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venerdì 30 dicembre 2011
Morte politica.
venerdì 16 dicembre 2011
I negretti e i matti.
Fascistoide o meno, un matto è prima di tutto un matto. Però è evidente che esista, non solo in Italia, una feccia razzista e violenta, un cancro – così si dice di solito – “da estirpare“. Di tale fenomeno, tuttavia, almeno da noi, non si comprendono o non si vogliono comprendere mai abbastanza le cause; e neppure si offrono, ad esso, da alcuna parte, adeguati rimedi.
E’ una sera di due anni fa, è una serata molto mondana, è – in altre parole, mescolate – un ‘cool de sac’: cioè di quelle che non vuoi ma devi, perché c’è Tizio, e c’è Caio, le Istituzioni, bella location, bello tutto. Parlotto col vicino di sedia e d’un tratto ascolto l’ospite d’onore, al microfono, allertare i presenti circa il fatto che “i negretti non ci pagheranno certo le pensioni“. Così: testuale, al microfono, durante la non breve né interessante orazione, l’ospite d’onore spara la sua generosa ed imprevista cazzata.
E suscita, dopo un silenzio percepito di due secondi netti, la complice ilarità di molti degli ottimi presenti, e lo sdegno di pochissimi. Il mio vicino, poi, è particolarmente contento: quando ha capito che si poteva ha anche battuto le mani. Si sente a casa, e mi sorride quasi fossi un familiare. Caino, al massimo, vista la compagnia.
La morale non cercatela, perché non c’è; ma se dagli ottimi ed ilari presenti passa il messaggio che il negretto è un parassita, un vezzeggiativo che non vezzeggia e stona col cool, non sarà poi mica azzardato sostener legittimata la feccia anche (e sottolineo, anche) dalla vigliaccheria educata di tante brave persone. Che sono sì tutte educate, perbene, e però lasciano insospettabilmente esprimere in quel modo l’oratore di turno; tollerandolo se non, addirittura, condividendolo. “Però ha ragione”, dice infatti, nel mentre, un’imitazione di signora, scuotendo tette disperatamente robuste.
Ma questo poco importa, in realtà. Importa, invece, se pensi che sono quelle stesse, brave persone a chiedere “reazioni ferme”, “rimedi severissimi”, “pene esemplari” per i delinquenti. E importa che alla fine, tuttavia, malgrado le posizioni verbalmente oltranziste, malgrado i momentanei ed immancabili deliri su pena di morte e amenità varie, malgrado tutte le altre parimenti generose e, stavolta sì, prevedibili cazzate in canna, alla fine – dicevo – importa che queste persone siano, stringi stringi, inibite anch’esse dall’originale, avvolgente e soprattutto coinvolgente mantra nostrano della “non violenza“, del “sì, però”, del “ma riflettiamoci bene”, sino alla resa finale, l’immancabile ed ecumenico allargamento delle braccia. Talora con annesso scrollamento di spalle. Che è poi il vero classico di tutte le brave persone d’Italia, di qualunque provenienza geografica e di qualunque appartenenza politica.
Quello che voleva bruciare il rom, e castrare (“sì, ma solo chimicamente”) il mostro… puff!… basta un’allargatina di braccia dopo lo sfogo tra il primo e il secondo ed è una persona nuova. Che non odia. Che ragiona. Che prende il dolce. Volemose bene. Peace.
L’allargamento delle braccia è un gesto umano, ormai divenuto corporea per quanto scomposta ideologia di bontà; ma una bontà che non è in nulla e per nulla tollerante, anzi. Che non si tollera un bel niente, e si perdona più che altro in serie. E’, insomma, soprattutto una ginnastica morale: ùn-dùe, allargare e poi di nuovo disprezzare: se non è il negretto, qualcun altro si trova sempre. E’ un segnale trasversale, un’ideologia popolare che tuttavia mira, questo è il punto, solamente a edulcorare. E che per fare questo, giocoforza, ha bisogno di un qualunque amaro da correggere.
