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lunedì 16 settembre 2013

I ragazzi che si amano (sulla libertà).



Si dice che abbia suscitato scandalo, in Egitto, dove baciarsi per strada è infatti proibito dalla legge, l'immagine di questi due ragazzi abbracciati.
Strano che in un paese in cui per strada addirittura ci si muore, ultimamente, un bacio possa essere considerato tanto severamente.
Ma il male sociale che l'abuso religioso porta in dote è noto, e soprattutto non è nuovo; e la cura del medesimo dovrebbe essere uno dei punti qualificanti di ogni vero programma strategico per l'Africa ed il Medio-Oriente. Ossia una prospettiva, naturalmente pacifica, di laicizzazione vera, di intere aree continentali, a superare quello che è forse il più compiuto ostacolo verso qualsiasi orizzonte democratico.
Forse anche più delle armi.

Fortuna che i ragazzi che si amano, proprio perchè si amano, non hanno tempo per coltivarlo, questo male sociale,
e non ci sono per nessuno.
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove, molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

Splendore che è più luminoso e più forte di ogni idiozia fondamentalista, e del suo inaspettato diffondersi. Che talora anche qui a Occidente, se proprio vogliamo essere obiettivi, esso ha lasciato una amara traccia di sè.
Vero è tuttavia come nemmeno le tracce degli scintillanti lucchetti chiusi sui ponti di mezza Europa, che - almeno in teoria laicamente e liberamente - sigillano amori quanto mai seriali, rappresentino in effetti la miglior icona di libertà.
Sicchè il problema si ingarbuglia, tra religioni vecchie e nuove fedi.
E allora sicuramente occorre reimparare a credere. Ma probabilmente anche un po' ad amare, e prima ancora ad amarla, questa libertà.

lunedì 8 aprile 2013

Maggie. Quello che Berlusconi avrebbe voluto essere, se solo avesse capito cosa fosse.

 



Se ne va la Thatcher, "Maggie", icona della destra e belzebù della sinistra.
In realtà, soprattutto una pragmatica; nel bene e nel male.
Tanto che adesso anche i detrattori sembrano ricredersi.
Chissà se capiterà anche con Angela "Angie" Merkel?

Per chi volesse, una lettura di Wikiquote aiuta a comprendere il personaggio, tra citazioni sue e su di lei.
Lei che, fondamentalmente, rappresentò quello che Berlusconi avrebbe voluto essere: se solo avesse capito cosa fosse.
 
Due brevissime note in chiusura:
1. alla Thatcher si attribuisce la frase forse peggiore del XX secolo:
"La società non esiste, ci sono solo gli individui".
2. Roger Waters le voleva bene. E la pensava spesso. 

domenica 4 novembre 2012

La ricchezza americana.


Domani si vota negli Usa.
Uno dei migliori presidenti nella storia di questo paese, o quantomeno uno di quelli che si sono ritrovati a guidarlo - con coraggio, passione e dignità - in uno dei suoi momenti peggiori (peraltro raggiungendo obiettivi in molteplici ambiti, specie nella lotta al terrorismo) si troverà a sfidare, tra gli altri, un sinistro ultrà religioso, nella fattispecie mormone, che non avendo alcuna idea in materia economica e/o sociale ha affidato le proprie aspirazioni alla manifestata intenzione di vietare l'aborto e di cancellare la riforma sanitaria, favorevole ai ceti meno abbienti, varata dal presidente uscente.

La cosa inquietante è che secondo i sondaggi entrambi possono vincere.
La cosa positiva è che secondo i sondaggi entrambi possono vincere.

Questa è infatti la forza, la bellezza, la ricchezza dell'America: l'essere un paese in cui tutto può accadere. Dove c'era un texano neocon che leggeva libri al contrario, è poi arrivato un afroamericano nato alle Hawaii, colto e progressista.
Cose che da noi non sembrano possibili, per diverse ipotetiche ragioni.

Analizziamole.
Potrebbe essere perchè in Italia non ci sono abbastanza texani; oppure perchè i nostri afroamericani non vengono da Honolulu; o più seriamente (e verosimilmente) perchè abbiamo perso pure la voglia di chiederci perchè. 


domenica 6 maggio 2012

venerdì 4 maggio 2012

Nè l'uno, nè l'altro.


