa, che quella sua parte fosse , e sia, quella giusta, sicura, forte, affidabile.
E' una vecchia questione, non solo americana: la destra domina nel tempo dell'insicurezza. E gli anni di Bush sono stati appunto "gli anni" dell'insicurezza (quasi sempre generata ad arte).
L'America non è certo cambiata, dopo di lui; ma i costi (variamente intesi) di due guerre stupide, un certo astensionismo causa candidato Gop troppo moderato (il povero McCain), e - infine - la straordinaria abilità e il formidabile carisma di Obama, nel 2008 hanno fatto il miracolo.
Se il miracolo, tra due anni, sia destinato a ripetersi, non è dato sapersi.
Intanto Obama soffre, malgrado le molte buone cose fatte.

E veniamo ora a Berlusconi.
Ammesso che ci sia ancora qualcosa da dire.
Risultati del governo, patetici. Credibilità internazionale, idem come sopra.
Berlusconi ha già fallito per la terza volta, dopo le prime due avventure a Palazzo Chigi (la prima fulminea, la seconda disatrosa); forse è per questo che ha già voglia di nuove elezioni. Subito.
Con queste scarse performances di governo dovrebbe essere un azzardo assoluto, eppure è opinione diffusa che in un eventuale ritorno alle urne egli di nuovo sbaraglierebbe la concorrenza (con un Pd in difficoltà, e un'ipotetica alternativa di centro "repubblicano" ancora molto confusa ed approssimativa).
Neppure le nuove, recenti bufere, sembrerebbero, del resto, impensierirlo.
Neppure la stagnazione sociale, minacciosa e pericolosa come mai prima d'ora.

L'Italia è, sì, completamente ferma, al palo; ma inerte; prigioniera indolente e rassegnata di un'estenuante catena di scandali che neppure scandalizzano più. Dove peraltro è solo il contenuto "sessuale" di gran parte dei medesimi ad avere rilievo; perchè tutto il resto, tutto quello che "intorno" agli episodi specifici, più o meno piccanti (si fa per dire), tocca e corrode le istituzioni non interessa che a una sparuta minoranza.

Pure un pò stronza, a ben pensarci.
Stronza perchè non capisce quanto sia bello stare in questo paese a democrazia catodica, dove se vuoi "svoltare" c'è una chance per tutti, e che si lamenta troppo, e di gamba sana.
Doppiamente stronza perchè neppure vuole sputare a prescindere e ad ogni costo sul proprio paese, provando anzi a rivalutarne una tradizione culturale e politica ai più (purtroppo) ignota.
Triplamente stronza perchè capisce bene come non basti il mero antiberlusconismo, o il ricorso a rimedi vecchi di trent'anni, per sconfiggere mali endemici del sistema - Italia.
Infinitamente stronza, perchè continuerà a credere in qualcosa di buono, e in qualcosa di giusto, malgrado tutto.

domenica 24 ottobre 2010

Il Grigio, in una sera di autunno.

Lo vado a ritrovare tra gli altri, sullo scaffale, in una sera di autunno che ben gli si adatta; e anche questa volta non mi tradisce.
"Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina davanti a voi? Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione di sgomento. C'è tutta la banalità umana. Il grigiore quotidiano del capofamiglia che va al lavoro, o al suo focolare...allegro. I piaceri di cui è fatta la sua esistenza senza scampo. Sì, certo...tutto dentro la naturalezza di quelle spalle vestite. E io lo odio, quell'uomo. E provo uno schifo fisico diretto, senza impegno, senza ideologie sociali. L'intolleranza e il disprezzo che dovrebbe avere un Dio che guarda..."

"Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina davanti a voi? Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione simile alla tenerezza. C'è tutta la normalità umana. La fatica quotidiana del capofamiglia che va al lavoro. I piaceri di cui è fatta la sua precaria esistenza, sì, certo...tutto dentro la naturalezza di quelle spalle vestite. Quello che io provo per quell'uomo è una comprensione diretta, senza impegno, senza ideologie sociali. Attraverso quest'uomo li posso vedere tutti. Nessuno sa quello che fa, nessuno sa quello che vuole, nessuno sa quello che sa.Intelligenti, stupidi...che differenza c'è? Vecchi, giovani...certo, tutti della stessa età. Uomini, donne...Che vuoi che conti?...Tentativi di persone che forse...esistono. Sì, quell'uomo è tutto. Bisognerebbe essere capaci di trovare...la consapevolezza e l'amore che dovrebbe avere un Dio che guarda."

Da "Il Grigio", Einaudi, 2003.
Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Uomini curiosi. Amici di una vita. Artisti.

sabato 23 ottobre 2010

Parlare ai bambini.


Sarebbe bello se oggi Gianni Rodari potesse compiere gli anni. Ne farebbe novanta.
Invece è morto giovane, prematuramente.
Il vuoto che ha lasciato, nel tempo, se possibile, è cresciuto.
Non la consapevolezza di quel vuoto, probabilmente.
Questi infatti sono anni in cui un pedagogista non ha molto senso di essere.
Questi sono anni che insegnano a non apprendere, e forse anche a non insegnare.
Ma di lui mi piace ricordare soprattutto l'ironia sottile, il disincanto,
che usava nello scrivere - per grandi e per bambini - facezie più che serie come:

Per colpa di un accento
un tale di Santhià
credeva d'essere alla meta
ed era appena a metà

Il suo contributo mi fa venire in mente quello di un altro grande, questa volta un regista: Francois Truffaut. Anche lui scomparso troppo presto, egli seppe descrivere e interpretare come nessuno il tema dell'infanzia, dandogli una dignità autentica. E priva di retorica.
Memorabile resta il discorso finale del maestro de "Gli anni in tasca" (VEDI), ma a me piace ricordare quei pochi minuti in cui lo stesso maestro - appena divenuto padre - porta alla classe la notizia.
E' una scena breve, una questione di particolari; e i particolari possono parlare per ore. Anche per sempre. Anche ai bambini.


giovedì 21 ottobre 2010

La certezza (popolare) del diritto.


Berlusconi dice che i giudici lo perseguitano perchè sono comunisti.
I suoi seguaci sostengono che abbia ragione, benchè molti di loro non abbiano mai neppure visto un giudice in azione.
A sinistra si diceva, anni fa, che i giudici fossero fascisti.
Lo diceva anche chi non avesse mai visto un giudice in faccia. Tanto era comunque così: perchè "si sapeva".

Da ieri sento argomentare che la decisione del Consiglio di Stato sul "Caso Cota" fosse prevedibile: "si sapeva", infatti, che i giudici non avrebbero avuto coraggio (testuale: da più persone, anche politici).

Francamente io non so chi sapesse, e cosa, e perchè.
So però che quando si parla di giustizia, come di calcio, ognuno si sente legittimato a dire tutto ciò che gli passa per la testa.
E credo che questa stia diventando una situazione letteralmente insostenibile.

Dico questo perchè il giudice che sbaglia - se sbaglia - ha, come ciascuno di noi, il sacrosanto diritto di errare (per quanto il suo errore vada senza dubbio censurato: ma sulla base di rilievi giuridici) per motivi che esulino da una supposta, pretesa, scontata, possibile, facoltizzabile , insinuabile malafede.

Di questo passo in avanti, badate bene, il concetto di "responsabilità" della magistratura rischierebbe infatti di essere annullato, sempre e comunque, da un pregiudizio. Ideologico o meno che sia.

Questo comporterebbe non solo un ingolfamento della giustizia; ma addirittura del nostro modo di pensarla. Sarebbe una crisi di sistema, prima ancora che di fiducia; sarebbe grave, e del tutto inutile. Non so proprio a chi convenga.

martedì 19 ottobre 2010

Affondare senza paura.


Non è solo un fatto di conti, di preventivi e consuntivi . E non è solo un fatto di stime; più o meno ribassate. Non è neppure solo un fatto di crisi delle istituzioni. Neppure di mancanza di visione. Non è nemmeno solo per l'imbarbarimento della classe politica, e non è neanche per l'assenza di senso civico e di solidarietà. Sono tante e tante cose, insieme combinate, che fanno sprofondare, ogni giorno che passa sempre di più, il nostro paese.
Ma è soprattutto l'abitudine a tutto questo, a rendere drammatico lo stato dell'Italia.
O l'idea che nulla sia, in fondo, davvero serio. Che nulla sia seriamente grave.
L'idea che quel che conta sia quel che passa in tv, e non quello che ci sta davanti, in tutte le case; o l'idea che servano ancora gli eroi, e qualche divisa da onorare, vera o immaginaria che sia; o semplicemente l'idea che non ci possano neppure essere, nuove idee.

Così alla fine è entertainment, però senza qualità, e rassegnazione, però senza disperazione.

Altri spot.
Vecchi slogan. Mediocri eccellenze. Consorterie bolse. Noia vestita di eccitazione.
Pornografia moraleggiante.
Che solitudine che dà, che rabbia che fa, questa nave colpita e riversa; giusto nel mezzo della sua deriva.
Che affonda senza paura.

sabato 16 ottobre 2010

Il tramonto di un'idea.


E' in un sabato di ottobre che arriva l'inverno della sinistra italiana. L'imponente mobilitazione di piazza della Fiom - contro il Governo, contro i padroni, contro l'unità sindacale, contro tutto - sancisce l'esaurimento della prospettiva di una moderna piattaforma progressista. Al fianco dei lavoratori sfilano almeno tre partiti comunisti, un partito vendoliano, il cinico Di Pietro con la sua feroce bonomia, e i sorridenti leader di un sindacato in fuga dalla realtà.
Il Pd balbetta qualche presenza individuale, preda di un'irrisolvibile vicenda identitaria.

Non è la prima volta che assisto (seppur da lontano) a queste manifestazioni. Non condividendone le premesse, ho tuttavia provato, come sempre, ad ascoltarne (magari mi fossi sbagliato) gli assunti.
In particolare partendo da loro: dai lavoratori, dagli operai, da quelli che - questo certo non lo discuto: ma, sottolineo, non sono i soli - vivono il dramma di una precarizzazione della propria esistenza, ancor prima che del proprio impiego.

Ma è qui da sentire, quel che dicono; e io non credo di essermi sbagliato.
Ascolto infatti uno scontento generale, una paura diffusa, un'incertezza sul che fare senza precedenti. Non sarà certo colpa loro, ma è tutto caotico, disordinato: dall'operaio allo studente, dall'extracomunitario al pensionato. Mille questioni, mille rivendicazioni, mille siglette, mille istanze malamente pressate in un corteo. C'è pure il movimento dell'uomo casalingo, mi spiego?
Tutto come si confà alla piazza più tradizionale, e a chi la organizza.

Il fatto è che è tutto, negli esiti e nella sintesi che ne seguono, volto alla frammentazione di una qualsiasi prospettiva sociale unitaria.
C'è qualsiasi cosa, in queste doglianze (alcune, o molte delle quali legittime, intendiamoci); ma alla fine non c'è niente. Solo un gran casino. Solo rabbia.
E la rabbia non costruisce, mai.

L'immagine che resta è quella di un pezzo di società che se ne va da sola. Che se ne va dietro a ipotesi impossibili, dietro a slogan facili, dietro all'irresponsabilità di leader che non hanno alcuna soluzione, ma un'unica, opportunistica utilità consortile.
Che anzichè ordinarlo, sfruttanno questo stesso disordine come risorsa; come arma.

Il fatto è che quel pezzo di società che se ne va da sola, non va da nessuna parte.
Parla linguaggi vecchi, teorizza ipotesi sepolte. Non coglie le connessioni e le interdipendenze della modernità, e la necessità di una governance che non può essere settoriale. Perchè altrimenti è settaria. E non è governance. E' consorteria, infatti.

***

Certo, si è nel giusto ad essere incazzati, oggi; per molti e molti versi. Ma quella che sembra l'opzione sicura è in realtà la più infingarda.
Rompere non servirà a nulla. Eleggere nuovi nemici, costruire ridicole lotte di classe, vivere in difesa servirà solo a far crescere il malessere. E ad alimentare il problema.

Questo Paese va alla deriva proprio perchè manca - da tempo - un disegno di "grande società": complessivo, organico, ambizioso.
La vituperata prima repubblica ce l'aveva.
Se dopo si è perso non è certo colpa del solo Berlusconi; il rifiuto, sostanziale, di un riformismo moderato è ascrivibile infatti a entrambi gli schieramenti.

Che dire del Pd (citato in apertura), del resto? Assiste a detti eventi, sintetizzando nella propria storia e nella propria evoluzione (specie quella recente) questi stessi fraintendimenti, questa stessa miopia, e un'insostenibile indecisione.
Nato come soggetto riformista, oggi riesce a tradire non solo quella impostazione, ma addirittura pure il suo opposto. Di cui pure ha paura.

Nec tecum nec sine te vivere possum. Una citazione di Ovidio che si adatta bene al nostro partito, e al tramonto dell'idea che gli stava accanto.
Annegata nella nostra mediocre prudenza, e nella altrui spregiudicatezza.

sabato 9 ottobre 2010

Ernesto Guevara de la Serna.


Difficile non pensare, a 43 anni esatti dalla morte, alla vicenda di Ernesto Guevara de la Serna. Benestante figlio di un'Argentina forse con più prospettive di quella attuale, egli ha trascurato il proprio privilegio, per dedicare tutto il proprio vivere all'altrui riscatto, ovunque esso dovesse trovare luogo.

Per fare questo ha sognato, ha studiato, ha teorizzato la rivoluzione; quindi ha lottato, ha organizzato, e ha ammazzato. Si è sporcato come si sporca ogni guerrigliero: le vesti macchiate dalla trincea; la coscienza corrotta da un'ideologia che ammette la violenza, e implica la soppressione del nemico.
Chiedersi se abbia fatto bene mi sembrerebbe un poco puerile.
In ogni caso non sta di certo a me dirlo.
Nell'ipotetico giudizio su di lui sono da sempre combattuto - io stesso - tra idealismo e realismo.
E' inevitabile.
Perchè il punto di osservazione da cui lo si voglia guardare, e giudicare, sarà esso stesso il giudizio.
Pertanto preferisco non guardare. E limitarmi, invece, a una breve considerazione.

Divenuto uomo di governo (e addirittura Presidente della Banca Nazionale di Cuba), capì di non essere tagliato per quel tipo di vita; tornò quindi in trincea, come i vecchi divi sportivi tornano in pista o in pedana, o sul ring.
Prima il Congo, poi la Bolivia. Furono entrambi fallimenti.
E fu dunque così che morì: in un malinconico ritorno.
Lui lo dipinse sempre come uno sforzo di globale riscatto planetario: quasi un antesignano della mondializzazione: ma questo non deve stupire, perchè era uomo di buone letture, non banale.
Colto borghese, quindi, nonchè bello e aitante rugbysta, andò a cercarsi un destino imprevedibile e comunque non facile.
E lo fece in buona fede. Cosa che non sposta di una virgola il giudizio che ciascuno vorrà e potrà dare, ma che almeno dovrebbe - io credo - suggerire il rispetto per una scelta.

Perchè quest'uomo, sognatore o assassino, o entrambi, assai più che un'icona da maglietta, uomo lo era davvero. Nel bene o nel male.

giovedì 7 ottobre 2010

Fermare cosa.


Sentire che tua figlia è morta. Scoprire che l'ha ammazzata tuo fratello. Ascoltare i particolari strazianti.
Immagina, se puoi; ammesso che mai si possa immaginare, una cosa simile.
Immagina che sia tutto in diretta, on air.
Che vuol dire che sei in casa tua, ma anche in tutte le case. Ovunque: in quelle luci accese per le strade, di notte, di una notte che non dimenticherai.
Sentire in diretta che tua figlia è morta. In diretta, che l'ha ammazzata tuo fratello.
Assai più che tragico, assai più che inumano.
"Signora, se vuole smettiamo", ti dice quella voce professionale, gentile ma risoluta.
Che racconta di te, che arriva in tutte le case, da tutte le parti, in diretta.
Ma mentre tu pure sei, in tutte quelle parti, non esisti in alcuna di esse; catturata in una voragine che non ha forma nè termine. In cui nulla è dicibile.

Eppure parleranno, racconteranno; anche dopo.
Verranno le analisi: sociali, puntuali e ricche di ospiti. Anche quello andrà su schermo, è naturale.
Si dirà che è una società folle, che va fermata, che non ha valori. Tutto vero, probabilmente; tutto vero, sicuramente.
Fermiamola pure, questa schifosa società. Che tanto è schifosa lei, tanto è nobile la parola che la vorrebbe esprimere.
Fermiamola pure, per quel che vuol dire fermarla.

Ma questa tv - nessuno me lo toglie dalla testa - andrà sempre fermata prima.

sabato 2 ottobre 2010

La bellezza, in fine.


La bellezza sfiorisce inevitabilmente. Nessuno può sottrarsi a questa legge di natura: per quanto si possa e si voglia contrastarli, la consunzione e il decadimento del corpo non troveranno,infine, ostacoli. Ciò nonostante, ogni consunzione e ogni decadimento seguono un proprio corso, hanno una propria storia.

Com'è stato bello Tony Curtis, alias Bernard Schwarz, morto giovedì scorso, a 85 anni.
Com'era perfettamente bello quando, agli inizi della carriera posava seducente davanti alla fotocamera, mostrando il suo sguardo ambiguo e sensuale; e ancora quanto era bello, ma a quel punto - invece - imperfettamente, a quasi cinquant'anni: protagonista, in quel tempo, di una serie tv (The Persuaders) che avrebbe fatto la storia: in cui il contrasto con l'austera e classica eleganza, di lineamento, d'abito e di forma, di Sir Roger Moore, ne era al tempo stesso contenitore (inteso come pretesto) e contenuto.

Ci sono persone che piacciono per un disegno complesso, e progressivo. Come se nel loro destino ci fosse, ad un certo punto, un destino di piacere. E dove a dover piacere è sì il corpo, ma in esso, e con esso, mille altre cose: ruolo, posizione economica, attitudine al sofisma, a volte - magari - pure disperazione.

Poi ci sono persone che piacciono per un caso: un caso potente e inarrestabile. E senza dubbio molto semplice.
Per loro piacere non è un destino, è un dato di fatto; ed è un fattore indipendente da ogni altro fattore eventuale.
Per loro piacere è naturale, la loro stessa natura è piacere. Nessun destino, nessuna progressività.
Semplice, appunto, e pura bellezza.
Fu questo che capitò a Curtis, come capitò alla leggenda Monroe. O come capitò, in Europa, alla divina B.B.
Tutte bellezze che potremmo definire casuali, in quanto originariamente popolari. Ma bellezze vere, trascinanti nella loro naturalezza: anche più forti dei gusti e, del caso, pure delle proprie stesse imperfezioni.
Si chiamano anche icone, esseri simbolici e quindi - in qualche modo - favolosi; ma molto spesso la loro favola non ha lieto fine (per quanto mai il finire possa risultare lieto).

Le semplici bellezze finiscono infatti in un modo altrettanto semplice. Netto.
Che non saprei descrivere.
Che saprei solo suggerire - forse - più impietoso e amaro del solito.
Quasi ci fosse una nemesi, anch'essa (naturalmente) naturale, da scontare.

In questa foto che ritrae, in suggestiva prospettiva, l'ultimo - malato - Curtis davanti al giovane divo Curtis, quello che ho scritto trova - almeno per me - conferma istantanea, e improvvisa.
E questo benchè, ormai da anni, Curtis attendesse malinconicamente la propria fine.
In ciò, tuttavia, ricordandomi un'altra fine: di un altro divo, di un altro simbolo, di un'altra - per quanto diversa - idea di bellezza. Quella della libertà, della musica. E di una canzone sempre piena di vento, di polvere, di sole. E di una radicale giovinezza.