Cerca nel blog

sabato 29 marzo 2008

Torino, 29 marzo 1978. Bettino Craxi.

Il 29 marzo 1978 si apriva a Torino il 41° congresso nazionale del PSI. In quel momento, sempre a Torino, era in corso il processo alle B.R. e si susseguivano attentati e omicidi. Su tutto incombeva il rapimento di Moro. Tutta la città, e non solo i socialisti, si strinsero intorno al Congresso, che era la risposta democratica e civile alla paura, che rischiava di prevalere.

Questo era il testo della relazione di Craxi ai delegati. Consiglio a tutti di leggerlo, per la profondità e la ricchezza che vi si ritrovano.

E perchè la politica, come la vita, senza la memoria del passato, non ha futuro.

martedì 25 marzo 2008

No.

Ma cosa deve fare, di altro, la Cina, per meritarsi un giusto boicottaggio alle prossime Olimpiadi? Oggi, timidamente , Sarkozy vi ha accennato...ed è stata la prima volta, dopo mesi, che mi è parso in linea con quell'idea di "condottiero d'Europa" che aveva evocato prima della sua elezione, e soprattutto dei primi mesi di presidenza/fotoromanzo. Chissà se espliciterà, se arriverà davvero a dire quello che tutti in fondo pensano: e cioè "no" alle Olimpiadi in un Paese retto da una dittatura sanguinaria. La Cina è una dittatura: in cui, certo, è un pò difficile provare a "esportare democrazia", anche per i nostri amici di oltreoceano.
Non è solo per il massacro tibetano, che di per sè basterebbe (e sarebbe bastato, in altri tempi o in altri Paesi). Ricordiamoci che in Cina non è possibile utilizzare liberamente un motore di ricerca, che la parola "democrazia" (per quel che vale, vabbè...) non è "free"...
Il problema, tuttavia, lo sappiamo bene, è più complesso.
E' , il problema, che non decidono più i governi, ma gli sponsor: che in certi casi hanno fatturati assai più pingui dei bilanci di quei medesimi governi.
Ecco il vero problema, che non riguarda solo le Olimpiadi...
Ma per quel poco che ancora possono, i governi provino a offrire un segno di esistenza: l'Europa segua il suo spregiudicato ma intelligente campione di immagine (sperando che non sia fuffa), e dica di no.
E dica di no anche a prescindere dal campione, se questo risulterà essere l'ennesimo suo bluff.
Ma dica di no. Dica qualcosa di non banale.
C'è troppo silenzio, in Cina. E di troppo silenzio si muore.

mercoledì 19 marzo 2008

Essere o essere stati, questo è il problema.

Questo signore ha fatto la Storia.
Oggi si occupa di "governance", a colpi di ospitate, e fa pubblicità.
Ora la fa anche a un noto e prestigioso marchio di borse e accessori.
Nulla di male, ci mancherebbe. Ognuno fa quel che vuole di sè e della propria immagine.
Ma per un personaggio pubblico, e di questo calibro, credo che debba (sottolineo: debba) essere diverso.
Intristisce sempre vedere la discesa che segue al raggiunto apice di un percorso politico, artistico, esistenziale. Qui, discesa o meno (certo non mi pare ascesa), intristisce la debole custodia che certe icone hanno di sè, del proprio valore storico prima che simbolico.
A che serve, mi chiedo, oltre che a garantire una cifra (che comunque non posso immaginare iperbolica), questa sponsorizzazione? Davvero è indispensabile a un ex capo di Stato?
E poi, col Muro di Berlino dietro...ma che terribile banalità...
Guardate, io penso che anche dalle piccole cose nascano i grandi principi e un'etica sociale condivisa. Dubito che Ernesto Guevara avrebbe sponsorizzato sigari o rhum, in un'ipotetica vecchiaia. Sono quasi certo che De Gaulle o Mitterrand non avrebbero mai fatto spot, di alcun tipo. E in ogni caso non nei luoghi simbolo della loro carriera politica.
Certo, le mie sono solo ipotesi, più o meno condivisibili.
Ma insisto: questo mondo è ormai solo comunicazione a spot.
Anche quando non c'entrano i prodotti commerciali.
Ovunque è imposta una comunicazione corrotta, ambigua, comunque piatta, banale. E spietata, onnivora.
Questa comunicazione cannibale, attraverso la Tv commerciale ha preparato il disastro culturale in cui versa l'Occidente "evoluto" e in particolare l'Italia.
Quando vedo che si mangia anche la Storia, i suoi artefici e i suoi "posti" (in un sol colpo), mi viene da ...postare. Riflettendo su questo, ma anche su un altro aspetto: ovvero su quanto sia difficile dimenticare quel che si era, e su quanto sia duro accettare un diverso presente.
Anche quando il passato è lontano, anche quando il presente non è anonimo.
Ma forse, in questo mondo, che ha di fatto abolito l'anominato, si è comunque sempre troppo anonimi.
La comunicazione, del resto, segue (imponendole) le regole del Mercato: c'è sempre una domanda dietro un'offerta. E c'è (quasi) sempre una debolezza dietro un errore.

giovedì 13 marzo 2008

Oltre la vergogna, il video.