Un po’ come fosse una bustina ideologica di zucchero in un caffè ideologico di merda, se il paragone ci è concesso. E siccome il caffè è variegato, ha tanti gusti per tutti i gusti, ecco che si spazia dal dolcificare a prescindere al più maturo rito della contestualizzazione, fino all’evergreen che resta e resterà comunque, specie in un posto quale è il nostro, la folgorazione mistica. La folgorazione è puro saccarosio per le masse, e risulta infatti sempre gettonatissima: preferibile (soprattutto più commerciabile) è quella in cui ci si vota a qualche pittoresco santino locale, ma se proprio si vuole optare per il sommo può andare uguale. Per quanto ormai defilato e in minoranza, è pur sempre anche lui un azionista del gruppo, sebbene d’altra levatura.
Un costume, quindi, o piuttosto una divisa, culturale e civile: questo è in pratica il nostro esser bontà, il nostro non voler essere violenza. Parlarne, semmai. E basta. Come a esorcizzare.
Infatti questa cultura evoluta – anche quando a parole la evoca, o addirittura la invoca – in realtà la rifugge, la turpe violenza. Non si sa se per vigliaccheria di rimando, o per reale convinzione. A sentire gli esegeti del Bene lo fa perché “noi siamo figli di una grande civiltà”, eccetera eccetera; e anche se così trascuriamo l’evidenza del fatto che la civiltà sia invece stata, storicamente, (anche) un fatto di violenza, questo non cambia nè le cose né le idee. La parola d’ordine è: al massimo parole; e infatti poi non si tocca nessuno: braccia larghe e anime vuote.
Perché a questa società di finti destri e finti sinistri, castigatori e perdonatori professionisti, in fondo neppure interessa punire; sia con che senza violenza. Anzi. A questa società di figli-di-una-grande-civiltà, finti destri, finti sinistri, castigatori e perdonatori professionisti, oratori imprevedibili, uditori compiacenti, è evidente cosa interessi davvero; e non è l’analisi del torto, né dei suoi rimedi, blandi o estremi che siano.
Ma il pigro lamentare, piuttosto; e il malizioso sputtanare; e leggere, o sentire, o sapere di altrui lamentazioni e sputtanamenti; e per i più avvertiti, possibilmente, camparci sopra. Sono, in genere, questi ultimi, i più grandi figli-di-una-grande-civiltà, e sempre in genere rischiano di diventare onorevoli per forza d’inerzia. Spacciatori di buon senso, da talk, da legislature in serie, se possibile. Così la pensione ce l’hanno di sicuro. Con buona pace dell’orator coglione. Altro che i negretti. Altro che i matti. Altro che civiltà.
Articolo pubblicato il 16.12.2011 su TheFrontPage
mercoledì 14 dicembre 2011
Passeggiare a Parigi / La mia "Midnight in Paris"

Quando vedo un film di Woody Allen mi capita, generalmente, di avere delle idee. Oppure, in alternativa, di sentirmi sommerso sotto le sue. Midnight in Paris mi ha posto in una condizione intermedia. Appena uscito dal cinema, infatti, ho cominciato a pensare al mio prossimo soggiorno parigino, e agli incontri che potrei fare, durante le mie passeggiate. Che sono in verità meno notturne di quelle di Owen Wilson, ma egualmente lunghe, frequenti e appassionate. Io però non sono Owen Wilson, non sono neppure americano e non scrivo sceneggiature per Hollywood. Le mie frequentazioni oniriche a Parigi sarebbero ben diverse da quelle del suo personaggio, e così pure le curiosità da soddisfare.
Ecco che mi immagino in boulevard Lenoir, poco prima di arrivare all’altezza del Canal St. Martin, imbattermi in Jules Maigret, appena uscito di casa. Era una vita che volevo conoscerlo, e la prima cosa che noto – tirando un sospiro di sollievo – è che ha proprio la faccia di Gino Cervi; anzi, lui è Gino Cervi. Ottimo, per me, che infatti potrò soddisfare, in un sol colpo, una doppia curiosità. Così a Maigret chiedo come facesse a concludere tante inchieste senza ricorrere alle intercettazioni telefoniche. A Cervi, invece, cosa avrebbe detto Guareschi dello spread.
