La polemica tra il più grande velocista di tutti i
tempi e il migliore atleta del ventesimo secolo, ovvero Usain Bolt, l’uno, e
Carl Lewis, l’altro, non appassiona ma in fondo neppure disturba. Perchè un
senso ce l’ha, pure abbastanza preciso. Fin da bambini siamo stati rimbambiti
dal concetto di classifica, del “meglio” e del “peggio”, e poi - ancora - da
assolutizzazioni coatte, che di assoluto avevano spesso solo la propria inutilità,
e infine da superlativi ed iperboli buttati lì, a caso. Siccome, crescendo, la
cosa è andata anche degenerando, appena abbiamo trovato un Bolt da ricoprire di
gloria (la più autentica e meritata, ci mancherebbe) non è parso vero che fosse
proprio Bolt, lui medesimo, a compiere il rito supremo che ogni cultura del
paragone esige, ovvero la demolizione del paragonato. Considerando come dei
contemporanei, già paragonati in pista, vi sia ormai poco da dire e pressoché più
nulla da demolire, Bolt – nel frattempo autoproclamatosi Leggenda – ha affermato
di “aver perso ogni stima” nientemeno che per Carl Lewis, vale a dire il Mito. Sprinter
di un altro tempo, Carl Lewis, eppure fuori dal tempo: atemporale, eterno, esattamente
come sarà, da qui in avanti, lo stesso Bolt. Che non è impazzito, intendiamoci:
è umano, quindi permaloso. Lewis è colpevole, ai suoi occhi (e non solo ai
suoi), di aver avanzato dubbi sulle rapide progressioni, in termini di prestazioni,
degli atleti di Kingston. Banale osservare come dubbio non equivalga ad accusa,
e come debba ritenersi legittimo avanzarne quando vi sia una valutazione tecnica
a monte (alcune progressioni sono in effetti molto rapide, e il parere di un
Mito non è proprio quello dell’ultimo venuto); fatto sta che Bolt ha avuto una
ragione plausibile per sparare contro Lewis, cosa che a molti non è dispiaciuta.
Lewis ha infatti sempre rappresentato, per così dire, il volto migliore dello
sprint e dell’atletica tutta. Talmente migliore da risultare insopportabilmente
perfetto, ed insopportabilmente infallibile: che anche quando gli capitava di
fallire saltava sempre fuori una ragione buona a giustificarlo. A partire dall’avvento
di quel demone di Ben Johnson, che gli rubò due anni di onori e medaglie (salva
la restituzione postuma), fino alla generosità nei confronti del pubblico (che
appassionava in ben tre discipline, tra cui l’usurante salto in lungo, senza
risparmiarsi) e dei compagni (cui non impediva di crescere alla sua ombra, talora
insegnando loro i segreti utili a batterlo: ne fu un esempio il carneade
DeLoach, a sopresa vincitore a Seul e poi eclissatosi). E’ chiaro che tutta
questa bontà, una simile sconfinata perfezione, specie se al lordo
dell’apologia di una stampa oltremodo compiacente, risultava almeno ai più avvertiti
abbastanza indigesta. Fu proprio in ragione di quest’ultimo aspetto che anche
per uno come Ben Johnson non fu difficile – almeno all’inizio – fare proseliti
“anti Lewis”. A paragone di Lewis e dei suoi compagni (buoni, spesso belli e sempre
velocissimi pure loro), gli altri erano scarrafoni senza speranze. E quando
pure di speranze essi arrivavano a coltivarne, quelle, alla prova dei fatti, o
diventavano vane o si rivelavano illecite.
Il risultato pertanto non cambiava:
a Lewis e i suoi tutto, al resto del mondo niente. Con l’avvento dell’era
“global” le cose fortunatamente sono un po’ cambiate. Anche negli stadi di
atletica gli Stati Uniti hanno smesso di essere cannibali, e per quanto
riguarda la velocità le medaglie di Mondiali ed Olimpiadi sono state
distribuite più variamente e forse anche più “democraticamente” tra atleti di
diverse provenienze (dall’Africa, al Nord America e addirittura all’Europa). Questo,
almeno, fino a Bolt. Quando un nuovo cannibale e la sua discendenza hanno ri-occupato,
a tutti gli effetti, quel ruolo dominante che prima era stato dei soli
americani. Ora, se valga più – come cannibale – un Mito statunitense o una
Leggenda giamaicana è esercizio che riprende la stupidità delle nostre
abitudini, quella di cui parlavo all’inizio. Può anche essere vero che l’oblio
stia stretto a Lewis, che questi abbia voluto provocare “per frustrazione” - è
la tesi di Bolt - ma di brutte soprese, quanto a doping, ne abbiamo avute troppe,
in questi anni. Preoccuparsi a riguardo non può pertanto essere un torto. Lewis
medesimo fu privato di due titoli “sul
campo”, per illeciti altrui, ed è facile capire come sia particolarmente
sensibile al problema. Ma un conto – in ogni caso – è l’ego di Lewis, o quello
che di stucchevole o addirittura di perfido egli ebbe ad incarnare; un conto è
se quello che dice oggi abbia senso. E per quanto Bolt non sembri in alcun modo
un prodotto da laboratorio – ma al contrario, una forza della natura nel senso
più autentico – interrogarsi (anche) sulla eccezionale crescita del movimento
giamaicano in questi ultimi anni non può essere considerato un abuso nè un
delitto di lesa maestà. Bene farebbero allora entrambi ad allontanare da se stessi la
proiezione di un fuorviante e impossibile duello a distanza, e a ripristinare i
rapporti di buon vicinato che si convengono tra Miti e Leggende. Chi ha corso e
vissuto l’atletica sa che l’unico confronto vero è in pista: contro gli altri e
anche o soprattutto contro se stessi. Conta solo quello. Conta esserci, lì, in quel
preciso momento: magari riuscendo a sovvertire un pronostico, o tentando di
sfruttare l’unica chance che si presenti in un’intera carriera. Perché in fondo
non vale meno l’impresa solitaria di chi ha avuto in sorte un inferiore
bagaglio genetico, o un più limitato talento, rispetto ai record di Miti e Leggende;
e del resto, se attendessimo di vedere in pista, e tifare, solo extraterrestri
rischieremmo di non assistere più ad alcuna gara. Detto questo, l’importante è
che l’impresa, sia essa singola o seriale, sia pulita: solo questo conta. E in
nome di questa esigenza è bene che tutti si impegnino a fornire il proprio
contributo. A partire dai supereroi: chiamati, anziché all’antitesi, ad una
sintesi di epoche e soprattutto di valori sportivi.
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