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martedì 29 aprile 2008

Verso il rinnovamento. Senza ambiguità.

Con la sconfitta di Roma, grande, enorme, ed altrettanto pesante, il centrosinistra italiano registra il punto più basso della sua storia. Che non era, dunque, quello del 13 e 14 aprile scorsi (non c’è mai limite al peggio), ma di certo ne è figlio: naturale o legittimo a seconda che i padri vogliano riconoscere o meno le proprie responsabilità.
A prima vista il pupo dovrà attendere un po’ per avere, tra gli altri, il cognome di W: perché quello, con buon tempismo, ha già scaricato il perdente Rutelli (che ha preso il 46%: “una brutta sconfitta”, dice Veltroni; un po’ inspiegabilmente se una settimana fa anche il 33% era una grande vittoria), provando a tirarsi fuori da un pasticcio fastidioso.
Ma è evidente come Veltroni non possa ragionevolmente pensare di cavarsela così.
Perché è altrettanto evidente come la sconfitta di Rutelli sia in qualche maniera anche la sua, in particolar modo se pensiamo a quanto i due leader si siano scoperti affini, in questi mesi. Ma è la sua, Sindaco uscente, pure per il fatto che i romani, in un modo o nell’altro, con queste elezioni sono stati chiamati a valutare la precedente amministrazione.
E il risultato è questo. Ne prenda dunque atto anche WV.
Non servirà scaricare tutte le colpe su Rutelli, nè servirà scaricarle – insieme a Rutelli – sugli stolti romani che si sono fatti infinocchiare sulla sicurezza da Alemanno. Anche perché 60 mila di loro, mentre votavano l’ex camerata, hanno ritenuto che un voto a questo sgangherato Pd glielo potevano dare: ma alla Provincia, a Zingaretti.
Certo, qualche dietrologo troppo intelligente potrà anche (anzi, lo ha già fatto) sostenere che ci sia stata un’operazione orchestrata da D’Alema dietro al voto disgiunto. D’altronde è sempre così, in certi ambienti troppo intelligenti: “se vinco è merito mio, se perdo è merito tuo”.

No, non pensavo che uscissimo così da una campagna elettorale che pure è stata – per certi versi – molto coinvolgente. Almeno superficialmente. Con buon merito di Veltroni.
Non pensavo di vedere lo stesso Veltroni che scarica in cinque minuti Rutelli, Rutelli che allora scarica le colpe su Veltroni, tutti che attaccano tutti…
Lo temevo (perché questo è il prezzo che si paga in un partito dove tutti sono generali), ma non lo pensavo possibile (perché questo rischio di conflitto era così prevedibile da suggerire tempestivi rimedi tali da silenziarlo – almeno – il conflitto).
Invece tutto si manifesta fragorosamente, ora, in questo partito: che è nuovo, purtroppo, solo a parole.
Un partito che doveva essere "democratico" (ma che zittisce il Riformista, reo di avere, per WV, "solo" 2000 lettori), che non doveva spartire nulla con l’Ulivo, quanto a metodi e alleanze, che doveva ripartire da zero, e che invece – sulle questioni pratiche, su quelle significative – non è nuovo per niente.
E' così che Rutelli, dopo aver predicato allenze di nuovo conio, si è ritrovato alleato (e ci farà opposzione insieme) con un tipo di Rifondazione detto "Tarzan": segni particolari, okkupatore.
E' così che WV, da vero padre padrone, per il ruolo di capigruppo del PD a Camera e Senato designa quelli che furono capigruppo dell’Ulivo. Con buona pace del dibattito interno.

E' così pure che per Rutelli, disimpegnato, si profila adesso il ruolo di vicepresidente del Senato medesimo. Peccato che WV, nel tripudio del nuovo, non sia riuscito a farsi dare (è stata la prima cosa che ha chiesto) la presidenza di una delle due camere, altrimenti oggi forse parleremmo di un premio assai maggiore per un candidato sindaco sconfitto alle urne.
Tutto questo non mi pare nuovo. E' vecchio, invece, è un film superato come molti dei suoi attori.

Anziché provare a ricostruire un rapporto con i cittadini, con il proprio blocco sociale di riferimento (ammesso che ne abbia uno), il Pd pare baloccarsi con la ricollocazione dei suoi vertici.
Chiaro che la domanda che si sente insistentemente fare, quando si criticano i medesimi (“sì, ma chi metti, allora?”), proprio in questa incessante perpetuazione di uomini (e donne), è destinata a non trovare mai risposta.
I militanti, delusi, continueranno a dire che “abbiamo perso un’altra volta” , ma la questione – lo dico da molto tempo – è chi c’è dietro quel “noi”.
E’, la vera questione, quella intorno a “cosa e di chi” debba essere questo Pd.
Che non doveva nascere dentro una stanza, non poteva né può crescere dentro una stanza; e che ora non può, non deve morire dentro una stanza.

lunedì 21 aprile 2008

Un partito nuovo, plurale, maggioritario.

