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lunedì 30 aprile 2012

Piccole cronache di una campagna [di Valentina Lana]


 
Questa volta ospito. Ospito una riflessione di raro rigore analitico di una giovane donna, osservatrice politica di altrettanto rare attenzione, precisione e curiosità. Si tratta di Valentina Lana, dottoressa in legge sulla via dell'avvocatura, che durante i suoi ormai frequenti soggiorni francesi (di studio e ricerca) ha scritto le righe che seguono: un ottimo compte-rendu sul primo turno elettorale francese appena concluso, che aiuta ad inquadrare nel modo più corretto e documentato il ballottaggio di domenica prossima.  
Nel ringraziare ancora Valentina per il suo rigore, la sua intelligenza ed anche - lei capirà - la sua incrollabile fiducia nelle cose, preannuncio che questo intervento sarà la prima di alcune uscite sulle Presidenziali 2012 in programma questa settimana su SHM.
(in basso link ai risultati del primo turno) 

Piccole cronache di una campagna

Domenica 22 aprile si è svolto il primo turno delle presidenziali francesi. In lizza dieci candidati, coloro che hanno raccolto il parrainage (una firma di sostegno) di almeno cinquecento eletti; in proposito, almeno due eventi hanno colorato la già vivace campagna: in primo luogo il ricorso della candidata Le Pen contro la pubblicità delle firme di parrainage; molti eletti sembrerebbero infatti in difficoltà a fornire il proprio appoggio alla candidatura di esponenti dell’estrema destra, visto che tale sostegno finirebbe con l’essere noto e foriero di ricadute negative in termini elettorali per i firmatari.  Il respingimento del ricorso ha visto confermata la regola della pubblicità delle firme, ritenuta in linea con i principi dell’ordinamento francese. La candidabile Le Pen sarebbe stata fino all’ultimo mobilitata con i suoi collaboratori alla caccia delle firme, muovendo un appello accorato allo spirito democratico degli eletti di ogni schieramento affinché agevolassero la sua candidatura e rendessero il risultato delle elezioni effettivamente rappresentativo della sovranità popolare -dati gli esiti, non si può che comprendere, pur con tutte le cautele del caso,  tale richiamo.  La perorazione lepenista e la caccia disperata dei sostegni hanno lasciato l’opinione pubblica francese alquanto scettica, avendo quest’ultima l’impressione di un déjà vu.
Seconda piccola notizia della campagna, il non raggiungimento della soglia delle cinquecento firme da parte dell’ex primo ministro Dominique de Villepin, per quanto un giornale d’Oltralpe abbia sostenuto che il noto personaggio, sulla scena politica da anni, abbia superato il fatidico limite, ma non abbia poi presentato le firme per non totalizzare uno score misero (e, tra l’altro, non beneficiare della quota di rimborso elettorale che va a chi raggiunge il 5% dei voti); lascia quantomeno perplessi che una personalità del calibro dell’ex Primo Ministro non abbia raccolto mezzo migliaio di appoggi, a fronte di semisconosciuti che sono riusciti nella medesima impresa.
Il 22 aprile la carte all’interno della quale i francesi potevano scegliere una portata offriva dieci piatti, in un ampio ventaglio di sapori, tale da soddisfare i gusti più vari, dal più "piccante", per i fautori di un voto di bandiera, fortemente ideologico e polarizzato, al più "ordinario" , a soddisfare i sostenitori del voto utile, convinti o rassegnati al secondo turno:
Nathalie Arthaud (Lotta Operaia), neofita della politica, almeno a livello nazionale, insegnante del sobborgo di Vaul-en-Velin, al capolinea della metropolitana A lionese;
François Bayrou (MoDem), centrista, colto, sensibile ai temi dell’insegnamento (lettura e scrittura del francese e calcolo mnemonico come basi imprescindibili per l’École de la République) e del Made in France, presidenziabile per la terza volta e terzo uomo del 2007;
Jacques Cheminade (Solidarietà e Progresso), candidato stravagante, seguace delle teorie dell’altrettanto stravagante (i francesi direbbero c’est le moins qu’on puisse dire) Lyndon LaRouche, alla sua seconda esperienza presidenziale (la prima fu nel 1995);
Nicolas Dupont-Aignant (Repubblica "Desta", nel senso di in piedi, ritta), anch’egli non nuovo all’agone politico presidenziale, tra i piccoli candidati;
François Hollande(Partito Socialista), studi all’E.N.A. (Suola Nazionale di Amministrazione) e carriera squisitamente politica;
Eva Joly (Europa Ecologia Verdi), norvegese, arrivata in Francia come ragazza alla pari, in passato delegata in missioni del governo norvegese ed ex giudice istruttore;