Né Sarkozy né Hollande: rassegnamoci, nessuno dei due candidati all’Eliseo ha in animo di bilanciare la prospettiva nazionale con quella comunitaria, e quindi traguardare una dimensione compiutamente politica ed efficacemente operativa dell’Europa; e pertanto nessuno dei due inciderà su quello che – non da oggi – è o dovrebbe essere, vista l’inerzia diffusa, l’aspetto centrale di ogni elezione in Eurozona.
Può far sorridere, semmai, che di fronte ad un generalizzato lassismo degli Stati membri, il compito di “fare sistema” resti principalmente e paradossalmente un pallino tedesco, con i disagi del caso: perché la Germania, diversamente dall’eterno competitor ed alleato francese, per quanto (ultra)pregna di cultura nazionale, coltiva da sempre un’idea complessa e integrata di Unione, e naturalmente ambisce ad esserne guida. Anche dispotica, a volte: quando la pretesa di portarsi dietro gli altri, mal si concilia con scelte che non proprio a tutti servono, né tantomeno giovano. Ecco perché l’ossessione di Berlino per rigore finanziario e fiscal compact, e i maldestri ricatti che ne derivano, all’indirizzo dei Paesi cosiddetti non virtuosi, hanno finito per diventare il centro del débat électoral in vista del ballottaggio del 6 maggio prossimo.
La realtà è che la Francia (leggi in particolare Hollande: che di questa degenerazione si erge a primo censore), ove pure scegliesse di ridiscutere il metodo e le imposizioni di Merkel, allentando opprimenti vincoli di bilancio, non lo farà verosimilmente con l’idea di rendere un servizio all’Unione; quanto, piuttosto, di favorire sé medesima, costruendosi cioè uno spazio di manovra utile ai propri bisogni. Utile, nella specifica prospettiva di Hollande, a realizzare un programma, quello socialista, oltremodo ambizioso: ambizioso nel senso che necessita di una licenza di spesa oggi indisponibile e impraticabile.
Conta poco il fatto che chi scrive veda in questa nuova facoltà di indebitamento il rischio di un risveglio della più irresponsabile e asfittica tradizione socialdemocratica, con oscuri presagi anche per noialtri, in vista del 2013. Quel che si intende dire, qui, è che prima di arrivare a discutere sul merito sarebbe stato e sarebbe ancora quanto mai opportuno impegnarsi in un confronto schietto sul sistema, sul contenitore istituzionale in cui inserire quel merito, cioè su come funzioni e debba, e possa funzionare (meglio) l’Europa. Perché la “questione istituzionale” europea è argomento delicato ed urgente; affatto sussumibile a secondario o trascurabile, come spesso incautamente si pensa.
Invece l’impressione è che la Francia, una volta ottenuto un miglior risultato per sé, andrà a rinchiudersi nella propria, tradizionale idea, che è ormai soprattutto difensiva, di autosufficienza: un sentimento, questo, trasversale nell’agone politico, al punto che anche Sarkozy sceglie, come ultima carta per risorgere, la via retorica della “protezione”: che intende, ove rieletto, assicurare ai francesi. Con buona pace degli Europei: che quelli non li protegge nessuno, nemmeno se sono nati in Francia.
Chi, dunque, con nuovo debito solidale, chi giocando sull’enfasi della “forza”, i duellanti di Parigi si avviano alle ultime battute di un confronto elettorale assai poco originale, lasciando irrisolta una questione fondamentale: ci credono, loro, all’Europa? E, se ci credono, come intendono agire? Davvero pensano che la questione comunitaria si risolva nel solo rapporto con Berlino e in sole questioni contabili?
A queste domande dovrebbe rispondere soprattutto il candidato socialista, probabile vincitore. Al quale di certo non può bastare baloccarsi con riflessioni per lo più populiste, demagogiche e generiche su politica e mercati. Specie quando non si capisce che più grandi sono i mercati, più grande e condivisa deve essere allora quella stessa politica, per poter contare davvero.
In fondo l’Europa è stata unita proprio per questo motivo; i tedeschi, che hanno buona memoria, pragmatismo e attitudine al comando, l’hanno capito da tempo; e purtroppo o per fortuna (con un’attuale prevalenza del purtroppo) non se lo dimenticano mai.
 
Articolo pubblicato su The Front Page il 2.5.12

mercoledì 2 maggio 2012

Un uomo solo non è al comando.