La ricetta di Silvio Berlusconi contro la precarietà? Sposarsi un ricco. La battuta, cui il leader del Pdl non ha saputo resistere, era diretta ad una studentessa che ieri nel corso del programma "Punto di Vista" del Tg2 gli chiedeva come fosse possibile per le coppie giovani mettere su famiglia senza la sicurezza di un posto, e un reddito, fisso. "Io, da padre - ha risposto Berlusconi sorridendo - le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere" (da Repubblica.it).
Scrivo giusto qua sotto di un precario che si è ucciso, schiacciato dal peso di una vita in cui ad un certo punto si è sentito inutile.

La battuta di Berlusconi è da bar (come sempre) ma cade in un momento sociale e politico in cui non solo non fa ridere. Ci fa davvero incazzare, ci fa vergognare, ci fa temere che un simile personaggio torni a guidare un Paese civilmente agonizzante, per decretarne la definitiva morte civile.


Storie e parole.

Due storie mi colpiscono più di altre, oggi, sui giornali. Muore, nel Torinese, suicida un precario.
Viene indagata, a Genova, una (ex) star di reality per l'ipotesi di aver abortito clandestinamente.
Non commenterò i fatti. Mi limiterò a riportare cronaca e commenti dei giornalisti. E le parole degli interessati, con una lieve sottolineatura di alcune di esse.
Quelle di Luigi Roca, precario trentanovenne, affidate a tre biglietti, quelle della star (la chiamo così solo perchè così la chiama il giornale: “la star del reality”) dichiarate alla stampa.

1/ Il precario.
Scrive, di lui, Maurizio Crosetti su “Repubblica”: “Dicono che Luigi Roca avesse la faccia di chi per anni ha assorbito la tristezza, giorno dopo giorno, fino a disegnarsela sul volto, tra i lineamenti, come una ruga. Dicono anche che due settimane fa quella faccia invece e stranamente sorridesse: "Stavolta ho trovato il lavoro giusto, mi assumeranno, durerà". L'aveva detto al suo amico Vito, vicino di casa e sindacalista. Erano al parco giochi di Rocca Canavese, c'erano anche i bambini. Invece Luigi si è ucciso, perché era tutta un'illusione e la tristezza era ormai dentro la sua storia, non solo sul suo viso (...) Il suo contratto, interinale, non è stato rinnovato perché la Thyssen (la sua azienda, la Berco di Busano Canavese, faceva parte del gruppo tedesco) adesso ha 150 persone "da collocare", come si dice terribilmente in questi casi. Come se le persone fossero i pezzi di un incastro. Però Luigi era diventato il pezzo stagliato: di troppo, e già troppo vecchio (...) Luigi Roca non era mai stato nella fabbrica del rogo, laggiù a Torino, in corso Regina Margherita. Ma è come se ci fosse stato anche lui, la sera del 6 dicembre, quando gli altri 7 vennero sommersi. Perché la precarietà del lavoro è un domino che abbatte quasi tutte le tessere che incontra, o almeno le più fragili, quelle meno in equilibrio ai bordi del tavolo. Lì stava Luigi da quattro anni, con i suoi 39 già addosso e la paura di non uscire mai più dal precariato. Per assurdo, la mazzata finale è giunta proprio dall'illusione di esserne fuori (...) Buona salute, gran voglia di faticare, ottime motivazioni. Questo era il suo profilo. Incoraggiante. Si era tranquillizzato, aveva capito che anche di fronte alle possibili ingiustizie bisogna restare calmi e ragionare, senza reagire sempre d'istinto. Un percorso lungo e duro, che però Luigi aveva conquistato sulla sua pelle, cicatrici e dimissioni comprese. Era stato sul fondo e aveva cominciato a risalire. Fino a quando non l'hanno convocato in un ufficio per dirgli che no, arrivederci e grazie.
2/ La star.
Non ne è noto il nome. Scrive di lei sempre Repubblica: “Ufficialmente è indagata ai sensi dell'articolo 19 della legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza al di fuori delle strutture e delle procedure previste dalla legge. Se dice la verità, e cioè che l'aborto clandestino è avvenuto nei novanta giorni dal concepimento, pagherà una multa di 51 euro”.