Saziata la mia curiosità, mi dirigo verso St. Germain, perché devo assolutamente trovare Sartre prima che rincasi. Cenerà solo anche stasera; la signora è fuori, emancipata al solito, che ha da fare. E’ cupo, Sartre. Ma glielo devo proprio dire, glielo dico lo stesso e glielo dico subito: di tutte quelle sue teorizzazioni di una vita quel che oggi resta è una massa di spacciatori del pensiero, buoni solo a… Come dice? …? No, Sartre, la ringrazio, l’aperitivo no. Ma mi lasci finire, insisto… Sa che in Italia adesso va forte uno che si chiama Saviano, non so se… Come? …? No, non credo che Saviano possa per l’aperitivo. Con Sartre non ci si diverte molto; io la capisco la Simone, in fondo.
E da chi posso andare, adesso? Comincia a essere buio, ho freddo. Voltaire mi ha dato buca. Forse l’ho spaventato dicendogli che avevo un sacco di cose da chiedergli, e mi ha risposto sibillino come sa fare lui …eh, ma non credo di essere abbastanza ignorante per darti tutte queste risposte. Furbo. Però è stato gentile, mi ha mandato Montesquieu. Così, poco più tardi, su una panchina di place Dauphine abbiamo cominciato a parlare di separazione dei poteri. Io gli ho spiegato che le cose, oggi, da noi, sono un po’ evolute. Lui ascolta, ascolta, ma dopo poco si alza, e senza dire una parola si sistema la sciarpa e si dilegua in una nebbiolina illuminata dai lampioni del ponte nuovo. Che tipo.
Mi resta poco da fare e più nessuno da vedere. Torno verso l’appartamento, zona Saint Paul, e già che ci sono allungo per rue de Beautreillis, civico 17. Citofono “Morrison”, magari che gli andasse una birretta. Grazie – mi risponde - ma sono in bagno, sto per entrare nelle vasca”. Per carità, penso io, ogni volta ci resta un’eternità. E me ne vado. Così decido di rincasare definitivamente.
Mentre apro la porta suona il telefono. Rispondo, è di nuovo Voltaire: Ehi, non prendere mai più per il culo Montesquieu…ma non lo sai che hai un carattere di merda?. Mi scuso, ma il fatto è che la separazione dei poteri oggi funziona davvero così, almeno in Italia. Per favore… -risponde – In nessun paese liberale potrebbero capitare cose simili…. Ecco!, grido, perchè è quello il punto: Infatti non c’è mai stato nessuno stato liberale in It… – click! – …lia… Pronto? Pronto? Voltaire ha riattaccato. Ma come, dico, tutta quella manfrina sulla tolleranza, “…non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita eccetera” e poi manco mi lasci finire la frase? Certo che hanno un bel carattere, questi illuministi.
Vado in bagno e il telefono, dall’altra stanza, squilla ancora. Si sarà reso conto che è stato un cafone, penso tra me e me. Pronto? Sì, salve, sono Guareschi. Senta, Cervi mi ha accennato qualcosa, ma non ci ho capito niente… Cosa diavolo sarebbe questa storia dello sprèd?.
Articolo pubblicato il 13.12.2011 su TheFrontPage
martedì 6 dicembre 2011
Coraggio, liberale, non farti ammazzare.

E’ un fatto, tuttavia, che con la declamazione rigida di quei principi e con quel genere, austero, di testimonial, i liberali siano storicamente andati poco lontano; ridimensionati, nelle proprie ambizioni, dalla forza significatrice e semplificatrice dei partiti popolari tradizionali. Dalla Dc al Pci, da Forza Italia (poi Pdl) al Pds (poi Ds, Pd, e quindi – pare – di nuovo Pci), tutti hanno contenuto, quando non frustrato, nelle urne, le autonome ambizioni dei liberali: si chiamassero essi, appunto, così, “Liberali”, ovvero, estendendone la famiglia, “Radicali” o “Repubblicani” (non parliamo del Partito d’Azione, anzitempo vittima di Erodi cattocomunisti); ovvero, giungendo quasi sino ai nostri tempi, avessero assunto denominazioni composte: da cui la genesi di innumerevoli “Alleanze”, di diversa natura, fattura ma inevitabile, infine, chiusura.