Francois Bayrou è stimato da tanti, se non da tutti.
E' un puro, uno che non accetta compromessi, che la posizione la tiene fino alla fine, fino alle estreme conseguenze (il che gli vale, oggi più che mai, l'accostamento con Arlette Laguiller). La posizione, poi, per chi scrive, è quella giusta: non cedere neppure un centimetro ai rigurgiti nuovisti della vecchia socialdemocrazia nè alle improvvisazioni icono/mediatico-autoritarie dell'ometto forte, performances talora dilettantesche al punto da far rimpiangere il gollismo dell'omone che fu. Bayrou è infatti autentico, terrigno, a tratti persino rurale. E un candidato rurale, di questi tempi, è roba surreale. Ma licenze a parte, Bayrou è - oltre che un politico e, prima ancora, una persona come si deve - anche e soprattutto uno che ha scelto di non mortificarsi nella scelta tra peggio e peggio: a costo di restare da solo.
Bayrou però non nobilita con successi questa sua virtuosa solitudine: Bayrou non vince mai. E così neppure incide. E non modifica. Si limita a teorizzare, per quanto bene lo faccia. Il più grosso credito (non a caso) gli viene dall'estero. Dove lo chiamano spesso a raccontare la sua appunto teorica terza via: bella, coraggiosa, ambiziosa, ma perdente.
Quarto alle presidenziali del 2002, terzo nel 2007, infine quinto a quelle del 2012. In mezzo (2008) una bocciatura anche come candidato Sindaco di Pau.

Tuttavia, se Sarkozy, come è probabile, uscirà sconfitto dal ballottaggio del 6 maggio, si dice che a lui potrebbe toccare un ruolo decisivo nella riorganizzazione del centrodestra d'Oltralpe.
Ma viene da chiedersi se davvero potrebbe interessargli una prospettiva del genere. Proprio a lui, che è così uomo "terzo", e alternativo all'appiattimento bipolare.
Un dubbio, questo, che riguarda anche noi, pure noi "terzi", e ancor più terzi spettatori di questo ballottaggio, ma non meno interessati in prospettiva.
C'è una opportunità, reale, per la nostra terza via?
E se c'è, da dove passa?
E' quantomai opportuno verificare quali strade si debbano e possano percorrere per fare sì che la nostra non sia una battaglia, per quanto affascinante, di testimonianza.
Occorre capire, in altre parole, fino a dove ci si possa spingere con l'evocazione di un disegno "moderato". 
Serve, soprattutto, una piena consapevolezza di questo: che non ci si può svendere, stringendo alleanze per sola necessità aritmetica, nè compiacersi del proprio magnifico isolamento.
Perchè un uomo solo, oggi come oggi, non è al comando. 

lunedì 30 aprile 2012

Piccole cronache di una campagna [di Valentina Lana]


 
Questa volta ospito. Ospito una riflessione di raro rigore analitico di una giovane donna, osservatrice politica di altrettanto rare attenzione, precisione e curiosità. Si tratta di Valentina Lana, dottoressa in legge sulla via dell'avvocatura, che durante i suoi ormai frequenti soggiorni francesi (di studio e ricerca) ha scritto le righe che seguono: un ottimo compte-rendu sul primo turno elettorale francese appena concluso, che aiuta ad inquadrare nel modo più corretto e documentato il ballottaggio di domenica prossima.  
Nel ringraziare ancora Valentina per il suo rigore, la sua intelligenza ed anche - lei capirà - la sua incrollabile fiducia nelle cose, preannuncio che questo intervento sarà la prima di alcune uscite sulle Presidenziali 2012 in programma questa settimana su SHM.
(in basso link ai risultati del primo turno) 