Le parole
1/ Il precario.
Tre lettere. Ai genitori ha chiesto perdono. Alla moglie Barbara ha scritto: "In questo tipo di vita serve una forza che io non ho. Non lo dico per giustificarmi, ma perché tutti possiate perdonarmi. Ho valutato le conseguenze del mio gesto ma non ce la faccio, ho perso lavoro e dignità". L'ultima lettera, per i due figli piccoli. "Non mi giudicate e comportatevi bene. Trattate bene la mamma e conservate di me la parte buona che vi ho lasciato".
2/ La star del reality.
"L'ho già detto al mio avvocato. Sono disponibile a parlare subito con il magistrato. A spiegare, chiarire. Pagherò la multa. Tutto quello che voglio è chiudere la vicenda al più presto. E che il mio nome non venga mai pubblicato dai giornali. Non per questa storia, voglio dire".

mercoledì 12 marzo 2008

Mississhippy. E alcune note sulla D di PD (americano).

Obama stravince nel Mississippi e consolida il primato. Non è uno stato decisivo, il Mississippi, e in ogni caso assai più importante sarà il test del 22 aprile in Pennsylvania. La sfida tra Obama e Clinton sembra tuttavia sempre di più configurarsi come scelta tra vecchio e nuovo; nè giova alla Clinton questa inesausta fuga dal passato che potrebbe anche presto suonare, aggiornando il vecchio adagio, "nasci incendiario, diventi pompiere e ...resti senatore". Le mie preferenze tra i due sono (per chi frequenta il blog) note, anche se nessuno dei contendenti mi entusiasma.
Oggi anche meno, se possibile. Vi segnalo questo particolare: una delle più strette collaboratrici di Hillary, l'ex deputata Geraldine Ferraro (già aspirante vice presidente nell'84 al fianco dell'allora candidato democratico Walter Mondale) ha dichiarato: "Se Obama fosse un bianco, non si troverebbe in questa posizione, e non vi sarebbe se fosse una donna". Poi ha aggiunto: "Lui è davvero fortunato a essere ciò che è. E il Paese si lascia intrigare da un'idea del genere".

Mah. Non è poi roba molto diversa da quella che anche molti altri hanno detto e scritto. Si può discutere se sia condivisibile o meno, ma è una teoria come altre. Anzi, meno ipocrita di altre. E proprio la politica nuova, che Obama incarna o vuole incarnare, non dovrebbe temere di sollevare il velo delle ipocrisie.

Invece il senatore dell'Illinois la prende male (realmente o strategicamente): chiede immediatamente di revocare l'incarico a Ferraro, membro del comitato finanziatore della campagna elettorale di Clinton.

L'ex first lady in men che non si dica scarica l'accusata, e ne liquida le parole come "incresciose".

Qui viene il bello: a Obama non basta, e contrattacca: "Non credo che le affermazioni di Geraldine Ferraro possano trovare alcuno spazio nella nostra politica, o nel partito democratico".

La mia domanda, affatto provocatoria, è molto sintetica e banale: "Perchè?".
L'affermazione della Ferraro, giusta o sbagliata che sia, condivisibile o meno, mette l'accento su un aspetto ben preciso, ovvero: cosa è diventata la politica? cosa conta, davvero, in politica? Proviamo a rispondere, una buona volta (o ...non è mai questo il momento?).

Temo sempre quando si mette la museruola a qualcuno, e in particolare quando la si vuol mettere in nome di non meglio precisati "principi". Specie in partiti che si chiamano - vorrei rammentarlo - "democratici". Sarà perchè sono democratico, e laico 365 giorni all'anno (questo 366).

lunedì 10 marzo 2008

La rosa resiste. E svanisce l'Ulivo.


Nello stesso giorno in cui Zapatero rivince le elezioni, e si conferma - se ce ne fosse stato bisogno - il leader della sinistra europea, si registra un addio che quasi passa sotto silenzio, e che pure dovrebbe colpirci molto.

Romano Prodi lascia la politica. C'era un bell'articolo, ieri, sul Corriere, di Ernesto Galli della Loggia, quasi presago dell'imminente decisione di Prodi; che - rimosso nella sostanza dal Pd (questo è il tenore dell'articolo, infatti) - vi si rimuove da sè, formalmente.
Prodi, tuttavia, piaccia o no, è l'uomo che si è inventato una sinistra vincente in Italia.
Costo di quest'operazione è stato l'eclisse del socialismo, che pure vive ed è vincente (lo abbiamo visto) in Spagna e in Francia. Tuttavia il merito di Prodi va pienamente riconosciuto. Egli ha saputo inventare - un pò anche insieme a Berlusconi... - uno schema inedito per la politica italiana. E in questo schema ha pure vinto.
Poi, che lo schema sia buono o meno ognuno lo giudichi da sè.
Il nuovo che avanza sta comunque travolgendo anche queste formule novelle... L'Ulivo svanisce con colui che lo ha creato. L'Italia continua la propria inesausta ricerca di nuovi modelli aggregativi ed elettorali.

Mi permetto solo di rilevare come, altrove, una modernità anche (decisamente) superiore tuttavia si coniughi (bene) con tradizione e storia politica.
ps. ovviamente non commento l'offerta di candidatura di Boselli a Mastella. E' proprio vero che ognuno ha il socialismo che si merita.