Eppure anche quando – riparandosi dai rischi autonomisti – si sono messi al servizio di contenitori cosiddetti “plurali”, ai liberali italiani non è mai stato dato particolare spazio ed ascolto. Anzi. Perché ai liberali italiani, autonomi o trasversali che fossero, o intendessero essere, hanno sempre fatto difetto due cose: a) un’immagine chiara, comprensibile in pochi secondi da chiunque; b) dei testimonial efficaci, che sapessero dare, appunto, quell’immagine e renderla di pronta condivisione. L’errore di complicare eccessivamente è in realtà il dazio che si paga allo scrupolo del metodo scientifico e della competente obiettività di giudizio (che è un vero must liberale, diciamolo); ma in ossequio al principio nicciano secondo cui “la verità è che la verità cambia”, anche gli scientifici e preparati liberali dovrebbero rassegnarsi a qualche mutamento. Specie se allettati dalle prospettive che, al momento, il mercato del voto offre loro.
E’ giunto il tempo di non ridursi solo a libri ed austerità, e pensare – invece – alle immagini, ai volti, ai cuori. Le immagini, i volti, i cuori, non sono riferimenti casuali. Ritengo infatti che in questi ultimi anni vi sia stato un solo uomo politico (ma non è un politico professionista, e non è, diciamolo subito, un italiano) che abbia saputo incarnare e trasmettere in modo chiaro alla gente i valori autentici dell’essere individui liberi in un libero Stato. E descrivendone, altresì, anche la caducità, e gli inganni che possono nasconderli o confonderli, questi ha pure affermato la necessità di ricercarli, di ritrovarli; e all’occorrenza – perché no? – di ridefinirli.
Vediamo come, partendo da alcuni contesti. 1. La sanzione, ad esempio: un cardine di ogni Stato di diritto. Ma che accade quando la certezza di una colpa risulta preceduta da un sospetto o da un pregiudizio, troppo veloci ad insinuarsi, a volte persino anche troppo convincenti? Accade che quel pregiudizio, se non diventa esso stesso sanzione, la scatena, arbitraria. Così ne discende l’opportunità, prudente, del dubbio.
2. Però è un fatto che quel dubbio rischia di avere vita dura, in un tempo che non dispensa mai dall’obbligo della verità. Che non dispensa neppure quando la verità non esiste, o comunque non si riconosce. E quando poi si scambia la verità con la vita, allora capita il peggio: chè il nostro tempo non dispensa neppure dall’obbligo della vita. E questo anche quando è la vita stessa a non esistere, o a non riconoscersi.
3. Laddove invece, pur riconoscendosi, la vita si scopre precaria, ecco che spesso essa offre all’individuo una prospettiva nuova, meno radicale, attraverso cui guardare a sé ed alle cose: i dogmi si offrono alla relativizzazione, e quelle differenze su cui spesso si edifica, a contrario – nell’opposizione all’altro-da-sè – la propria stessa soggettività, anche le differenze più avvertite possono cedere il passo ad un’estrema, finalmente autonoma consapevolezza.
4. Questa è la fortuna dell’essere uomini. Quella di potersi riscattare sempre, fino alla fine. E non solo come singoli, ma anche come corpo sociale. Educandosi reciprocamente, ciascuno a modo proprio, ad una nuova, tollerante ed insieme anche competitiva idea di comunità.
Ora vi chiederete: chi ha detto o teorizzato tutto questo? Chi sarà mai questo lucido custode della vulgata liberale? Non bisogna in verità cercare lontano, per trovare la risposta: basta andare al cinema. Perché è appunto ad un uomo di cinema, Clint Eastwood, peraltro già sindaco repubblicano di Carmel (California), che va il merito di aver realizzato, in questi anni, con i suoi film, un manifesto popolare dell’autentico, profondo spirito liberale. Che è appunto, tra le altre cose, sospendere un giudizio, anche o soprattutto di fronte al sospetto (1. – Mystic River, 2003). Che è rispettare la vita come espressione del libero arbitrio (2. – Million Dollar Baby, 2004). Che è capire come il mondo sia più grande di una strada, di una città ed anche di una guerra; e che l’arma più potente sta proprio in quel capire (3. – Gran Torino, 2008). Che è pensare ad una comunità come frutto di una rinuncia reciproca, ma anche come pretesa, come meta comune (4. – Invictus, 2009).
