Sono passati ormai alcuni giorni dalla rottura pubblica tra Fini e Berlusconi, e gli analisti hanno potuto dissertare, interpretare, elaborare previsioni.Diversissime, s’intende, a seconda della testata per cui lavorano. Complessivamente mi pare registrarsi un generale favore per quel che Fini ha detto; e anche per il come, e dove, lo ha detto. Naturalmente ci sono anche i dissenzienti. Ma in realtà, i dissenzienti mi sembrano imprevedibilmente numerosi. E non tutti argomentano in modo chiaro. Pare infatti incomprensibile, quel che tuttavia ho sentito e sento fare da alcuni (anche nel centrosinistra), l’idea di subordinare la bontà dell’iniziativa di Fini solo al numero di senatori e deputati che egli riuscirà, nel caso di “uscita”, a trascinarsi dietro.Quasi che con tale, incidentale, manovra di “sottrazione” si debba esaurire l’operazione politica da lui intrapresa.Quasi che la premessa repubblicana da cui essa muove (importa poco, sia chiaro, se sincera o insincera, appunto in quanto “oggettivamente repubblicana”: quindi tanto più preziosa laddove è già avanzato lo stato di crisi delle istituzioni) sia cosa residuale, trascurabile. E, ancora, quasi che lo sforzo, insieme appassionato e glaciale, che Fini ha profuso da quella pedana, non debba o non possa uscire dalla sala della direzione nazionale del Pdl; o che non possa, allo stesso tempo, una volta uscito da quella stanza, incontrare il favore di tanti italiani: quantomeno preoccupati dal livello di imbarbarimento del nostro sistema politico.Perchè, dunque, questa diffusa volontà di cercare, quasi a tutti i costi, solo i punti deboli della (a oggi, peraltro, solo ipotizzabile) strategia di Fini; per poterla, poi, in alcuni casi, espressamente liquidare come “velleitaria”? L’analisi è libera, si dirà; ma converrete come un’analisi autenticamente libera sia oggi merce troppo rara per non legittimare qualche piccolo sospetto.Ritengo quindi naturale porre alcune semplici domande. A chi serve, in fondo, che l’azione di Fini sia intesa come velleitaria? C’è per caso chi può temere la sua ritrovata autonomia? E infine: esiste forse un’“invidia”, per questo leader non solo nel suo campo di provenienza? Così mi interrogo, data la stranezza del dibattito; poichè, quando dell’avversario, o del possibile partner, si stima scarsa la credibilità, non ha molto senso sottolinearne la limitatezza.Infatti, in occasione di recenti altre operazioni “autonomiste”, non si è visto un pari livello di ostentazione di sfiducia; o, quantomeno, di perplessità.Per Fini, invece, si ha l’impressione che quasi ci si impegni, a non crederci.E, questo, nonostante una larga fetta di elettorato, non (più) obbediente, o non ancora del tutto “perduto”, reclami a gran voce una pagina nuova, e soprattutto più libera, nella vita pubblica italiana.Certo, non ci si può esimere dal considerare le difficoltà tecniche che il quadro politico attuale presenta (specie con riferimento alla legge elettorale); ma che pena se davvero pensassimo di liquidare tutto in una mera conta di truppe.«Eppure oggi funziona così», potrebbe obiettare qualcuno: e avrebbe anche ragione, non v’è dubbio. Ma questa degenerazione “dell’oggi” non ci piace. Anche parlando con colleghi ed amici di centrodestra da tempo concordiamo su questo punto: cioè su quanto sia brutta questa politica che ci “lega”, che ci imprigiona a un fasullo stereotipo bipolare. Però, la volta buona che per coraggio, o per paura, o per pazzia, o per qualsiasi altra ragione si rompe questo muro, anziché brindare alle nuove possibilità e ai nuovi spazi che ci si spalancano dinnanzi, ecco che siamo subito pronti (anche nel Pd) ai distinguo più vari: che è «bravo Fini», «sì, ma...»; «...adesso forse è presto»; «...è un’operazione perdente »; «...è troppo solo » ; «...comunque è un incoerente»; fino alla schizofrenia per cui «...in fondo è sempre un fascista» anche se «...ormai è un socialdemocratico ». Ma non è tanto la critica, a colpire, sia chiaro; bensì la finalità con cui pare mossa. E soprattutto la disponibilità collettiva che essa riesca a incontrare, a un’analisi lucida. Che fin da ora si pronostica limitata. Proprio del Pd, in fondo, qualcuno potrebbe ben dire: «È immobile». Ma considerata l’abilità democratica a vedere il bicchiere (vuoto) sempre mezzo pieno, non escludo che ci possa essere chi addirittura riesca a leggerci un plauso all’equilibrio, e quindi un complimento.A Fini, invece, credo che nessuno faccia, e farà complimenti; né sconti. E neppure ci si ironizzerà sopra, scommetterei; che Fini è un freddo: non ispira battute, e non ispira i blogger. Lui, peraltro, non mostra mai una gran voglia di ridere; e questa storia probabilmente fa più che altro paura, a tanti. Fa paura a destra, dove si apre una falla dopo sedici anni, e si vuole evidentemente prevenire con ogni mezzo il regicidio.La fa a sinistra, dove la forte personalità del presidente della camera non ha (ad oggi) alcun adeguato contraltare. E, dulcis in fundo, anche nel mezzo dell’emiciclo, chi ha pazientemente (e faticosamente) consolidato la propria posizione terzista, non vuole certo ritrovarsi scavalcato “al centro” da un post missino già berlusconiano. Ecco dunque che il fatto certamente più rilevante di questi ultimi anni rischia di essere annacquato, edulcorato dalla stagnante prudenza del ceto politico.
(articolo pubblicato su "Europa" del 29.4.2010)
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