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venerdì 3 dicembre 2010

Non bisogna aver paura di parlare di "eutanasia".

Con poca fantasia è stato definito “l’ultima provocazione” radicale. Ma il (breve) video in cui un malato terminale chiede al Governo di rispettare la propria volontà di morire, contiene in realtà un messaggio misurato e responsabile; e di provocatorio, a ben vedere, c’è solo un’interpretazione oltremodo capziosa.

Tra i numerosi contrari al e contrariati dal messaggio, si segnala – imprevisto – il netto pronunciamento del campione laico del Pd, Ignazio Marino che “come uomo, come medico e come politico” ha espresso la propria “assoluta opposizione all'eutanasia”. Le ragioni che ha addotto non giovano, secondo chi scrive, a renderne la tesi convincente. Pur di costringere le cose nello schema astratto imposto dal nostro bipolarismo bislacco (anziché tenerle nel campo aperto e imprevedibile della realtà), Marino ha infatti concluso che “fino a quando c’e' una maggioranza pro cattiva morte, che non permette l'assistenza per evitare di soffrire nelle fasi terminali della vita, è comprensibile che ci siano gruppi che promuovono la discussione su quella che è, alla fine, una uccisione, seppur compassionevole”.

Marino non coglie, a nostro avviso, la portata reale della questione.

L’ “uccisione compassionevole”, come la chiama, è infatti ammessa, legittimata, regolamentata per legge in vari paesi europei. E non è quindi riducibile ad interpretazione immatura, maldestra o esasperata di un principio di autodeterminazione. Ne costituisce, semmai, l’espressione più compiuta.

Il punto, semmai, è stabilire se quel principio di autodeterminazione possa - presto o tardi - essere ammesso e riconosciuto da questo ordinamento; ma non sta, lo si ribadisce, nel porre un freno preventivo – tecnico o morale – alla libertà di scelta.

Certo, ad ogni libertà corrispondono, necessariamente, dei confini; diversamente, infatti, parleremmo di arbitrio. E’ altresì vero, tuttavia, come i confini in questione – fermo il ruolo specifico del legislatore – non possano non parametrarsi sugli orientamenti, le sensibilità ed, in definitiva, le istanze del corpo sociale.

Ma ecco quindi che il punto, il vero punto della discussione si evidenzia essere la discussione stessa; ovvero, in altre parole, la possibilità che essa si concreti e celebri nel modo più compiuto e costruttivo.

Chi ha paura di parlare di eutanasia? Chiediamocelo, perché è di questo – io credo – che dovremmo parlare. Più che di soluzioni salomoniche, medie più che intermedie, ab origine proposte come solutive di un dilemma enorme, la portata del tema non ci può esimere dall’affrontarlo in modo diretto, completo, totale.

Nulla, peraltro, impedisce che da un dibattito schietto, puntuale ed effettivamente argomentativo possa sortire – alla fine – un’opzione rappresentativa di una sostanziale medietas tra le posizioni in gioco.

Che sono appunto, ricordiamolo, la legittimazione di una scelta di fine vita (e non la “morte compassionevole” di cui parla Marino, con un’indebita, personale e quindi non obiettiva aggettivazione) e la sua negazione.

Naturalmente entrambe le posizioni vanno ascoltate, perché ciascuno di noi possa orientarsi nella formazione di un’opinione. In tal senso non si può certo dare torto ai 32 parlamentari Pd che, dopo la puntata “a senso unico” di Vieni via con me sul “fine – vita”, con un duetto tra Saviano e Mina Welby, hanno scritto alla Rai per chiedere pari dignità nel esporre il proprio punto di vista: cioè quello di coloro i quali “con altrettanta grande dignità, magari in silenzio, fanno la scelta libera di non staccare i sondini".”Questo perché, così concludono, “ogni scelta d'amore merita la sua luce”.

Ed è vero: ogni scelta d’amore merita una luce, così come ogni scelta esige una propria, reale consapevolezza. Nessuno deve temere un dibattito libero e sincero: e questo vale per l’eutanasia come per ogni altro tema sull’agenda politica.

Quel che è fondamentale, anzi, pare ricostruire – in questo paese svogliato e indolente – un interesse positivo nonchè informato a dibattere. Meglio se a partire proprio dai “grandi” temi; quelli che toccano, senza retorica, le esistenze di ciascuno di noi. E che in qualche modo ci “costringono” ad essere, o almeno a sentirci coinvolti.

Forse una scelta di questo tipo, senza infingimenti e prudenze di opposto segno, potrebbe aiutare l’Italia ad uscire da un’apatia grigia, rassegnata, e inevitabilmente portatrice di una progressiva, parimenti rassegnata deriva sociale.

(articolo pubblicato su il Riformista del 2 dicembre 2010)

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