Piccole cronache di una campagna

Domenica 22 aprile si è svolto il primo turno delle presidenziali francesi. In lizza dieci candidati, coloro che hanno raccolto il parrainage (una firma di sostegno) di almeno cinquecento eletti; in proposito, almeno due eventi hanno colorato la già vivace campagna: in primo luogo il ricorso della candidata Le Pen contro la pubblicità delle firme di parrainage; molti eletti sembrerebbero infatti in difficoltà a fornire il proprio appoggio alla candidatura di esponenti dell’estrema destra, visto che tale sostegno finirebbe con l’essere noto e foriero di ricadute negative in termini elettorali per i firmatari.  Il respingimento del ricorso ha visto confermata la regola della pubblicità delle firme, ritenuta in linea con i principi dell’ordinamento francese. La candidabile Le Pen sarebbe stata fino all’ultimo mobilitata con i suoi collaboratori alla caccia delle firme, muovendo un appello accorato allo spirito democratico degli eletti di ogni schieramento affinché agevolassero la sua candidatura e rendessero il risultato delle elezioni effettivamente rappresentativo della sovranità popolare -dati gli esiti, non si può che comprendere, pur con tutte le cautele del caso,  tale richiamo.  La perorazione lepenista e la caccia disperata dei sostegni hanno lasciato l’opinione pubblica francese alquanto scettica, avendo quest’ultima l’impressione di un déjà vu.
Seconda piccola notizia della campagna, il non raggiungimento della soglia delle cinquecento firme da parte dell’ex primo ministro Dominique de Villepin, per quanto un giornale d’Oltralpe abbia sostenuto che il noto personaggio, sulla scena politica da anni, abbia superato il fatidico limite, ma non abbia poi presentato le firme per non totalizzare uno score misero (e, tra l’altro, non beneficiare della quota di rimborso elettorale che va a chi raggiunge il 5% dei voti); lascia quantomeno perplessi che una personalità del calibro dell’ex Primo Ministro non abbia raccolto mezzo migliaio di appoggi, a fronte di semisconosciuti che sono riusciti nella medesima impresa.
Il 22 aprile la carte all’interno della quale i francesi potevano scegliere una portata offriva dieci piatti, in un ampio ventaglio di sapori, tale da soddisfare i gusti più vari, dal più "piccante", per i fautori di un voto di bandiera, fortemente ideologico e polarizzato, al più "ordinario" , a soddisfare i sostenitori del voto utile, convinti o rassegnati al secondo turno:
Nathalie Arthaud (Lotta Operaia), neofita della politica, almeno a livello nazionale, insegnante del sobborgo di Vaul-en-Velin, al capolinea della metropolitana A lionese;
François Bayrou (MoDem), centrista, colto, sensibile ai temi dell’insegnamento (lettura e scrittura del francese e calcolo mnemonico come basi imprescindibili per l’École de la République) e del Made in France, presidenziabile per la terza volta e terzo uomo del 2007;
Jacques Cheminade (Solidarietà e Progresso), candidato stravagante, seguace delle teorie dell’altrettanto stravagante (i francesi direbbero c’est le moins qu’on puisse dire) Lyndon LaRouche, alla sua seconda esperienza presidenziale (la prima fu nel 1995);
Nicolas Dupont-Aignant (Repubblica "Desta", nel senso di in piedi, ritta), anch’egli non nuovo all’agone politico presidenziale, tra i piccoli candidati;
François Hollande(Partito Socialista), studi all’E.N.A. (Suola Nazionale di Amministrazione) e carriera squisitamente politica;
Eva Joly (Europa Ecologia Verdi), norvegese, arrivata in Francia come ragazza alla pari, in passato delegata in missioni del governo norvegese ed ex giudice istruttore;
Marine Le Pen (Fronte Nazionale), figlia di Jean-Marie, smagliante e smaliziata erede di tanto padre, per quanto (apparentemente e femminilmente) più dolce, in grado di “sdemonizzare” (dédiaboliser) il partito democraticamente, ossia all’esito di voto degli aderenti,  ereditato dall’ascendente;
Jean-Luc Mélenchon (Fronte di Sinistra), grande vincitore dei comizi e dei sondaggi, brillante ed accattivante retore;
Philippe Poutou (Nuovo Partito Anticapitalista), operaio di Ford ritrovatosi in prima serata sui canali nazionali, raccogliendo pure un -raro in quella sede- applauso, forse per la sua ingenua franchezza più che per dei convincimenti espressi in modo tonitruante;