Quando ho aperto questo blog, uno degli obiettivi che mi ero posto era quello di acquisire (almeno nella mia città) nuove persone alla politica, coinvolgendole nell'unico progetto possibile (per me) a sinistra: ovvero il Partito Democratico. Visto il mezzo che ho scelto, il web, mi aspettavo - ragionevolmente - che fossero dei giovani: è così è stato. Cito due nomi, per il semplice fatto che sono quelli di coloro che -nei commenti all'ultimo post - si sono confrontati, con molto acume, sui motivi della sconfitta. Gianluca Nostro e D.N. (io il nome per privacy non lo dico, dillo tu, N....), ...ma ce ne sono anche altri: che scrivono su questo blog, ed anche "esterni" ad esso. Ecco: mi piacciono i ragazzi (ma anche gli ex ragazzi...) che si confrontano senza rabbia, accettando di commentare una sconfitta senza camuffarla in una mezza vittoria, accettando di dover riflettere sul punto (o sui punti) di ri-partenza. Questi ragazzi, insieme ad altri che ho conosciuto - in certi casi meglio, in altri ex novo - e frequentato negli ultimi mesi, sono la vera risorsa su cui il PD (vercellese, in primis) può contare per riprendersi e competere domani. Occorre buttarli nella mischia, ma non in quanto giovani...Alcuni di loro sono, a mio avviso, del tutto pronti ad assumere cariche e impegni anche di spessore: mettendo le proprie competenze (e le proprie qualità intellettuali, il proprio bagaglio culturale: che in certi casi è addirittura - credetemi - di straordinario livello) al servizio di un partito che voglia affrontare problemi concreti. A questi ragazzi credo non interessi affatto se il PD porta a casa o meno la presidenza di una delle Camere, nè possono sentirsi più di tanto coinvolti dalla gara "all'alibi" che sembra appassionare i maiores democratici.
A tal riguardo vorrei sottolineare brevemente due questioni:
1) a chi dice che la presenza dei radicali ha allontanato i cattolici rispondo: i radicali nel 2001 erano col Polo. La loro presenza non allontanò nessuno. Inoltre, oggi, i cattolici della Pdl votano tranquillamente un partito alleato di Borghezio. Quindi: se non si riesce ad attrarre il proprio elettorato di riferimento deve per forza essere colpa degli altri?
2) a chi dice che è "tutta colpa di Prodi" rispondo: non sarà stato, allora, un errore candidare tutti i ministri del Governo Prodi, nel momento stesso in cui si diceva che si voleva "cambiare l'Italia" (ma come: cambiare, oggi, con gli stessi ministri ...di ieri...?...a che titolo si rivendica, allora, un "cambiamento"?).
Lo stato delle cose - a mio avviso - è questo: il PD è un partito plirale, con varie componenti interne. Definiamone almeno tre: quella cattolico-democratica, quella liberale e quella socialista.
Bene. Il vero errore è dire che occorre intensificare gli sforzi "monolateralmente", così marcando la traccia identitaria del partito in una delle tre direzioni, anzichè fare sì che il partito lavori e si espanda su tutti e tre i fronti.
E' evidente che in un partito di quel tipo, realmente a vocazione maggioritaria, plurale e quindi intento a ricercarsi a 360° i propri consensi, dovrà essere un Congresso a definire leadership ed equilibri.
Basta, cioè, ad autoincoronazioni che prescindono da contenuti e prospettive ideali.
E le primarie del 14 ottobre, purtroppo, assomigliavano più a questo che non a quelle vere, americane...dove ancora oggi - a pochi mesi dal voto - non si sa chi sfiderà Mc Cain.
Il futuro ci trovi dunque pronti. Viva il PD che nasce.

martedì 15 aprile 2008

0. ORA LE RIFORME 1. CHE VELTRONI RESTI, 2. MA IN UN PARTITO DIVERSO: 3. CHE INCLUDA TUTTI 4. COMPRESE LE GRANDI TRADIZIONI DELLA SINISTRA: SVANITE