Insomma, in termini di diritti (e doveri) civili, in questi ultimi anni il regista C.E. ha spiegato – riuscendone compreso – a milioni di persone quanto gli eredi, viventi e prestati alla politica, di Stuart Mill o Tocqueville, o – avvicinandosi a noi, come epoca e come sentire – Roepke, non siano riusciti a fare. Certo che senza di loro, tanto gli originali che gli epigoni, non avrebbe avuto nulla da divulgare e nessun presidio ideale cui ancorarsi, ma altrettanto certo è questo: l’originalità del manifesto liberale di C.E. c’è ed è nel suo stile personale, da eterno cowboy: essenziale e rigoroso; spigoloso fino al brutale, silenzioso sino all’enunciato. Quel che dovrebbe essere, o provare ad essere, a volte, la stessa politica.
Perchè la gente, oggi, specie da noi, ha bisogno proprio di questo: di sentimenti schietti, espressioni umane e severa comprensione. Se riesci a dare tutto questo, allora a quella gente potrai anche dare un po’ di complesso ma vitale liberalismo; però non da scienziati, o da tecnocrati; piuttosto, appunto, da cowboy, se ci riuscissero, dovrebbero ragionare, e comportarsi, i liberali. Particolarmente quelli italiani. Per loro il vuoto della politica contemporanea potrebbe diventare una vasta prateria. E l’Europa, l’idea concreta di Europa (cioè sociale, e non solo economica), la frontiera. Insomma, per dirla un po’ come direbbe lui, “coraggio, liberale, non farti ammazzare”. Provaci.
Articolo pubblicato il 5.12.2011 su TheFrontPagemercoledì 24 agosto 2011
Fenomenologia di Vasco Rossi.
E così, da un mesetto buono, tutto quello che dice Vasco Rossi sulla sua bacheca del social network per eccellenza diventa un caso; e ove caso mai dovesse (come talora capita di vedere su altre bacheche, del resto) annunciarci una pisciatina, anche la pisciata di Vasco sarebbe un caso. O quantomeno ne verrebbe fuori una clip, o un “clippino”, come lo chiama lui. Se questo non è – oggi, nella società della polverizzazione e della totalizzazione mediatica – un assurdo, non saprei allora come meglio definirlo. Specie considerando che alla base della “notizia”, almeno per come viene offerta, c’è davvero poco o nulla.
Certo, ci si può inventare la storia secondo cui Vasco Rossi inviti il pubblico – surrettiziamente – al consumo di prodotti chimici, dalle droghe agli antidepressivi. Ma è un’invenzione, un falso: che quindi non può reggere. Se non per un pomeriggio scarso: cioè prima delle doverose “precisazioni”. Ma quel pomeriggio scarso scandisce giusto il tempo per le “reazioni”. E sono proprio le reazioni il pezzo forte, in questi casi. Altro che le precisazioni. Gente che non ha ascoltato le frasi a cui reagisce (il più delle volte è un politico, e non le ha ascoltate perché nemmeno saprebbe accendere un computer), e naturalmente neppure le precisazioni, raggiunta per telefono o di corsa per strada da solerti cronisti, risponde per le rime al cantante maledetto.
E così gli dice che disprezza la vita. E così gli dice che la salute è una cosa seria. E così conclude: pensi alle canzoni. Il nichilista Vasco torna dunque d’un botto “solo un cantante”, e diventa pretesto: un pretesto per moralizzare, dopo avergli organizzato, e assemblato intorno, discussioni sul nulla. Il minimo che potrebbe fare, lui, è non cadere di nuovo nella trappola. Ma se ci pensasse non sarebbe Vasco, che diamine. E poi per lui questa non è mica una trappola, anzi. Così risponde, reagisce alle reazioni. E come? No, nessun comunicato stampa ufficiale; il video, il “clippino” gli fa di nuovo, lui; di nuovo su Facebook, di nuovo un gioco, una cosa così, appunto come un qualsiasi altro utente. Ma lui è un divo, che diamine; e quindi tutti tornano a stupirsi.
Eppure il divo Vasco è diventato – se poi lo è diventato – divo, sempre tenendosi distante da ogni linea di separazione; sempre offrendosi, invece, ai fan, come uno di loro. Proprio in questo “darsi” egli è stato un paradigma del pop anni ottanta/novanta; sospeso tra un genio evidente, amaro e personale, e un trash impertinente, guascone e popolare. E ora che ogni confine è stato abbattuto (almeno in teoria, almeno per chi lo voglia abbattere) dal web, per niente solleticato – oggi meno che mai – dall’idea di isolarsi, Vasco torna; e si presenta come farebbe lo zio in pensione che ha appena scoperto internet.