Marine Le Pen (Fronte Nazionale), figlia di Jean-Marie, smagliante e smaliziata erede di tanto padre, per quanto (apparentemente e femminilmente) più dolce, in grado di “sdemonizzare” (dédiaboliser) il partito democraticamente, ossia all’esito di voto degli aderenti,  ereditato dall’ascendente;
Jean-Luc Mélenchon (Fronte di Sinistra), grande vincitore dei comizi e dei sondaggi, brillante ed accattivante retore;
Philippe Poutou (Nuovo Partito Anticapitalista), operaio di Ford ritrovatosi in prima serata sui canali nazionali, raccogliendo pure un -raro in quella sede- applauso, forse per la sua ingenua franchezza più che per dei convincimenti espressi in modo tonitruante;
Nicolas Sarkozy (Unione per un Movimento Popolare), Presidente uscente, avvocato dell’agiato sobborgo parigino di Neuilly-sur- Seine, di cui è stato sindaco all’inizio della sua carriera politica.
La campagna è stata lunga ed animata e si può dire iniziata con l’uscita da essa di D.S.K. (acronimo, com’è d’uso Oltralpe, per Dominique Strauss Kahn), ex direttore del Fondo Monetario Internazionale, dato per Presidente, forse più apprezzato da destra che da sinistra, un po’ -si direbbe in Italia- papa straniero (fu ministro, ma la permanenza in quel di Washington ne ha certo reso l’immagine più "distante" dalla lotta politica intestina quotidiana) ma, come si sa, uscito ancor prima di entrare a motivo delle note vicende del Sofitel di NY. Col senno di poi, si può dire che l’estromissione fu forse salvifica per la sinistra francese, visto il presunto -presunzione di innocenza si impone- coinvolgimento dell’economista nella vicenda giudiziaria legata all’hotel Carlton di Lille.
In questi lunghi mesi i canali di All News segnalavano i giorni, e le ore nell’ultimo giorno, mancanti alle 20 del 22 aprile, in un sentitissimo countdown segnato da tanti interventi ed interviste dei candidati ma, per contro, da un unico confronto all’americana dei dieci insieme (per quanto in seconda serata ed in assenza dei big, sostituiti da collaboratori mandati ad hoc) e da due speciali di Des paroles et des actes in cui, cinque per sera, i candidati erano chiamati a rispondere alle domande dei cronisti per 16’34’’ (tempistica dettata dalla durata dell’intervento del primo intervistato, Dupont-Aignan).
Anche la Francia non si è sottratta alla raffica dei sondaggi che hanno visto in un primo momento in testa il candidato socialista (grandioso il suo meeting di Le Bourget), poi il Presidente uscente risalire nettamente (seppur non con l’attesa o,almeno, sperata marcia trionfale) fino a superare l’avversario per poi, gli ultimissimi giorni, ridare vincitore Hollande, per il primo turno, mentre, riguardo al ballottaggio, il primato del vincitore delle primarie del PS non è mai stato messo in discussione.
Le varie case di sondaggio hanno poi segnalato un’apparentemente inarrestabile ascesa di Mélenchon, dal 5% al 15%, tanto da portare all’apertura di una sfida tra i candidati delle frange estreme (Mélenchon, appunto, e Marine Le Pen) per divenire il "terzo uomo", o "terza donna", ossi il terzo classificato del primo turno , quando ci si è sincerati che Sarkozy sarebbe certamente stato uno dei primi due.
Il dibattito è stato giudicato da molti non all’altezza degli enjeux della Francia di oggi: si è parlato relativamente molto della macellazione rituale degli animali e della gratuità della patente di guida, tanto che una blasonata testata straniera ha dipinto la Francia come un Paese "in diniego", scarsamente conscio del suo stato e non lungimirante, ma comodamente e pigramente sdraiato sugli allori dei fasti di un tempo che fu. Certamente non è mancato un doveroso dibattito sull’Europa e sull’economia e altrettanto immancabili sono state le critiche di un presidente uscente che, riferendosi all’avversario, che aveva indicato il nemico nella finanza per poi rettificare nel corso di un viaggio nella capitale inglese, ha asserito che non si può essere "Mitterand a Parigi e Thatcher a Londra" ed ha biasimato le posizioni dell’avversario, favorevole ad una revisione del Patto di stabilità europeo frutto dell’asse Merkozy. Altra attitude registrata nella campagna, la sufficienza verso Hollande, mai stato a capo di un qualsivoglia Ministero né ricevuto da alcun capo di Stato estero, privo di una caratura presidenziale, mou (molle) e normale (accattivante uno slogan coniato dalla candidata dei Verdi, che ha rivendicato una collocazione mediana tra la gauche molle e la gauche folle). Dal canto suo, Hollande ha vantato la sua normalità in opposizione al bling bling (onomatopeicamente dal rumore dei pendenti d’oro, la contiguità alla high society, valsa un certo astio dei francesi verso il loro Presidente in carica; gli stessi atteggiamenti, a sinistra, sono bollati come gauche caviar dei bobos, ossia "sinistra caviale" di borghesi bohémiens) senza mancare di riconoscere l’eccezionalità che la carica pacificamente riveste.