Nicolas Sarkozy (Unione per un Movimento Popolare), Presidente uscente, avvocato dell’agiato sobborgo parigino di Neuilly-sur- Seine, di cui è stato sindaco all’inizio della sua carriera politica.
La campagna è stata lunga ed animata e si può dire iniziata con l’uscita da essa di D.S.K. (acronimo, com’è d’uso Oltralpe, per Dominique Strauss Kahn), ex direttore del Fondo Monetario Internazionale, dato per Presidente, forse più apprezzato da destra che da sinistra, un po’ -si direbbe in Italia- papa straniero (fu ministro, ma la permanenza in quel di Washington ne ha certo reso l’immagine più "distante" dalla lotta politica intestina quotidiana) ma, come si sa, uscito ancor prima di entrare a motivo delle note vicende del Sofitel di NY. Col senno di poi, si può dire che l’estromissione fu forse salvifica per la sinistra francese, visto il presunto -presunzione di innocenza si impone- coinvolgimento dell’economista nella vicenda giudiziaria legata all’hotel Carlton di Lille.
In questi lunghi mesi i canali di All News segnalavano i giorni, e le ore nell’ultimo giorno, mancanti alle 20 del 22 aprile, in un sentitissimo countdown segnato da tanti interventi ed interviste dei candidati ma, per contro, da un unico confronto all’americana dei dieci insieme (per quanto in seconda serata ed in assenza dei big, sostituiti da collaboratori mandati ad hoc) e da due speciali di Des paroles et des actes in cui, cinque per sera, i candidati erano chiamati a rispondere alle domande dei cronisti per 16’34’’ (tempistica dettata dalla durata dell’intervento del primo intervistato, Dupont-Aignan).
Anche la Francia non si è sottratta alla raffica dei sondaggi che hanno visto in un primo momento in testa il candidato socialista (grandioso il suo meeting di Le Bourget), poi il Presidente uscente risalire nettamente (seppur non con l’attesa o,almeno, sperata marcia trionfale) fino a superare l’avversario per poi, gli ultimissimi giorni, ridare vincitore Hollande, per il primo turno, mentre, riguardo al ballottaggio, il primato del vincitore delle primarie del PS non è mai stato messo in discussione.
Le varie case di sondaggio hanno poi segnalato un’apparentemente inarrestabile ascesa di Mélenchon, dal 5% al 15%, tanto da portare all’apertura di una sfida tra i candidati delle frange estreme (Mélenchon, appunto, e Marine Le Pen) per divenire il "terzo uomo", o "terza donna", ossi il terzo classificato del primo turno , quando ci si è sincerati che Sarkozy sarebbe certamente stato uno dei primi due.
Il dibattito è stato giudicato da molti non all’altezza degli enjeux della Francia di oggi: si è parlato relativamente molto della macellazione rituale degli animali e della gratuità della patente di guida, tanto che una blasonata testata straniera ha dipinto la Francia come un Paese "in diniego", scarsamente conscio del suo stato e non lungimirante, ma comodamente e pigramente sdraiato sugli allori dei fasti di un tempo che fu. Certamente non è mancato un doveroso dibattito sull’Europa e sull’economia e altrettanto immancabili sono state le critiche di un presidente uscente che, riferendosi all’avversario, che aveva indicato il nemico nella finanza per poi rettificare nel corso di un viaggio nella capitale inglese, ha asserito che non si può essere "Mitterand a Parigi e Thatcher a Londra" ed ha biasimato le posizioni dell’avversario, favorevole ad una revisione del Patto di stabilità europeo frutto dell’asse Merkozy. Altra attitude registrata nella campagna, la sufficienza verso Hollande, mai stato a capo di un qualsivoglia Ministero né ricevuto da alcun capo di Stato estero, privo di una caratura presidenziale, mou (molle) e normale (accattivante uno slogan coniato dalla candidata dei Verdi, che ha rivendicato una collocazione mediana tra la gauche molle e la gauche folle). Dal canto suo, Hollande ha vantato la sua normalità in opposizione al bling bling (onomatopeicamente dal rumore dei pendenti d’oro, la contiguità alla high society, valsa un certo astio dei francesi verso il loro Presidente in carica; gli stessi atteggiamenti, a sinistra, sono bollati come gauche caviar dei bobos, ossia "sinistra caviale" di borghesi bohémiens) senza mancare di riconoscere l’eccezionalità che la carica pacificamente riveste.