E un po’ ti sorprende, come ti sorprenderebbe quello zio: solo che invece di rincoglionirsi, e rincoglionirti con Farmville, lui ti piazza lì il “clippino”: cioè se stesso, strampalato eppure unico, su internet. Ed è chiaro che ti vuole dire qualcosa; ma te la deve dire comunque ed inevitabilmente a modo suo. E questo è il punto: il modo suo è qualcosa che, per quanto cambino le epoche, resta sempre una sintesi – assai rara – di carisma e ingenuità. Piaccia o meno, quest’uomo – stupido solo per gli stupidi – colpisce e affonda ogni convenzione comunicativa con la forza del suo essere e carismaticamente e ingenuamente normale.
Nessun cantante, nessun personaggio pubblico è mai arrivato ad interagire con il proprio pubblico utilizzando Facebook (utilizzandolo davvero, si intende). Sarebbe stata una cosa banale, in fondo, a pensarci; ma, chissà perché, non ci ha pensato nessuno. Così è arrivato lui, che senza perdere tempo ha cominciato a esternare e a postare come il figlio adolescente dei nostri vicini. E tutti a chiedersi: lo fa perché è solo? Lo fa perché è malato? Lo fa per trovare stimoli? Chissà. Questo, tuttavia, non ci riguarda. Piuttosto andrebbe rilevato come quest’uomo, bizzarro eppure normale, ancora una volta rompa con naturalezza gli schemi e faccia capire, meglio di tanti – con quella stessa normalità, ingenua e magnetica – che il mondo è davvero cambiato. Che lui sarà sì sempre il solito matto, che sta sopra le righe e si mangia le parole, ma gli altri (politici “reazionisti”, cacciatori di scoop falsi, falsari, buonisti da comunicato stampa) vivono in un passato che è già morto da un pezzo. Sono stelle comete, che precipitano a mezzo fax.
Articolo pubblicato il 23.8.2011 su TheFrontPage
sabato 13 agosto 2011
Ezio Borg, immaginifico politico scandinavo.
Dicono sia sempre stato geloso del fratello. L’altro più giovane, e bellissimo; alto ed elegante fin dalla culla; lui invece bruttino, già dall’infanzia pingue e sgraziato; e poi andato sempre più peggiorando. Ma sono soprattutto tanti anni, e un talento sportivo (quello che l’altro ha, lui no), a dividerli.
Infatti, mentre il fratello si dimostra da subito un fenomeno del tennis, lui mangia molto, scansa l’attività fisica, e s’invaghisce, invece, del gioco del biliardo. Gli piace, del biliardo, il clima maschio e gagliardo: la coltre di fumo, i cartelloni degli alcolici alle pareti, le luci al neon, le pupe mute e sedute.
Quando gli illustrano le regole, però, le spiegazioni sono sommarie oppure forse è Ezio a non capirle bene; fatto sta che gli dicono “la stecca va usata per colpire le palle”, e lui – precipitoso – fraintende. Gli istruttori intendevano le biglie sul tavolo, lui invece pensa subito ai dicotiledoni di quei due marocchini poco distanti. Troppo poco distanti.
E’ intollerante, il nostro Ezio. Mentre il fratello comincia a vincere tornei in serie, e diventa popolare, egli è condannato ad una quotidianità un po’ grigia e provinciale. Che però riempie di idee: politica movimentista, difesa del territorio e della sua gente. Sempre considerata per provenienza, mai per destinazione. Ce n’è di che argomentare, a riguardo. Così almeno pensa lui. Qui al Nord (siamo in Scandinavia, badate bene), ci sono poche ore di luce; anche volendo – spiega – le popolazioni autoctone non potrebbero abbronzarsi quanto quei neri così irrispettosamente neri.
Non è giusto, spiega. Lui spiega: a volte con le parole, a volte con le mani. Ma ci pensa sempre; lui è uno che ci pensa, agli altri; è un semplice, ma un semplice idealista; proprio non li tollera questi vantaggi del caso, della sorte, della natura, della razza.
