Voglio bene alla mia generazione, se lo merita.
Anche quelli che mi stanno sulle palle, anche loro: provo un affetto diffuso.
Che sia una reazione alla dittatura gerontocratrica e alle furberie dei suoi navigati rappresentanti, o che sia invece il frutto di un ricordo comune, l'idea di condividere qualcosa di buono che c'è stato, in mezzo a questo deserto di idee e propositi - fosse anche solo la nostra pazienza, ora che c'è fretta di tutto - poco conta. Quello è.
La mia generazione è stata abbastanza fregata, ma non ha fregato nessuno. Si lamenta meno di quel che dovrebbe, e questo le fa piuttosto onore. La mia generazione, fatalista, anche un po' ingenua, illusa dagli ottanta, sedotta dai novanta, quindi abbandonata dagli zero, può essere la leva da cui far ripartire la nostra Comunità. Potrebbe esserlo proprio per quella ingenuità, proprio per non aver imparato a fregare nessuno (magari una forma etica di pigrizia). E poi perchè conosce la difficoltà meglio dei genitori, e perchè ha capito che qualcosa lo deve pur fare, per non mandare al massacro i figli.
Importante è che il fatalismo non diventi rassegnazione. Rischio che esiste.
Sarebbe imperdonabile rassegnarsi senza contributi pagati; e sarebbe pericoloso rassegnarsi da soli, senza nemmeno la tessera di un partito, o meglio ancora di una potente organizzazione sindacale dei pensionati alle spalle. Che ci educhino alla rivendicazione dell'oggi, senza alcuna idea di domani, e poi magari vengano a raccontarci - di tanto in tanto - che "noi siamo per i giovani: che i giovani sono il futuro"; quasi ce lo fossimo dimenticati, e tanto per metterci la coscienza a posto.
Come i furbi di sempre. Li trovi a ogni latitudine, politica e non. A ogni elezione. A ogni legge finanziaria. A ogni costo, cascasse il mondo, li trovi.
Come i furbi di sempre. Li trovi a ogni latitudine, politica e non. A ogni elezione. A ogni legge finanziaria. A ogni costo, cascasse il mondo, li trovi.
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