L'esigenza (per contingenti motivi di lavoro) di non dilungarmi oltremodo mi induce ad alcune schematiche riflessioni. 0. L'Italia ha bisogno di riforme, e questo Parlamento ha il dovere di proporle e votarle. Confermo le mie impressioni sull'imbolsimento di Berlusconi, ma questo non è pregiudizievole a tal scopo: anzi, questo è probabilmente, in assoluto, il momento in cui egli è stato (o almeno parso) più "dialogante". Forse inconsapevolmente conscio del non avere più nulla da dire, egli propende per l'ascolto, o - almeno - per il silenzio. Occorrerà vedere se vorranno esserlo, dialoganti, anche An e (soprattutto) Lega. 1. Ieri ho avuto modo di confrontarmi con molti amici, che in questi mesi hanno letto e duramente criticato ..le mie critiche a Veltroni. Il senso è questo: "Adesso non ci verrà mica in mente di fargli la guerra...". Chiarisco subito: no. No, questa non è l'intenzione di nessuno. Di sicuro non la mia, anche se non posso non rilevare (in accordo con "Il Riformista") come WV abbia di fatto perso la sua scommessa. Il 33% è risultato modesto, corrispondendo alla media storica di DS+DL. WV non ha sfondato, ma i meriti accumulati in questi mesi sono comunque molti...anche se con qualche zona d'ombra. Il quadro politico si è infatti definitivamente semplificato, anche se all'interno di una metà - la nostra - il quadro è incompleto, talora direi malfatto... 2. Questa è, appunto, la questione del "partito". Partito che WV ha voluto costruito e definito per cooptazione, dagli organismi regionali e nazionali alle liste per Camera e Senato. Non c'era tempo, si è detto, per fare di più...Ma da chi ha fatto di "Si può fare" un vero e proprio mantra, forse - direi - era lecito aspettarsi ..di più. Ciò non avrebbe comunque cambiato le cose, direte voi: e probabilmente è vero, in considerazione del fatto che il nostro scarto era troppo ampio per essere colmato in questo poco tempo. Ma qui veniamo appunto ad un altro aspetto decisivo: i tempi: tempi che sono stati voluti, direi anche cercati - in una certa misura - da chi pareva quasi avere fretta di un confronto. Quasi che esso cadesse in un momento propizio. Ma propizio per chi? E per cosa? Forse per una scommessa molto coraggiosamente giocata; e altrettanto dignitosamente perduta. Il dato numerico è lì da vedere: è il solito da qualche anno a questa parte. Ma - oggi - senza più una sinistra da "riconquistare" o, meglio ancora, "recuperare". 3. A chi rivolgerci, oggi, dunque? A tutti, direi. Senza inseguire le icone "da candidatura" (il Vip da sistemare, ovviamente in testa alla lista: dall'impenditore all'operaio), ma attraverso un pieno e QUOTIDIANO coinvolgimento di TUTTE LE CATEGORIE PROFESSIONALI E SOCIALI. Così da poter avere, ma davvero, un partito politico moderno; così da allontanare, ma davvero, il fantasma del "professionismo della politica". Certo, è evidente che questo confronto a 360° non può prescindere da un dato storico e naturale: noi siamo, infatti, per quanto moderni e post-ideologici, collocati a SINISTRA. E oggi, per ragioni di cui mi riservo una valutazione in altro momento, portiamo (più che mai) su di noi le aspettative (molto spesso tradite) di milioni di elettori di sinistra. 4. E' evidente che un Parlamento come questo, in cui anche la parola "socialista" è scomparsa, è un Parlamento a cui manca qualcosa. Io non ho lesinato critiche a chi voleva far vivere le grandi tradizioni politiche in piccole botteghe, così da trarne la più opportunistica delle rendite. Oggi posso dire che costoro hanno avuto quel che meritavano. Oggi però devo anche dire che è nostro preciso dovere recuperare il senso migliore di quelle tradizioni, e farle vivere in un Partito che davvero può vincere la sfida del futuro. A patto che sappia coltivare una memoria delle origini, una capacità di dialogo (e in questo lode a Veltroni), ma - permettetemi - anche una capacità di ascolto. E questo dipende molto da tutti noi: ascoltiamo la società che cambia: cosa ha da dirci, e cosa ha da chiederci. Non banalizziamola come siamo spesso soliti fare.

venerdì 11 aprile 2008

Non è un paese per vecchi.

Comunque finisce un'era, che di colpo si fa "vecchia".
Il fighettismo forzitaliota, la vacuità di un'idea di successo che restava sempre e solo un'idea, l'Italia allegra e scanzonata che fa le corna ai vertici internazionali, le canzoni di apicella, il billionaire come paradigna di un modo di pensare prima ancora che di vivere...Tutto tramonta o sfuma con il tramonto biologico di Silvio Berlusconi: che è appannato, stanco, invecchiato, e glielo dice bene la Santanchè, nel negargli - letteralmente - ogni "spiraglio" di accordo ("Berlusconi è vecchio e corteggia, pure, da vecchio").
L'Italia, oggi, è un Paese che non prova più nemmeno a "fighettare". Nessun nuovo "miracolo italiano". Oggi il Pdl promette "lacrime e sangue", ma dimentica di dire che saranno il sangue e le lacrime dei soliti noti.
Per questo, comunque finisce un'era. Non che gli italiani usciranno dal tunnel di questi ultimi quindici anni in un colpo, nè peraltro è certo che non ne imbocchino un altro, di tunnel, quello della crisi irreversibile, della povertà, del ridimensionamento strutturale.
Ma escono dal tunnel del "...che siamo tantissimi e abbiamo un sogno...".
No, nessun sogno.
C'è, al massimo, una speranza: e quella siamo noi, cioè il Pd: cioè il partito che può cambiare l'Italia se saprà affrontare le sfide del confronto (anche al suo interno).