Il dibattito sui temi della sicurezza non è stato particolarmente centrale, e questo nonostante l’affaire Merah, i.e. i tragici eventi di Tolosa e Montauban.
Quanto ai meeting, fastosi per i big, che, la domenica precedente le elezioni, si sono esibiti a Parigi, nei superbi scenari della Place de la Concorde per il Presidente candidato (rectius candidato Presidente) e Châteaux de Vincennes per lo sfidante, con parole ispirate di patria fierezza per il primo e elementi più programmatici per il secondo.
Il 22 aprile nessuna proiezione poteva essere pubblicata prima delle 20, orario di chiusura dei seggi nelle grandi città, pena 15.000 € di multa, così accendendo la fantasia dei social network per trovare un modo di aggirare il divieto; ne è sorto un florilegio di metafore: dall’Olanda che vince sull’Ungheria (il PS in vantaggio sull’UMP), al flan in forno (Hollande in testa, dal soprannome del candidato socialista) passando per il pomodoro rosso maturo (Mélenchon con un buon risultato).
Alla fine, gli elettori, mobilitatisi in massa (20% di astensionismo, primo errore dei sondaggi che preconizzavano un alto tasso di indifferenza) hanno decretato un vittoria dell’Olanda sull’Ungheria: le primissime proiezioni (pubblicate un secondo dopo lo spirare del divieto) vedevano Hollande al 28,4% e Sarkozy al 25,5% mentre gli score definitivi sono stati rispettivamente 28,6% e 27,2%. Le prime proiezioni segnalavano pure un 20% per Madame Le Pen, poi ridimensionato al 17,9% nei dati ufficiali, percentuale comunque altissima (nemmeno il padre fece tanto quando, il 21 aprile 2002, passò al secondo turno, escludendo il candidato socialista Jospin e creando in Francia una mobilitazione e un’impressione fortissima, che porta i francesi ad agitare ancora oggi lo spettro del "21 avril"), ma almeno non psicologicamente perniciosa come il quinto dei voti dei primi minuti.
Quanto al pomodoro, non è maturato come ci si attendeva: 11,11%, risultato comunque brillante.
Questi risultati forti delle estreme, da un lato, e l’ormai remoto desiderio di un tecnocrate allontanatosi dalla Francia, quale era D.S.K., fanno interrogare circa lo stato delle ideologie: esiste ancora oggi un forte appartenenza, un senso di bandiera, oppure ci si orienta verso soluzioni che possono essere fornite da persone dotate della forza della conoscenza (i filosofi che non si limitano più ad illuminare i principi, ma li sostituiscono)? Certamente in elezioni politiche, per definizione le scelte sono più politiche che tecniche, i tecnici arrivando quando non si può fare altrimenti.
Questa la classifica: Hollande, Sarkozy, Le Pen, Mélenchon, Bayrou, Joly, Dupont-Aignan, Poutou, Arthaud, Cheminade (gli ultimi cinque con percentuali molto basse e, quanto al candidato MoDem, appena sotto il 10%, un risultato definito dagli stessi esponenti del partito centrista deludente).
Ed ora? Ora si attende il 6 maggio, giorno del ballottaggio, molcendo i vari elettorati da cui si spera di spremere la vittoria. Le preoccupazioni dei frontisti dovranno diventare le preoccupazioni di chi vuole diventare il prossimo Presidente; la "terza donna" probabilmente darà indicazioni il 1° maggio e forse si esprimerà per il voto bianco; Bayrou prenderà le sue responsabilità una volta sentite le posizioni dei due sfidanti; la sinistra dovrebbe essere con Hollande, i Verdi avendo un accordo e la loro candidata avendo esplicitamente invitato i suoi elettori ad appoggiare il candidato PS, Poutou avendo sollecitato a sbarazzarsi di Sarkozy e Mélenchon avendo, poco dopo la chiusura delle urne, fatto appello ad un voto contro il Presidente uscente (pur senza nominare espressamente il nome dell’altro, ma appoggiandolo per una sorta di principio logico di non contraddizione).
Tra le corse dei candidati da un angolo all’altro del Paese, ci si interroga sul report de voix: a chi andranno i voti di FN e MoDem? Verrebbe naturalmente da pensare che un elettore di estrema destra, "mancanza d’altro", voti un candidato di destra, il che sembrerebbe, tuttavia,  tutt’altro che scontato (la stessa esuberante candidata, in un comizio, ha brandito un cartellino rosso invitando a dare al Presidente uscente un carton rouge).
Non resta che continuare ad osservare con curiosità ed interesse, dicendosi, per chi lo pensa, Vive la République, vive la classe ouvrière (versione pomodoro rosso) et vive la France!
V.L.

 

venerdì 20 aprile 2012

Si salvi chi deve.



E' un intero mondo politico ad essere arrivato al capolinea. 
Doveroso vederci, dentro, delle differenze. Ma altrettanto colpevole non vedere come, alla fine dei conti, in questa Babele, il meglio sostenga il peggio e viceversa. Perchè è un sistema, nella sua totalità, a volgere al termine. Un sistema ormai talmente autoreferenziale da essere incapace di comunicare non solo agli altri, al di fuori, ma anche a sè medesimo, al proprio interno.

Cosa resterà, dunque, di questa classe politica, dirigente o (molto più spesso) diretta?
Nessuno può dirlo con sicurezza. Certo è però che una enorme parte di essa lotterà per sopravvivere.
Dove per sopravvivenza - appunto grazie alle perversioni di quel sistema di sopra, che ha inventato storie, posizioni, e carriere prive di merito, ragione e soprattutto pudore - spesso non si intende solo quella politica.

Si salvi chi deve, pertanto. Ma di certo senza il nostro aiuto.

sabato 14 aprile 2012

In ricordo del giovane calciatore (a Vito e Piermario)


Oggi, stroncato da un infarto, in campo, è morto un giovane calciatore: si chiamava Piermario Morosini.
Poco più di dieci anni fa, in circostanze diverse ma non meno tristi, perdeva la vita un altro giovane calciatore: si chiamava Vittorio Mero, detto Vito.
Io Piermario non lo conoscevo, Vito invece si.
Lo conoscevo, il Vito, che eravamo dei ragazzini.

Giocavamo a basket, non a calcio.
Lui era bravo in tutti gli sport. Divenne adulto in fretta, nonchè un atleta importante.
Vito aveva una serietà e una determinazione uniche: quelle che probabilmente aveva anche Piermario, per essere arrivato lì dove era arrivato. Ed era leale, fin da piccolo: qualità non secondaria che le cronache dicono appartenesse anche a Piermario.
Tra l'altro ci vedo anche una certa somiglianza fisica, tra i due: la stessa faccia da "grande", il pizzetto, un taglio di capelli abbastanza simile.
Anche l'espressione, candida e fiera insieme, me li accomuna.
.
Quella del 23 gennaio del 2002 credo resterà una delle sere più amare e tristi della mia vita.
Erano ormai alcuni anni che non incontravo più Vittorio, ma era inaccettabile l'idea che non l'avrei rivisto.
Penso, stasera, al dolore di chi conosceva Piermario: questo povero ragazzo già più volte travolto dal destino. Di chi gli stringeva le mani. Di chi gli stava nel cuore. Quel cuore che lo ha fermato a 25 anni, pochi meno di quelli che aveva Vito quando se ne andò.
E penso anche che quando muore un giovane calciatore, quando la forza e l'invincibilità dell'eroe si arrendono alla vita, allora torniamo tutti un po' bambini, impotenti e inebetiti nel nostro sbigottimento.
Da domani per Piermario, oltre alle polemiche che verranno, ci sarà soprattutto il ricordo di chi gli vuol bene.
Quello che a Vito non è mai mancato e non mancherà.

giovedì 5 aprile 2012

Democrazia partecipativa, anche la politica è invitata.



È stato recentemente riproposto, nel dibattito pubblico un concetto importante come la “democrazia partecipativa”, che – almeno nelle intenzioni palesate dal Governo Monti – dovrà costituire una colonna portante del nuovo sistema di regolamentazione dei lavori pubblici con impatto ambientale.

Per dirla in poche e certamente non esaustive parole, si tratta dell’introduzione della consultazione pubblica come prassi, allorquando determinate scelte amministrative possano toccare la vita o gli interessi di una (più o meno ampia) comunità.

La notizia è positiva, se si pensa che negli anni scorsi già erano pervenute autorevoli sollecitazioni ad adottare nuovi strumenti di avvicinamento tra la sfera del “chi decide” e quella del “per chi si decide”.

A metà degli anni zero del nuovo millennio ebbe infatti un periodo di notevole fama (anche nel nostro Paese) il Professor James Fishkin, direttore del “Center for Deliberative Democracy” presso la Stanford University, e padre dei “Deliberative Polls” (Sondaggi deliberativi): cioè uno degli strumenti possibili di quella “democrazia partecipativa” di cui sopra.

Di lui disse Giuliano Amato: “Fishkin dovrebbe essere ingaggiato a tempo pieno dai governanti europei, perché organizzi in ciascuno dei loro paesi dei deliberative polls su quello che essi fanno. Lo farebbero meglio, avrebbero il coraggio di dire quello che fanno e avrebbero magari più consenso di quello che riescono ad avere con i sussurri e le grida di oggi”.

Parole importanti ed impegnative, che tuttavia non dovettero – evidentemente – colpire nel segno, se è vero che dopo quasi un decennio il nostro Paese resta ancora alle prese con nodi irrisolti e l’incapacità di scioglierli (almeno preservando la pace sociale). Un esempio per tutti, il caso Tav.

Ma se l’idea di Fishkin partiva, e parte, dall’intendimento di ottenere – in capo alle amministrazioni pubbliche – questa capacità di decidere, appunto spiegando e condividendo, e realizzando, pertanto, una “discussione” che sia “informata; bilanciata (con la rappresentazione di tesi alternative); consapevole (attraverso la civile tolleranza del/nel confronto); sostanziale (cioè fondata su basi oggettive) e comprensiva (di tutti i punti di vista delle rappresentanze)”; se le caratteristiche del modello proposto dal professore sono queste, viene allora spontaneo chiedersi se la comunità politica (e parlamentare) possieda, essa stessa per prima, questo tipo di “caratteristiche deliberative” che si vorrebbero, negli auspici, estese alla più grande parte del corpo sociale.

A distanza di anni dalla (utile) lettura di Fishkin è sorprendente infatti considerare che molte delle osservazioni che quello svolgeva per esplicitare il “disagio” del corpo sociale (a causa della propria marginalità rispetto alle decisioni che lo riguardano), siano con il passare del tempo divenute pertinenti a descrivere anche il progressivo, recente scadimento del ruolo – e con esso spesso della qualità stessa – dello strumento parlamentare, o politico in genere.

Perché se “il soggetto potenzialmente più deliberativo è anche quello meno disposto a deliberare”, quel che diceva Fishkin parlando della popolazione, l’appunto è oggi senza dubbio riferibile a molta della classe politica in attività. E anche la riflessione circa il fatto che questa indisponibilità sia un portato “della mancanza di conoscenze e competenze” sembra adattarsi perfettamente ad alcuni (talora anche celebrati) protagonisti della scena corrente.

Ma attenzione: la stessa considerazione che svolgeva Fishkin, osservando come questa indisponibilità fosse essa stessa un portato della percezione – da parte del singolo – del proprio ruolo decisionale come insignificante rispetto alla massa (percezione che l’assenza degli strumenti di analisi, nonché la difficoltà a procurarseli, rende ancora più preclusiva di ogni contributo al processo deliberativo), questa stessa considerazione è oggi drammaticamente riferibile alla attuale vicenda parlamentare: in cui il peso della rappresentanza e della decisione sembra tuttavia non richiedere preparazione – né di tipo scientifico, né tantomeno come esito di un percorso di partecipazione civica – e come tale proietta quello stesso rappresentante nella piena quanto pericolosa coscienza dell’inutilità di “formarsi un’opinione competente”. Per il semplice fatto che quella stessa opinione, competente o meno che sia, continuerà – almeno in questa stagione politica – a non contare. E forse, anzi, una mite acquiescenza potrà rivelarsi più utile a fare carriera rispetto ad una raggiunta (peraltro non senza fatica) coscienza critica. Specie, poi, lo si ribadisce, con l’attuale sistema elettorale.

Ed ecco dunque come – tanto per la gente comune quanto per le sue rappresentanze – lo stato dei fatti incentivi spesso l’ “impegno irresponsabile” di cui parlava il professore di Stanford: una reazione più emotiva che razionale, cioè, alle scelte che l’agenda politica impone; un atteggiamento spesso aderente alle opzioni populiste, che rivela – nei fatti – una tendenza “negativa”, “contraria”, e sempre aprioristica nella sua maturazione quanto radicale nella sua esplicitazione.

Solo che mentre il politico di turno (dopo l’eventuale “sparata”) viene magari richiamato all’ordine dal suo partito di riferimento e da ragioni di opportunità e convenienza, il cittadino resta in balia di quella emotività e di quel populismo.

Si dirà, magari, come questa non sia affatto una situazione inedita, e come il quadro tracciato non sia altro che il naturale rispecchiamento – anche nelle sedi parlamentari, certo – del diffuso smarrimento sociale. In questo, appunto, vi è una indiscutibile ed obiettiva verità. Ma è in ogni caso necessario pensare che la democrazia partecipativa, sondaggio o meno che se ne voglia fare, non può e non potrà tenere fuori dalla porta la politica. Ed è pertanto opportuno che essa si attrezzi per tempo: non solo a dare le risposte richieste, ma anche a porsi, e porre, essa stessa – quando serve – le domande del caso.

Diversamente non ci sarà da stupirsi se di fronte a nuove crisi e difficoltà, il sistema politico dovrà – ancora una volta – cedere il passo a quei “tecnici” tanto invisi quanto però necessari, che in pochi mesi decidono e fanno più di quanto avessero fatto, in anni, i precedenti governi. E che altro non sono se non la cura a problemi rispetto ai quali il modello, intelligente ed “aperto” di Fishkin, potrebbe e dovrebbe intendersi come opportuna e moderna profilassi.

Articolo pubblicato su www.ItaliaFutura.it il 2.4.12

Nella stessa data, il 2.4.12, è nata Italia Futura Piemonte, decima associazione regionale di IF: clicca sul simbolo, accedi al sito e partecipa alle attività di IF.

Finalmente uno che governa.

