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martedì 30 ottobre 2012

Fino alla fine.


Di fronte a tutta l'ipocrisia e l'accidia servile che da più parti si esercita verso il boemo, reo di sesto posto in classifica al 30 di ottobre (con squadra arrivata sesta e settima - con altri allenatori - nei due anni precedenti), non resta che rassegnarsi: l'Italia non sa modificare questo diffuso, insano modo di vivere lo sport, fatto di tifo insulso e di cieco antagonismo personale.
Colpiscono soprattutto i giornalisti, sempre più numerosi, che di colpo sembrano spasmodicamente interessati alle vicende di un club, la Roma, che assai raramente è stato ritenuto degno di una simile attenzione dai media: scribacchini quasi esclusivamente concentrati a colpire il reprobo perdente con ogni sorta di tesi o di crudo appellativo.
Reprobo la cui serena ostinazione ricorda peraltro (facendo le debite proporzioni) quella di Bartolomeo Vanzetti, sul banco degli imputati, a Boston, anno 1927:
Sono così convinto di essere nel giusto, che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte ed io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le cose che ho fatto.
Ecco, l'unica cosa che si potrebbe dire a Zdenek Zeman, ormai prossimo al proprio personale miglio verde, è che nessun martire, reale o metaforico, dovrebbe sacrificare la vita per Panagiotis Tachtsidis.
Ma questo è affar suo; e su libertà e libero arbitrio Kant ha parlato (e soprattutto scritto) chiaro.

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