Bisogna rimettere le cose a posto, spiega.
In politica, tuttavia, fa poca carriera. Ha la sfortuna di vivere in un posto dove tutti si vogliono più o meno bene, dove tutti si mescolano senza troppi problemi – i bianchi e i neri, a volte pure i gialli – e dove tutti addirittura pagano le tasse. Non può neppure giocare la carta federalista, che altrove va per la maggiore; lì, stranamente, si parla senza imbarazzo di “Stato”, così come di “cittadini”,“diritti” e di altra roba simile.
Bah. Non se lo spiega.
Il fratello, nel frattempo, si è dimenticato di lui.
La volta che Ezio lo vide giocare con un noto ed eccentrico giocatore di colore, gli fece una scenata: “Perché diavolo non gli tiri la palla addosso?”, urlò dalle tribune. Così fu anche l’ultima volta che lo vide giocare. Dopo neppure si parlarono più.
Accadde infine che Ezio Borg – chissà poi perché quella pessima abitudine a mettere sempre il cognome davanti al nome: “Borg Ezio”, anche quando firmava – un bel giorno decise di andarsene dal freddo paese natio; alla ricerca di un posto e di un popolo più caldi, che lo sapessero apprezzare davvero.
Dove sia andato non è dato sapersi, e neppure sospettarsi.
Ezio Borg resta un mistero, sospeso nel tempo; forse uno dei più grandi misteri di questi anni. Sarebbe stato interessante conoscere da lui, scandinavo purosangue, un’opinione sui recenti fatti di Oslo. Ma chissà dove sarà, adesso, Ezio Borg o Borg Ezio che sia.
Nota dell’autore. I personaggi di questa storia sono frutto di pura fantasia; un po’ come le manovre economiche di oggigiorno. Ogni riferimento a fatti e persone è pertanto puramente casuale.
Articolo pubblicato il 12.8.2011 su The Front Page.
lunedì 8 agosto 2011
Sarkozy, Lagardère e il privato.
In effetti il video ha fatto molto discutere in tutta la Francia; dove – tuttavia – a far discutere è la stessa credibilità manageriale di Lagardère, video a parte. A capo di un colosso finanziario attivo nell’editoria e nell’aeronautica, Arnaud Lagardère non sarebbe infatti riuscito, come peraltro spesso accade, a mantenere le aspettative che in lui si erano riposte dopo l’uscita di scena del padre (Jean-Luc), fondatore e mente creativa del gruppo. Ma se di figli che non eguagliano i genitori è pieno il mondo, quel che è mal digerito dai francesi è in realtà il fatto che Lagardère non sembri, in effetti, fare molto per tacitare gli scettici, e nemmeno pare dannarsi per trovare giustificazioni convincenti alle proprie mancanze (“J’ai le choix de passer pour quelqu’un de malhonnête ou d’incompétent, qui ne sait pas ce qui se passe dans ses usines. J’assume cette deuxième version“, ebbe a dire qualche tempo fa).
Detto questo, Lagardère è stato virtualmente lapidato per quella che gli si imputa essere stata una figura “patetica”; che, nel guardare adorante (e sbaciucchiare) la compagna – modella e di 28 anni più giovane – secondo la stampa “Il se ridiculise”, “Il se comporte comme un bouffon“, fino alla lettura vagamente freudiana di Libération: “Ce qui est triste, c’est qu’il a l’air d’un bébé sur cette vidéo”. Sì, è vero, Lagardère in qualche momento del servizio sembra inebetito dal sentimento e dal desiderio, e quando sussurra “Non ci sono limiti al nostro amore” può certamente far ridere. Ma come potrebbe far ridere chiunque venga a trovarsi (e a mostrarsi) in una situazione simile: miliardario o meno che sia. Uomo pubblico o meno che sia.
Se di Lagardère è quindi discutibile (e nel senso specifico di “discutibile” più che di “censurabile”) l’esibizione del privato, occupiamoci ora del presidente Sarkozy. Che, come premesso in apertura, è stato il primo a demolire, e con tanta cruenza, l’amico di sempre (quello che – si dice –avrebbe messo a tacere la notizia secondo cui l’ex signora Sarkozy, Cécilia, non sarebbe andata a votare al secondo turno delle presidenziali 2007). Fatto è che Sarkozy, lungi dall’amicizia e dall’eventuale riconoscenza, mostra di non avere nessuna pietà per le debolezze altrui.