La sensazione è che Monti abbia scardinato, insieme a pessime abitudini ed ancor peggiori rassegnazioni, l’ipocrisia stucchevole del dibattito pubblico italiano; e con essa il lessico fasullo e mortifero che da anni lo domina.
Tutti, nel dargli tanto o poco torto, ritornano ad antiche eppur ancor consuete parole d’ordine, che fanno tanto storia di partito, di sindacato, di vario assemblearismo, spesso anche di curiale prudenza, e che sono specchio, in definitiva, di una comunità malata; malata di una distorta, a tratti bigotta idea di democrazia – tale da farsi talora, come già diceva Gaber, “superstizione” – e di una ancor più sgangherata e inconcludente ipotesi di libertà. Tutti ci provano: appelli accorati, richiami all’unità, alla responsabilità, alla concertazione, e poi quell’irresistibile e immancabile riferimento al concetto dell’“apertura dei tavoli”, che evoca più che altro la pasquetta, di questi tempi.
Tutti ritornano, tutti ci provano. Ma senza fortuna. Questo Monti non è prigioniero del mito della mediazione. Parla poco, non necessariamente replica, si confronta dove e quando serve e quello che pensa lo dice (quantomeno non lo nasconde). Spesso quel che dice urta qualcuno; talora ha urtato anche il sottoscritto. A volte Monti sconfina addirittura nell’arroganza. I suoi detrattori si chiedono: è perchè è un tecnocrate? E’ perché è un uomo dei poteri forti?  E’ perché, in quanto tale, è un nemico ed un affamatore del popolo? No, anzi, i suoi detrattori son gente che il punto interrogativo non sa neppure  cosa sia. Quindi Monti è un tecnocrate, è un uomo dei poteri forti, e in quanto tale è un nemico ed un affamatore del popolo. Punto, al massimo esclamativo.
Che il popolo abbia fame, però, è vero. Che abbia fame da adesso, e a causa di Monti, è tuttavia molto meno vero. Ma non v’è da credere neppure che il popolo sia del tutto ostile al presidente del Consiglio, anzi: oscilla, si interroga, si divide. Se si domanda quale fiducia possa avere in uno che non ha mai votato, che fino a pochi mesi fa conosceva appena, e che dicono sia stato messo lì perché non se ne poteva fare a meno, allora non può non chiedersi anche – col senno del poi – quale fiducia meritassero quelli a cui il voto l’ha dato.
Ascolta, il popolo, incontrollate voci di pressioni europee; ma proprio grazie a quelli che aveva votato non ha poi una gran dimestichezza con l’Europa. Loro non ne parlavano mai, neppure quando c’erano le elezioni europee (vi ricordate, in questi anni, un solo talk show in cui si sia usciti dal vero collante dell’arco costituzionale degli anni duemila, cioè il provincialismo?), così alla gente – o almeno a tanta gente – il dubbio che quest’Europa qualcosa poi conti, o debba contare, gli è infine venuto.
Sempre grazie a Monti sembra che anche le fatture, le ricevute fiscali, gli scontrini abbiano ripreso quota nel comune sentire. Il che fa il paio con l’idea – che pure, pian piano si fa strada – che forse le riforme del mercato del lavoro, di cui si parlava ormai da qualche lustro, alla fine si potevano, e probabilmente si dovevano fare davvero.  E infatti quel che di Monti colpisce è che fa. Senza voti suoi, senza partiti suoi, a volte – s’è detto – senza tatto, a volte persino con sprezzante rudezza. Ma fa.
Lui, descritto quasi come alieno a quella bella quanto imperfetta democrazia che ci ha portato ad un passo dalla rovina, lui che è fuori dai riti della deliberazione moderna, lontano dai bizantinismi e dalle retoriche buoniste e politicamente corrette, indifferente alle “aperture” se non a quelle del mercato, refrattario al “dover piacere” che ha ossessionato la classe dirigente politica (si perdoni l’ossimoro) degli ultimi vent’anni, lui ci dimostra ogni giorno – nel bene e nel male – una cosa fondamentale e drammatica.
E cioè che si è parlato di niente, litigato su niente e concluso più o meno niente per decenni. Che abbiamo buttato via generazioni e talenti, sacrificandoli alle regole di produzione sociale, e prima di tutto politica di quel niente.
Il deficit democratico corrente alla lunga può, è vero, essere un rischio; e questo non è da sottovalutare. Ma l’incapacità, da sempre, è il più inquietante e pericoloso dei tiranni.
 

Articolo pubblicato su The Front Page del 1.4.12

domenica 1 aprile 2012