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martedì 11 maggio 2010

Il tempo non ritrovato.


Francois Truffaut scriveva spesso delle sue pene (in particolare d'amore) ad Helen Scott, sua amica e consigliera.
Su carta da lettera, con la penna, si intende. A quel tempo non esistevano le mail.
Un uomo così impegnato, così intensamente preso dal proprio lavoro, aveva il giusto tempo da dedicare al racconto, del tutto spassionato e - perchè no? - in fondo anche inutile, a colei cui egli sentiva di dover "confessare tutto" di sè. Quasi fosse la cassaforte dei suoi fantasmi.
Ma cosa resta di una lettera? Cosa resta di quel che si affida ad essa?
Cosa resta del rito di prepararla, e prima ancora di pensarla, e quindi di spedirla? Quando lo spazio fisico che ti separa dall'"invio" non è ancora un clic di tastiera. E invece, ad esempio, una passeggiata verso l'ufficio postale, con accanto il giardino pubblico, le voci dei passanti, e ancora i tuoi dubbi, le esitazioni, le incertezze.
La lettera è un lusso che l'individuo moderno ha perduto.
Con essa ha probabilmente smarrito anche il senso, insieme effimero (nell'impiego del tempo utile, diversamente impiegabile) e insieme profondo, di quel gesto. O, insisto, di quel Rito.
Un sms, una mail, non lo sostituiscono certamente appieno. Abbreviando tempi e spazi, diminuiscono lo "spreco" delle nostre (esigue) risorse, ma sacrificano - con esso - l'elogio della dimensione dello "scrivere"; la sua unicità, la sua temporalità.
In un fluire denso di parole digitali, le vecchie lettere scompaiono dalla vista e dal cuore.
A volte, ritrovandone alcune che ho spedito, fatico a riconoscere la persona trascorsa che le ha estese.
Altre volte, ritrovandone alcune che non ho inviato, sono sopraffatto da quello stesso pudore, da quella stessa timidezza che mi indusse allore a "fermarle".
Altre volte ancora, quando non ho avuto neppure il coraggio di pensarle, mi accorgo che avrei dovuto mettermi seduto, perdere tutto il tempo che c'era da perdere. E scrivere. Cancellare, rifare. Finire.
Per poi fermarmi, magari. Sopraffatto dal pudore; che è poi solo l'altra faccia del rimpianto per la scompostezza del nostro coraggio.
Ma scrivere, sempre.
Quel tempo che non ho perso, allora, non lo ritroverò.

5 commenti:

Silvia Lo Iacono ha detto...

avrei voluto spedirti una lettera per commentare questo tuo bellissimo post.
silvia

Anonimo ha detto...

...che dire ? semplicemente affascinante...carlo

Anonimo ha detto...

Bellissima e suggestiva lettura!Grazie Gabriele! Valentina

Gabriele Molinari ha detto...

Grazie.

Anonimo ha detto...

Scusa, Gabriele, se torno ad occupare il tuo spazio, ma non ho potuto fare a meno di ripensare alla profondità del tuo scritto e proprio ricordandolo ho fatto una riflessione su quanto ci manca anche la comunicazione verbale, oltre a quella scritta che - concordo - ha altre caratteristiche...A me manca la conversazione tra persone che sanno rispettare l'interlocutore, che sanno elargire perle - vere - di cognizione se non di saggezza...e non mi riferisco a chissà quali contenuti, non importa, conta il piacere di parlarsi, di poter guardare negli occhi chi è di fronte a te, di cogliere la modulazione della voce...ecco, forse, di imparare - parlo per me - a dedicare tempo al saper ascoltare. Mi fermo qui, ma solo perchè rimando, appunto, ad una prossima chiacchierata il resto. Sono grato che tu metta on line le tue osservazioni. E' davvero un piacere leggerle e diventano degli stimoli importanti. carlo