Dipende molto da queste elezioni, e da quel che verrà dopo.
Dipende molto da noi, dalla nostra voglia di cambiare davvero, e dalla nostra capacità di raccontare questa voglia.
Anche perchè gli altri non hanno proprio più niente da dire.


lunedì 7 aprile 2008

La fiaccola non si spenga. Ma si accenda la coscienza.

Condanno sempre ogni forma di violenza, quale pure è stato lo spegnimento forzoso della fiaccola olimpica, giunta a Parigi.
Anche simbolicamente mi pare fatto residuale: importa poco se la fiaccola continuerà a bruciare: quel che più ci deve premere è - ribadisco (vedi post precedente sul tema) - la posizione che i governi europei assumeranno sulla partecipazione (o meno) alle prossime Olimpiadi.
A meno che scelgano di non scegliere.
Finora Sarko è l'unico che ha parlato, manifestando l'idea di disertare la cerimonia inaugurale.
Che è già qualcosa, ma non basta.
Le Olimpiadi sono un inno al dialogo, alla libertà del confronto: tra gli individui e tra i popoli.
Non possono celebrarsi in una nazione il cui governo è uno dei più sanguinari del pianeta.
Non può celebrarsi una festa nella casa in cui qualcuno sta per essere ucciso.
Sulla Cina, poi, vedo schizofrenici balletti di posizionamento e giudizio: l'altroieri era una minaccia, ieri un'opportunità, poi di nuovo un pericolo, poi infine un Paese che paga uno scotto ai grandi cambiamenti interni...
Non vorrei che l'unica lente con cui guardiamo ad essa sia quella del Mercato: perchè ciò che può conseguire a questa costante deformazione del nostro criterio di giudizio può essere molto, molto pericoloso. Direi letale.

giovedì 3 aprile 2008

Forza Walter, parla all'Eroe!

Forza Walter!
A poco meno di due settimane dal voto, nonostante tutte le riserve (non secondarie) che si possono avere sulla gestione interna del PD, è il momento di dare il massimo per provare a "fare il miracolo": miracolo di cui il Paese ha vitale bisogno.
E' infatti più che mai arrivato il tempo di dire perchè la nostra sconfitta sarebbe (più che mai) la sconfitta dell'Italia.
Un esempio? La colossale indecenza del caso Alitalia è proprio il frutto estremo dell'irresponsabilità di Berlusconi (...perchè, c'è qualcun altro a destra?): che gioca con il destino del Paese come Chaplin con il suo mappamondo.
Siccome siamo, ormai, arrivati al redde rationem dobbiamo dire alcune cose, molto chiare, agli italiani.
Abbiamo scaricato Prodi, sì, un pò tutti, e non possiamo negare che avesse le sue colpe. Ma ha avuto anche dei meriti: e proprio il fatto che sia stato il primo a occuparsi di un'azienda (sempre Alitalia) che ha perso un miliardo all'anno ...per 15 anni, è un merito indiscutibile.
Raccontare, oggi, teorie strampalate di "cordate in arrivo" e di "italianità da difendere" non è, invece, un merito. E' una cosa grave, perchè impedisce o contribuisce ad impedire l'unica soluzione possibile di un caso senza soluzioni.
No, l'Italia non merita di essere lasciata in balia degli irresponsabili.
Noi (e dico "noi" senza tema) non siamo stati brillanti e vincenti come l'immagine esigeva, in questi anni, ma adesso un nuovo capitolo è iniziato.
Forza, quindi, Walter.
Pur con tutti i se e i ma che ho dispensato in questi mesi, non posso non riconoscere come le possibilità di affermazione del PD e di contenimento di SB passano dalla sua indiscutibile abilità comunicativa ed evocativa.
E da un lato se mi urta che voglia già mettere le mani avanti ("se perdo resto": no, chi perde rimette il mandato, e magari [ma nel suo caso, direi, certamente] - poi - resta), dall'altro credo nella sua capacità di parlare a quello che mi piace definire "l'italiano da salvare".
Quello che Caparezza descrive magnificamente nella sua ultima canzone.
Canzone memorabile, che dovrebbe essere il vero motivo di questa campagna e di un "umanesimo democratico" che deve diventare la nostra scommessa.
Parla all'Eroe, Walter, e l'Eroe ti ascolterà.

Guarda e senti (bene) Caparezza: