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sabato 30 luglio 2011

C'erano una volta i Democristiani.


Bisognava saperlo che Tedesco era un peccatore. E' un ex socialista. (R.B.)

giovedì 28 luglio 2011

C'erano una volta i Repubblicani.


I DATI
Il debito pubblico Usa il 16 maggio 2011 ha raggiunto la cifra di 14.292 miliardi di dollari, arrivando così alla soglia del tetto, stabilito per legge a 14.294 miliardi di dollari, oltre il quale gli Usa rischiano il default. Entro il 2 agosto repubblicani e democratici devono trovare un accordo per alzare il tetto del debito ma l' accordo non è ancora stato raggiunto perché i democratici chiedono, come soluzione temporanea, l' aumento delle imposte derivate da redditi elevati mentre i repubblicani vedono come via maestra il taglio della spesa pubblica. Il debito pubblico, negli ultimi tre anni, è aumentato al ritmo di 1.000 miliardi di dollari ogni sette mesi circa. Ha raggiunto (e superato) i 14.000 miliardi il 31/12/2010; in precedenza era arrivato a 13.000 miliardi il 01/06/2010.

DAI FATTI ALLE OPINIONI
"Americani, chiamate il vostro rappresentante in Parlamento. Mandate email. Dite che volete che appoggi una soluzione di compromesso. Non possiamo rischiare il default , è da irresponsabili. Il costo del denaro schizzerebbe in alto per tutti, sarebbe una catastrofe. Il tempo stringe, rischiamo davvero il baratro". Così ha parlato Barack Obama, attaccando John Boehner, capo del Gop, che ha rinunciato all' improvviso all'accordo da 4 mila miliardi di dollari a lungo negoziato alla Casa Bianca; B.O. è consapevole che la destra radicale dei Tea Party vuole ottenere il "suo default" e che per ottenerlo è disposta a rischiare anche un default del credito Usa. Così ha cambiato linea. Basta discorsi bipartisan e appelli accorati: il presidente ora cerca di mettere alle strette il partito repubblicano ripetendo con toni sempre più netti e ad audience sempre più vaste che l' America rischia una crisi senza precedenti - a partire dalla perdita, per la prima volta nella storia, della 'tripla A', il voto massimo di affidabilità del suo credito - solo per l' ostinazione di un fronte conservatore che rifiuta di prendere in considerazione un pacchetto che è stato definito "degno di Ronald Reagan". Un piano che peraltro - osservano gli analisti - concede ai Repubblicani tutto quello che avevano chiesto "2.700 miliardi di dollari di spese in meno senza alcun incremento delle entrate". Fin qui una sintesi di quel che scrive Massimo Gaggi sul Corriere. A me resta da aggiungere poco. E cioè questo: 1) Obama cerca di responsabilizzare l'elettorato moderato e di accreditarsi al centro; 2) lascia aperta una porta all'accordo, e tuttavia attacca gli oltranzisti; 3) così facendo si scopre a sinistra, ma tanto a qualunque buon cristiano almeno due o tre volte al giorno gli tocca scoprirsi a sinistra. Alla fine i sondaggi dicono che il 51% degli americani considererebbe i repubblicani i maggiori responsabili di un eventuale downgrading degli Usa mentre, a oggi, solo il 30% afferma che ne darebbe la colpa a Obama. Dopo la sconfitta di midterm, questo sembra paradossalmente un 'momento si' per un Presidente che - pur in una situazione di crisi nazionale senza precedenti - sembra essersi ritrovato. Stupisce, per altro verso, il minimo toccato dai Repubblicani, completamente privi di idee. E questo è il punto 4): manca, agli Stati Uniti d'America, un Great Old Party degno della fotografia che campeggia qui sopra. Proprio questa mancanza potrebbe costituire la miglior garanzia per la rielezione di un Presidente a volte controverso, spesso all'apparenza debole, ma sempre coraggioso. Che proprio per questo sarebbe piaciuto, e forse piace, alla migliore tradizione conservatrice (che per chi scrive non poteva e non potrà mai essere quella robaccia alla Barry Goldwater): cinica ma responsabile, retorica ma pratica, spregiudicata all'occorrenza, se serve impopolare, ma sempre orgogliosamente e affidabilmente americana.

domenica 24 luglio 2011

Una domenica di Luglio a Parigi.