Il dibattito sui temi della sicurezza non è stato particolarmente centrale, e questo nonostante l’affaire Merah, i.e. i tragici eventi di Tolosa e Montauban.
Quanto ai meeting, fastosi per i big, che, la domenica precedente le elezioni, si sono esibiti a Parigi, nei superbi scenari della Place de la Concorde per il Presidente candidato (rectius candidato Presidente) e Châteaux de Vincennes per lo sfidante, con parole ispirate di patria fierezza per il primo e elementi più programmatici per il secondo.
Il 22 aprile nessuna proiezione poteva essere pubblicata prima delle 20, orario di chiusura dei seggi nelle grandi città, pena 15.000 € di multa, così accendendo la fantasia dei social network per trovare un modo di aggirare il divieto; ne è sorto un florilegio di metafore: dall’Olanda che vince sull’Ungheria (il PS in vantaggio sull’UMP), al flan in forno (Hollande in testa, dal soprannome del candidato socialista) passando per il pomodoro rosso maturo (Mélenchon con un buon risultato).
Alla fine, gli elettori, mobilitatisi in massa (20% di astensionismo, primo errore dei sondaggi che preconizzavano un alto tasso di indifferenza) hanno decretato un vittoria dell’Olanda sull’Ungheria: le primissime proiezioni (pubblicate un secondo dopo lo spirare del divieto) vedevano Hollande al 28,4% e Sarkozy al 25,5% mentre gli score definitivi sono stati rispettivamente 28,6% e 27,2%. Le prime proiezioni segnalavano pure un 20% per Madame Le Pen, poi ridimensionato al 17,9% nei dati ufficiali, percentuale comunque altissima (nemmeno il padre fece tanto quando, il 21 aprile 2002, passò al secondo turno, escludendo il candidato socialista Jospin e creando in Francia una mobilitazione e un’impressione fortissima, che porta i francesi ad agitare ancora oggi lo spettro del "21 avril"), ma almeno non psicologicamente perniciosa come il quinto dei voti dei primi minuti.
Quanto al pomodoro, non è maturato come ci si attendeva: 11,11%, risultato comunque brillante.
Questi risultati forti delle estreme, da un lato, e l’ormai remoto desiderio di un tecnocrate allontanatosi dalla Francia, quale era D.S.K., fanno interrogare circa lo stato delle ideologie: esiste ancora oggi un forte appartenenza, un senso di bandiera, oppure ci si orienta verso soluzioni che possono essere fornite da persone dotate della forza della conoscenza (i filosofi che non si limitano più ad illuminare i principi, ma li sostituiscono)? Certamente in elezioni politiche, per definizione le scelte sono più politiche che tecniche, i tecnici arrivando quando non si può fare altrimenti.
Questa la classifica: Hollande, Sarkozy, Le Pen, Mélenchon, Bayrou, Joly, Dupont-Aignan, Poutou, Arthaud, Cheminade (gli ultimi cinque con percentuali molto basse e, quanto al candidato MoDem, appena sotto il 10%, un risultato definito dagli stessi esponenti del partito centrista deludente).
Ed ora? Ora si attende il 6 maggio, giorno del ballottaggio, molcendo i vari elettorati da cui si spera di spremere la vittoria. Le preoccupazioni dei frontisti dovranno diventare le preoccupazioni di chi vuole diventare il prossimo Presidente; la "terza donna" probabilmente darà indicazioni il 1° maggio e forse si esprimerà per il voto bianco; Bayrou prenderà le sue responsabilità una volta sentite le posizioni dei due sfidanti; la sinistra dovrebbe essere con Hollande, i Verdi avendo un accordo e la loro candidata avendo esplicitamente invitato i suoi elettori ad appoggiare il candidato PS, Poutou avendo sollecitato a sbarazzarsi di Sarkozy e Mélenchon avendo, poco dopo la chiusura delle urne, fatto appello ad un voto contro il Presidente uscente (pur senza nominare espressamente il nome dell’altro, ma appoggiandolo per una sorta di principio logico di non contraddizione).
Tra le corse dei candidati da un angolo all’altro del Paese, ci si interroga sul report de voix: a chi andranno i voti di FN e MoDem? Verrebbe naturalmente da pensare che un elettore di estrema destra, "mancanza d’altro", voti un candidato di destra, il che sembrerebbe, tuttavia,  tutt’altro che scontato (la stessa esuberante candidata, in un comizio, ha brandito un cartellino rosso invitando a dare al Presidente uscente un carton rouge).
Non resta che continuare ad osservare con curiosità ed interesse, dicendosi, per chi lo pensa, Vive la République, vive la classe ouvrière (versione pomodoro rosso) et vive la France!
V.L.

