La sensazione è che Monti abbia scardinato, insieme a pessime abitudini ed ancor peggiori rassegnazioni, l’ipocrisia stucchevole del dibattito pubblico italiano; e con essa il lessico fasullo e mortifero che da anni lo domina.
Tutti, nel dargli tanto o poco torto, ritornano ad antiche eppur ancor consuete parole d’ordine, che fanno tanto storia di partito, di sindacato, di vario assemblearismo, spesso anche di curiale prudenza, e che sono specchio, in definitiva, di una comunità malata; malata di una distorta, a tratti bigotta idea di democrazia – tale da farsi talora, come già diceva Gaber, “superstizione” – e di una ancor più sgangherata e inconcludente ipotesi di libertà. Tutti ci provano: appelli accorati, richiami all’unità, alla responsabilità, alla concertazione, e poi quell’irresistibile e immancabile riferimento al concetto dell’“apertura dei tavoli”, che evoca più che altro la pasquetta, di questi tempi.
Tutti ritornano, tutti ci provano. Ma senza fortuna. Questo Monti non è prigioniero del mito della mediazione. Parla poco, non necessariamente replica, si confronta dove e quando serve e quello che pensa lo dice (quantomeno non lo nasconde). Spesso quel che dice urta qualcuno; talora ha urtato anche il sottoscritto. A volte Monti sconfina addirittura nell’arroganza. I suoi detrattori si chiedono: è perchè è un tecnocrate? E’ perché è un uomo dei poteri forti? E’ perché, in quanto tale, è un nemico ed un affamatore del popolo? No, anzi, i suoi detrattori son gente che il punto interrogativo non sa neppure cosa sia. Quindi Monti è un tecnocrate, è un uomo dei poteri forti, e in quanto tale è un nemico ed un affamatore del popolo. Punto, al massimo esclamativo.
Che il popolo abbia fame, però, è vero. Che abbia fame da adesso, e a causa di Monti, è tuttavia molto meno vero. Ma non v’è da credere neppure che il popolo sia del tutto ostile al presidente del Consiglio, anzi: oscilla, si interroga, si divide. Se si domanda quale fiducia possa avere in uno che non ha mai votato, che fino a pochi mesi fa conosceva appena, e che dicono sia stato messo lì perché non se ne poteva fare a meno, allora non può non chiedersi anche – col senno del poi – quale fiducia meritassero quelli a cui il voto l’ha dato.
Ascolta, il popolo, incontrollate voci di pressioni europee; ma proprio grazie a quelli che aveva votato non ha poi una gran dimestichezza con l’Europa. Loro non ne parlavano mai, neppure quando c’erano le elezioni europee (vi ricordate, in questi anni, un solo talk show in cui si sia usciti dal vero collante dell’arco costituzionale degli anni duemila, cioè il provincialismo?), così alla gente – o almeno a tanta gente – il dubbio che quest’Europa qualcosa poi conti, o debba contare, gli è infine venuto.
Sempre grazie a Monti sembra che anche le fatture, le ricevute fiscali, gli scontrini abbiano ripreso quota nel comune sentire. Il che fa il paio con l’idea – che pure, pian piano si fa strada – che forse le riforme del mercato del lavoro, di cui si parlava ormai da qualche lustro, alla fine si potevano, e probabilmente si dovevano fare davvero. E infatti quel che di Monti colpisce è che fa. Senza voti suoi, senza partiti suoi, a volte – s’è detto – senza tatto, a volte persino con sprezzante rudezza. Ma fa.
Lui, descritto quasi come alieno a quella bella quanto imperfetta democrazia che ci ha portato ad un passo dalla rovina, lui che è fuori dai riti della deliberazione moderna, lontano dai bizantinismi e dalle retoriche buoniste e politicamente corrette, indifferente alle “aperture” se non a quelle del mercato, refrattario al “dover piacere” che ha ossessionato la classe dirigente politica (si perdoni l’ossimoro) degli ultimi vent’anni, lui ci dimostra ogni giorno – nel bene e nel male – una cosa fondamentale e drammatica.
E cioè che si è parlato di niente, litigato su niente e concluso più o meno niente per decenni. Che abbiamo buttato via generazioni e talenti, sacrificandoli alle regole di produzione sociale, e prima di tutto politica di quel niente.
Il deficit democratico corrente alla lunga può, è vero, essere un rischio; e questo non è da sottovalutare. Ma l’incapacità, da sempre, è il più inquietante e pericoloso dei tiranni.
Articolo pubblicato su The Front Page del 1.4.12
Articolo pubblicato su The Front Page del 1.4.12

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