Strano per un uomo che, presentatosi come forte, sicuro, nuovo, non è tuttavia riuscito a confermare alcuna di quelle qualità promesse.
Il flirt con l’attuale moglie, mondanizzato fino all’istituzionalizzazione, non è infatti stato certamente meno “discutibile” della performance di Lagardère. E se è vero – come si ipotizza – che il presidente si aggrappi ore alla futura paternità per riconquistare il cuore dei francesi e raggiungere il ballottaggio del maggio 2012, il povero Lagardère è addirittura superato. E l’ammirato Mitterrand sempre più irraggiungibile; ma in tutt’altro senso, evidentemente.
Articolo pubblicato il 7.8.11 su The Front Pagegiovedì 14 luglio 2011
Istantanee di Luglio.

Giorgio Ambrosoli fu ucciso l’11 luglio del 1979 perché era un uomo dello Stato, anche senza esserne organico. In un Paese in cui, come ebbe a cantare Gaber, un politico qualunque, se gli ha sparato un brigatista, diventa l’unico statista, un avvocato non qualunque di Milano e la sua mite, riservata dirittura morale risultarono così intollerabilmente impudenti da spingere ad eliminarlo chi, di quello Stato, voleva fare una preda, un servo, un suddito. Ai suoi funerali, non da statista, i politici risultarono non pervenuti.
Gremivano, invece, la chiesa, il 24 luglio del 1992, ministri e onorevoli intervenuti ai funerali di Paolo Borsellino, morto cinque giorni prima. Era, quello, però, un periodo nero per la politica, la cui credibilità andava azzerandosi: così i rappresentanti delle istituzioni vennero accolti da fischi ed insulti. Questo avrebbe probabilmente irritato il giudice palermitano, che era un uomo d’ordine e di regole non solo formali; caduto per difendere un’idea di Stato che – casi della vita, ma soprattutto della geografia – non era poi diversa da quella dell’avvocato milanese.
A quasi un anno da quel funerale, il 23 luglio 1993 viene ritrovato cadavere, a Milano, Raul Gardini: ultimo capitalista visionario della finanza italiana, con un bisogno di gigantismo e di impresa (valgono tutti i significati del termine) niente affatto comune. Giocatore di poker divenuto imprenditore, Gardini coltivò una pericolosa vocazione all’impero, per la quale volle (e ottenne e perse) e portò tutto all’estremo, dalle sfide sportive alla consistenza delle tangenti. Ma era uomo per il quale la libertà superava, in importanza, ogni altra cosa; mal si sarebbe figurato in una cella di prigione.
Né avvocato, né giudice, né imprenditore, anzi un normale cittadino, il 20 luglio 2001, durante gli scontri del G8 di Genova, muore Carlo Giuliani. Ha la ventura di trovarsi nel momento sbagliato al posto sbagliato, a fare la cosa sbagliata. Mentre tenta di scagliare una bombola di gas contro una camionetta dei Carabinieri, un altro giovane, lui però in divisa, da dentro quella camionetta gli spara. Nel momento in cui il ragazzo cade, si radica in Italia una inedita coscienza no global che ancora sopravvive, e che genera un nuovo mito “resistenziale”: un mito che si sovrappone e quasi sostituisce a quello originale, e crea un nuovo, confuso quanto ideologicamente onnivoro partigianesimo. Anche Giuliani conduce, più o meno consapevolmente all’estremo, quel bisogno e impegnato e irresponsabile di “esser libero” che è parte fondante – e al tempo stesso pure disgregante – di questo paese. A tale moto individuale si contrappone una dottrina sociale, e statuale (in verità, purtroppo, sempre più rara e debole) che evoca ed esige una responsabilità e un disegno collettivi.
Ancora su questa tensione, oggi appunto sempre più precaria e controversa, e sempre meno feconda, l’Italia disordinatamente procede. Forse, in tutto questo, un vero e proprio nesso non c’è. Forse è solo una fotografia composta, sbilenca, di tanti, troppi anni presi tutti insieme. Ma la foto andava scattata al volo per forza; che l’Italia, quando si mette in posa, dà solitamente il peggio di sé.