23.7.1989

"Laurent Fignon a perdu le Tour de France pour 8 secondes"

sabato 23 luglio 2011

I fascisti di Flaiano.


In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.

Ennio Flaiano (1910 - 1972)

- AFORISMI DI ENNIO FLAIANO -

domenica 17 luglio 2011

Democrazia = Porsche [o "della patente"]

Forse è tempo di trovare un nuovo rapporto con alcuni concetti, e con le parole che li esprimono.
Democrazia, ad esempio. Bellissimo, nobile, necessario, intendiamoci.
Ma se pensiamo a quello che ha prodotto negli ultimi 17 anni - in Italia e anche nel mondo - qualche (legittimo) dubbio sorge. Mettiamola così: la democrazia, potente e imprescindibile, è un po' una Porsche. E per guidare una Porsche (come un'Autobianchi, per carità) serve la patente.
L'equazione possibile suona più o meno così:



Sgomberato quindi il campo dal dubbio circa il fatto che anche la Porsche - per estensione - sia un diritto costituzionalmente garantito (quantomeno nel senso che dovrebbe diventarlo), dobbiamo tuttavia concludere che continuando a dire che "ci vuole la Porsche", e non parlando mai di patente, fino a dimenticarsene, il rischio concreto è quello dell'incidente; un incidente anch'esso costituzionalmente garantito.

Per cui dovremmo provare finalmente a definirla, quella X che sta sopra. E poi, per così dire, a conseguirla, restando sempre in tema di patenti. Altrimenti il rischio è nientemeno quello di dover lasciare la democrazia in garage. Quel che costituirebbe il più clamoroso caso di fermo amministrativo.

giovedì 14 luglio 2011

Il cantante, l'estate, Roosevelt.

Ogni tanto un cantante che ti piace mette fuori un disco nuovo, e tu ti senti un po' come quando ci si rivede - tra amici - dopo qualche anno di lontananza. Sospesi tra piacere e curiosità. A me questo capita, in particolare, con un cantante; che sarà - come ne dicono i detrattori più stupidi - nazionalpopolare, a tratti stucchevole, adolescenziale ecc. ma in ogni caso - per dirla alla Roosevelt - "è il mio" nazionalpopolare, a tratti stucchevole ecc.

E quando torna quel momento, di ritrovarlo, è quasi sempre estate. E se estate non è, lo diventa. E pertanto i detrattori si fottano.



Insomma mi piace che un'altra estate arriverà
Fare le valigie sapere che si ripartirà
Insomma mi piace che anche l'estate passerà
Fare le valigie sapere che si ripartirà
Perche' mi piace sentire il tempo che va

Istantanee di Luglio.


Luglio è un mese particolare: ha visto negli anni una serie di morti violente, che hanno scosso l’Italia, e dietro le quali spesso ancora si trascinano questioni irrisolte. Morti tra loro diverse, come le vite che hanno concluso, delle quali ci consegnano un ricordo a volte imperfetto: che se in un certo senso è ancora da aggiustare, come una messa a fuoco che non riesce, al tempo stesso è da completare: cercando le parole adatte a riempire vuoti della memoria, oppure mettendo semplicemente insieme istantanee di singoli momenti. Momenti così differenti e così lontani da trovarci, tuttavia, nel solo accostamento, un qualche senso comune; o perlomeno un nesso.

Giorgio Ambrosoli fu ucciso l’11 luglio del 1979 perché era un uomo dello Stato, anche senza esserne organico. In un Paese in cui, come ebbe a cantare Gaber, un politico qualunque, se gli ha sparato un brigatista, diventa l’unico statista, un avvocato non qualunque di Milano e la sua mite, riservata dirittura morale risultarono così intollerabilmente impudenti da spingere ad eliminarlo chi, di quello Stato, voleva fare una preda, un servo, un suddito. Ai suoi funerali, non da statista, i politici risultarono non pervenuti.