 

domenica 12 febbraio 2012

venerdì 30 dicembre 2011

Morte politica.


La caduta di un politico è qualcosa di drammatico e fascinoso al tempo stesso. Pensate a Villepin, il bello e alto diplomatico Dominique, cui Sarkozy è riuscito a fare in pochi mesi, e forse per sempre, quello che Berlusconi da sempre vorrebbe fare a Fini. Pensate soprattutto a John Edwards, l’eroe cotonato della middle class americana che tra il 2002 e il 2003, con un Bush già incasinato in Medio Oriente ed un Partito democratico in rimessa, coltivò addirittura il sogno di insediarsi alla Casa Bianca; prima da solo, poi – candidato vice – sulla scia di John Kerry.
Sfumato quel sogno, negli anni successivi Edwards non ne ha più azzeccata una, e nel 2012 potrebbe addirittura ritrovarsi in prigione, per una triste faccenda di finanziamenti elettorali distratti ad usi privati. Corollario imprevedibile, questo, dell’ennesima storia di corna cui quegli sporcaccioni di democratici (americani, sia chiaro) ci abituano da tempo immemore; perché se una donnetta Rice qualsiasi, di riffa o di raffa tocca a tutti, l’idea di darle i soldi versati dagli elettori per la campagna è più che peregrina. E’ un suicidio. E anche se Edwards fosse bravo a smontare le accuse, questo in ogni caso non gli basterebbe a rientrare in gioco.
Infatti anche Villepin, coinvolto in uno scandalo diverso ma egualmente spinoso (l’affaire Clearstream, storia di una supposta macchinazione ai danni di M. Sarkozy), che pure le accuse è già riuscito a smontarle, assolto tanto in primo che secondo grado, ha scarse prospettive davanti a sé. E soprattutto pochi appoggi. Al punto da dover fondare un partito tutto suo (Republique Solidaire) con cui candidarsi alle Presidenziali 2012. Non si sa se per vincerle o per farle perdere al nemico di sempre: quella che sarebbe, in effetti, una riuscita macchinazione.
E in Italia? Da noi non ci sono stati, almeno recentemente, simili traumatici epiloghi di carriere politiche; quantomeno di carriere importanti, cioè di protagonisti primari come quelli citati. Dopo Tangentopoli il ceto dirigente è rimasto abbastanza stabile, e l’unica fine improvvisa di un leader riconosciuto è riconducibile alla vicenda di Fausto Bertinotti. Che tuttavia può considerare quella stessa come conclusione naturale, per quanto anticipata, del ciclo di un politico maturo. Bertinotti, del resto, non è precipitato nel nulla, né ha avuto macchiata la sua immagine. Ha solo perso male, ed è uscito perché ha perso male. Quel che dovrebbe peraltro essere naturale, in un sistema sano.
Tuttavia è proprio nello scandalo, nell’allontanamento coatto, o comunque nell’evento violento, che spazza via uomini e storie, che la politica esprime la propria agghiacciante, eppure in qualche modo anche eccitante, sensuale brutalità. Quando quel potere brillante che si esprimeva nel volto, nella robustezza della stretta di mano, insinuato dentro le stanze dei bottoni come in quelle da letto, quando quel potere che ti era dato ti può essere tolto, senza appello. Che anche se ti appelli, poi, è una mano contro una valanga. Spesso una mano silenziosa contro una valanga che grida.
Il politico dovrebbe ricordarlo sempre, e il cittadino dovrebbe pensarci un po’ di più: non è vero che in politica non si paga mai. E non è un fatto di luoghi, di contesti, di culture: capita ovunque. Anche se forse da noi, ultimamente, si paga in modo diverso: aumenta, cioè, l’esposizione al fuoco dei media mentre il ruolo che si esercita – malgrado quel fuoco – resta pressoché non intaccato. Se sia poi questa un’evoluzione oppure il suo contrario, lo dirà il tempo.
Quel che invece è sicuro è che la politica sia rischio, pericolo, e non solo. Essa è una forma di morte e di rinascita metacivica: si muore, da cittadini, per ritrovarsi espressione di qualcosa di più grande, di pubblico, cui ad un certo punto solo si appartiene; se ne è solo parte, a volte anche una parte minima, e questo anche se il cuore, e il cervello, e i sentimenti, e soprattutto i risentimenti restano fragilmente privati.
Chi fa politica, quindi, se lo dovrebbe sempre chiedere: ne vale la pena? Ed anche se poi la risposta dovesse essere scontatamente affermativa – perché quel rito quotidiano dà, come è noto, un’elevata dipendenza, se lo chieda lo stesso. Se è vero che il politico è un drogato, è altrettanto vero che un drogato sa distinguere le epoche e soprattutto la droga. In quindici anni è un po’ come se fossimo passati dalle fumerie d’oppio ai rave party. Dove non può l’etica, insomma, dovrebbe osare l’estetica.

martedì 22 novembre 2011

Danielle e Francois.


Si dice sempre che al fianco di un grande uomo ci sia una grande donna.
Alcuni, con un pizzico di maschilismo, dicono "dietro".
Lascio a ciascuno la libertà di posizionare i soggetti come meglio creda. Del resto penso che l'intelligenza di ogni donna (e di ogni uomo) stia anche nello spostarsi, nel non rimanere fermi.
Mi limito a considerare che Danielle e Francois Mitterrand hanno passato insieme le glorie e le tempeste, le luci e le ombre di una vita intera, negli alti e nei bassi di un'unione privata che anche nelle sue crisi è stata necessariamente quanto impietosamente esposta alle luci del "pubblico".
Ora si ritrovano, per chi ammette questa espressione certamente (ma consapevolmente) retorica, in quella dimensione di assenza che tanto opprimeva il Mitterrand vivente.
Nell'incontro con quel terrore Danielle non aveva potuto accompagnarlo. Fino ad oggi.
Danielle (cui il Corriere dedica un bel ricordo) è stata una donna di valore a prescindere da Francois.
Ma è stata la donna di Francois. Inevitabile, quindi, pensare a questa donna, e insieme a quell'uomo tutto occhi e parole, e cadute e rinascite. Un uomo gigantesco per la Storia dell'Europa intera. Inevitabile pensare ad una vicenda personale, familiare che riporta ad un'epopea politica trascorsa. E da oggi, in qualche modo, ancora un po' di più trascorsa; che c'era appunto questa donna accanto, dietro, e a volte - perchè no? - forse anche sopra quel gigante.
Ed ora anche dentro la sua temuta assenza. Che diventa, almeno adesso, la loro.

giovedì 28 luglio 2011

C'erano una volta i Repubblicani.


I DATI
Il debito pubblico Usa il 16 maggio 2011 ha raggiunto la cifra di 14.292 miliardi di dollari, arrivando così alla soglia del tetto, stabilito per legge a 14.294 miliardi di dollari, oltre il quale gli Usa rischiano il default. Entro il 2 agosto repubblicani e democratici devono trovare un accordo per alzare il tetto del debito ma l' accordo non è ancora stato raggiunto perché i democratici chiedono, come soluzione temporanea, l' aumento delle imposte derivate da redditi elevati mentre i repubblicani vedono come via maestra il taglio della spesa pubblica. Il debito pubblico, negli ultimi tre anni, è aumentato al ritmo di 1.000 miliardi di dollari ogni sette mesi circa. Ha raggiunto (e superato) i 14.000 miliardi il 31/12/2010; in precedenza era arrivato a 13.000 miliardi il 01/06/2010.

DAI FATTI ALLE OPINIONI
"Americani, chiamate il vostro rappresentante in Parlamento. Mandate email. Dite che volete che appoggi una soluzione di compromesso. Non possiamo rischiare il default , è da irresponsabili. Il costo del denaro schizzerebbe in alto per tutti, sarebbe una catastrofe. Il tempo stringe, rischiamo davvero il baratro". Così ha parlato Barack Obama, attaccando John Boehner, capo del Gop, che ha rinunciato all' improvviso all'accordo da 4 mila miliardi di dollari a lungo negoziato alla Casa Bianca; B.O. è consapevole che la destra radicale dei Tea Party vuole ottenere il "suo default" e che per ottenerlo è disposta a rischiare anche un default del credito Usa. Così ha cambiato linea. Basta discorsi bipartisan e appelli accorati: il presidente ora cerca di mettere alle strette il partito repubblicano ripetendo con toni sempre più netti e ad audience sempre più vaste che l' America rischia una crisi senza precedenti - a partire dalla perdita, per la prima volta nella storia, della 'tripla A', il voto massimo di affidabilità del suo credito - solo per l' ostinazione di un fronte conservatore che rifiuta di prendere in considerazione un pacchetto che è stato definito "degno di Ronald Reagan". Un piano che peraltro - osservano gli analisti - concede ai Repubblicani tutto quello che avevano chiesto "2.700 miliardi di dollari di spese in meno senza alcun incremento delle entrate". Fin qui una sintesi di quel che scrive Massimo Gaggi sul Corriere. A me resta da aggiungere poco. E cioè questo: 1) Obama cerca di responsabilizzare l'elettorato moderato e di accreditarsi al centro; 2) lascia aperta una porta all'accordo, e tuttavia attacca gli oltranzisti; 3) così facendo si scopre a sinistra, ma tanto a qualunque buon cristiano almeno due o tre volte al giorno gli tocca scoprirsi a sinistra. Alla fine i sondaggi dicono che il 51% degli americani considererebbe i repubblicani i maggiori responsabili di un eventuale downgrading degli Usa mentre, a oggi, solo il 30% afferma che ne darebbe la colpa a Obama. Dopo la sconfitta di midterm, questo sembra paradossalmente un 'momento si' per un Presidente che - pur in una situazione di crisi nazionale senza precedenti - sembra essersi ritrovato. Stupisce, per altro verso, il minimo toccato dai Repubblicani, completamente privi di idee. E questo è il punto 4): manca, agli Stati Uniti d'America, un Great Old Party degno della fotografia che campeggia qui sopra. Proprio questa mancanza potrebbe costituire la miglior garanzia per la rielezione di un Presidente a volte controverso, spesso all'apparenza debole, ma sempre coraggioso. Che proprio per questo sarebbe piaciuto, e forse piace, alla migliore tradizione conservatrice (che per chi scrive non poteva e non potrà mai essere quella robaccia alla Barry Goldwater): cinica ma responsabile, retorica ma pratica, spregiudicata all'occorrenza, se serve impopolare, ma sempre orgogliosamente e affidabilmente americana.