Gremivano, invece, la chiesa, il 24 luglio del 1992, ministri e onorevoli intervenuti ai funerali di Paolo Borsellino, morto cinque giorni prima. Era, quello, però, un periodo nero per la politica, la cui credibilità andava azzerandosi: così i rappresentanti delle istituzioni vennero accolti da fischi ed insulti. Questo avrebbe probabilmente irritato il giudice palermitano, che era un uomo d’ordine e di regole non solo formali; caduto per difendere un’idea di Stato che – casi della vita, ma soprattutto della geografia – non era poi diversa da quella dell’avvocato milanese.

A quasi un anno da quel funerale, il 23 luglio 1993 viene ritrovato cadavere, a Milano, Raul Gardini: ultimo capitalista visionario della finanza italiana, con un bisogno di gigantismo e di impresa (valgono tutti i significati del termine) niente affatto comune. Giocatore di poker divenuto imprenditore, Gardini coltivò una pericolosa vocazione all’impero, per la quale volle (e ottenne e perse) e portò tutto all’estremo, dalle sfide sportive alla consistenza delle tangenti. Ma era uomo per il quale la libertà superava, in importanza, ogni altra cosa; mal si sarebbe figurato in una cella di prigione.

Né avvocato, né giudice, né imprenditore, anzi un normale cittadino, il 20 luglio 2001, durante gli scontri del G8 di Genova, muore Carlo Giuliani. Ha la ventura di trovarsi nel momento sbagliato al posto sbagliato, a fare la cosa sbagliata. Mentre tenta di scagliare una bombola di gas contro una camionetta dei Carabinieri, un altro giovane, lui però in divisa, da dentro quella camionetta gli spara. Nel momento in cui il ragazzo cade, si radica in Italia una inedita coscienza no global che ancora sopravvive, e che genera un nuovo mito “resistenziale”: un mito che si sovrappone e quasi sostituisce a quello originale, e crea un nuovo, confuso quanto ideologicamente onnivoro partigianesimo. Anche Giuliani conduce, più o meno consapevolmente all’estremo, quel bisogno e impegnato e irresponsabile di “esser libero” che è parte fondante – e al tempo stesso pure disgregante – di questo paese. A tale moto individuale si contrappone una dottrina sociale, e statuale (in verità, purtroppo, sempre più rara e debole) che evoca ed esige una responsabilità e un disegno collettivi.

Ancora su questa tensione, oggi appunto sempre più precaria e controversa, e sempre meno feconda, l’Italia disordinatamente procede. Forse, in tutto questo, un vero e proprio nesso non c’è. Forse è solo una fotografia composta, sbilenca, di tanti, troppi anni presi tutti insieme. Ma la foto andava scattata al volo per forza; che l’Italia, quando si mette in posa, dà solitamente il peggio di sé.


Articolo pubblicato con il titolo "Ambrosoli, Borsellino, Gardini, Giuliani" su TheFrontPage.it il 13.7.2011

lunedì 11 luglio 2011

Sempre il tuo dovere, costi quel che costi - Giorgio Ambrosoli


"Anna carissima, è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E' indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell'Umi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere, costi quello che costi".

Giorgio Ambrosoli (17.10.33 / 11.7.79)


venerdì 8 luglio 2011

Capire cosa c'è.

La mort laisse une immense nostalgie. Je n'oublierai jamais un mort. D'ailleurs, je n'ai oublié aucun des morts qui m'ont entouré...Chaque jour, je pense à mes morts. Penser aux morts, c'est assurer, pour son temps de vie, la survie des gens qu'on aimés, en attendant que d'autres le fassent. C'est comme un devoir. Je me vois en gardien à la porte d'une forteresse. Gardien de la mémoire, gardien du souvenir.

Francois Mitterrand, 5.2.1982 (citato in
Verbatim, di Jacques Attali).

Parole, in cui si scoprono somiglianze e amicizie impossibili, che consegnano una parte dell'umanità ad un compito tanto più profondo quanto alieno dalla retorica. E' la memoria, cioè è la sua custodia.
Tanto più cara per persone che anche oggi, in qualche modo e per qualche ragione, sembra che vivano in qualche impressione che senti; o in un soffio di vento che si alza, e che ti colpisce. E, purtroppo o per fortuna, colpisce proprio te.





"Capire cosa c'è dietro il dolore
saperlo analizzare e motivare
allora quel dolore è la mia rabbia
di fronte a repressioni sempre più allarmanti
la rabbia di uno, la rabbia di tanti"

Ritrovare, in quello stesso sentimento di custodia di cui scrivo poco sopra, anche un senso a quel che accade oggi. Tempo dopo il tempo dei nostri amici impossibili. Ma in tempo per dirci cosa avrebbero detto. E in tempo per dire quel che dicono ancora.


giovedì 7 luglio 2011

Totti, Enrique e il rinnovamento italiano.

La vicenda che sta monopolizzando l’inizio della stagione della A.S. Roma Calcio, ovvero la tensione sempre più forte tra il simbolo della squadra, Totti, e il nuovo allenatore, lo spagnolo Enrique, appartiene solo in parte alla dimensione calcistica e sportiva. Ai più i fatti saranno noti, ma per chi non seguisse il football li ricapitoliamo.
La Roma – già gravata da una pesante situazione debitoria – nei mesi scorsi è stata acquistata da un fondo di investimenti americano. Circostanza che ha destato un certo scalpore: piuttosto provinciale, in verità, poiché l’ingresso degli yankees nel calcio nostrano segue (ormai di qualche anno) operazioni anche più onerose, perfezionate – sullo scenario europeo – da investitori statunitensi.
I nuovi proprietari della Roma hanno tuttavia voluto alimentare, se possibile, questo scalpore, con l’ingaggio di un tecnico giovane e ambizioso, però del tutto inaspettato: Luis Enrique Martinez Garcia. Ex calciatore spagnolo, poi entrenador delle giovanili del grande Barcellona – club leader a livello mondiale e noto, appunto, per la valorizzazione dei vivai; tuttavia allenatore privo di esperienza a livello di prima squadra. Il quale si è peraltro portato dietro sei connazionali, tra collaboratori e calciatori.
Improvvisamente si sono ritrovate, in seno alla squadra capitolina, esperienze, identità, culture, e sensibilità significativamente differenti. Un mix interessante, ma complesso. Innanzitutto c’è il sogno americano, ricco, visionario e nuovo per definizione; o almeno per l’italiano medio. Altrove, a oriente, si trovano infatti sogni ben più nuovi, più visionari e ormai anche più ricchi di quello, ma essi sono probabilmente meno suggestivi agli occhi di chi , come noi, è cresciuto a pane e Dallas. C’è poi l’appassionata e schietta spregiudicatezza spagnola, che rifiuta ipocrisie ed utilitarismi, e si vota – parliamo di calcio, ma non solo – al bel gioco e al lealismo “a ogni costo”. E quindi c’è il prudente, conservativo, spesso si usa anche dire “razionale” pragmatismo italiano; del quale facendo uso massivo in ambito calcistico, finiamo per non disporre altrove: vedi programmazione economica e roba del genere.
Il calcio però è una cosa seria. Così, se per rimediare a una finanziaria sbagliata c’è sempre un 12 agosto dietro l’angolo, quando si esce da una competizione europea il rimedio non c’è. Che accada il 25 di agosto, poi, è intollerabile. E che accada dopo aver tolto dal campo il simbolo, romano, della Roma, pare addirittura imperdonabile.
I fatti: dopo aver perso contro un avversario modesto (lo Slovan di Bratislava) nella gara di andata, la Roma è stata eliminata non riuscendo a ribaltare, in casa, al ritorno, il risultato; non solo: nell’ultimo quarto d’ora di partita l’allenatore ha sostituito Totti, che sta alla Roma come il Papa sta a San Pietro, affidando le residue speranze a una formazione sperimentale che è stata poi da molti definita – peraltro non a torto – “troppo inesperta e non all’altezza”.
Al termine, come è facile prevedere, la stampa e i tifosi si sono scatenati contro Enrique. Il quale, in verità, ha avuto una reazione sorprendente: dimostrandosi per nulla pentito delle scelte,  ma soprattutto ancor meno preoccupato di dover spiegazioni al leader della sua squadra. Anche perché, lo ha detto e lo ripete, per lui “Totti è uno come gli altri”. Bum! Così, nel giro di poche settimane le culture che compongono l’inedito melting pot romanista sembrano già entrate in conflitto. O almeno lo sono quelle europee, le più competenti in ambito calcistico, mentre la dirigenza a stelle e strisce sembra assistere distrattamente alla querelle originata; e se poi fosse vero – come si insinua – che essa veda in Totti soprattutto uno strumento da marketing, si dimostrerebbe assai meno innovatrice di quanto voglia apparire.
In realtà la questione, come già si diceva in apertura, ha natura solo marginalmente calcistica. In realtà la questione è che c’è un totem, un Dio, un pezzo di storia di una città e dello sport nazionale. Sta appeso in foto nelle camerette di centinaia di migliaia di ragazzi, sta in tv, sta nei nostri discorsi, è nella nostra vita. Il nuovo proprietario della Roma ha detto che è “il più forte calciatore italiano dell’ultimo mezzo secolo”, però forse non sa chi fossero Gianni Rivera e Roberto Baggio.
Incidentalmente – tuttavia – questo totem, questo Dio, è anche un uomo. Di 35 anni di età. Già da alcuni ha smesso con la Nazionale, per propria scelta. Ha ancora forze, naturalmente, ma naturalmente meno di prima. Ha ancora molti colpi, ma naturalmente meno di prima. Ha tutto, agonisticamente, meno di prima. E una società che decida – a torto o a ragione –  di rinnovarsi completamente, di affidarsi allo specialista del calcio “giovane”, consegnandogli una scommessa tutta da giocare e piena di incognite (ma, vista la conclusione del calciomercato, adesso c’è anche qualche certezza) non può non averci pensato. Nel momento, poi, in cui assume proprio un tipo come Enrique, asturiano chiaro e aspro come il sidro, e nel momento in cui accetta – come pare aver fatto – le sue richieste sulla libertà di conduzione tecnica, deve per forza averci pensato.
E’ chiaro ed evidente a tutti che Totti non può essere – con 35 anni – il futuro della Roma, però forse sarebbe stato opportuno essere più espliciti, da subito, sul punto. Nonché più rispettosi: e del totem e dell’uomo. Ma la strada è segnata. E gli ultimi acquisti, giovani e competitivi, la segnano – se possibile – ancora di più. Laddove si pensasse di tornare indietro, ciò sarebbe inquietante prima che fallimentare: perché significherebbe che il sistema italiano di cristallizzazione dell’esistente si è ormai propagato ben oltre il livello politico, che per primo ha toccato e condizionato (di fatto, in tal modo, necrotizzandolo). Vero è che il nostro è un Paese sempre più povero di simboli, ma questo non giustifica l’aggrapparsi al passato pure quando sia poco ragionevole.
Può essere opportuno, in conclusione, citare un precedente: idealmente utile a smontare un caso che in questo è – sì – davvero molto italiano. A Madrid, l’anno passato, similmente a quel che accade oggi a Roma, il totem di casa, Raul Blanco, si vide chiuso – proprio come Totti – da un nuovo progetto tecnico, affidato a Josè Mourinho. Risultato: Raul si trasferì a Gelsenkirchen, portando lo Schalke 04 alle semifinali di Champions League. Forse una nuova sfida, altrove da Roma, sarebbe arricchente anche per lo stesso Totti: che è e resta un grande giocatore. E forse sarebbe utile a favorire, a Roma, una mescolanza laica (senza più totem, e senza papi) e rinnovatrice, che potrebbe essere di buon esempio. Non solo al mondo del calcio.

martedì 5 luglio 2011

Manca.


Enrico Manca (1931 - 2011)


Sono contento di aver visto con i miei occhi quella Rai. E quell'Italia lì.