Cadono in questi giorni i 40 anni di Jesus Christ Superstar, inteso come film, diretto da Norman Jewison appunto nel 1973, quale trasposizione sul grande schermo dell'omonimo musical di Rice e Webber.
La storia di Gesù è certamente densa di significati e simboli, di un'idea unica di fragilità e di forza, e di dolore e di liberazione; in una realizzazione degli anni 70 questi valori e sentimenti inevitabilmente si mescolano con lo spirito libero ed ingenuo di una generazione allora in cerca di molte cose; forse anche troppe, e a volte pure troppo confuse.
In alcuni momenti del film quelle due fragilità si incontrano e si fondono, in modo palese.
Quando la sorte di Gesù è già segnata, Maria Maddalena e gli apostoli sembrano non credere al precipitare degli eventi.
Sono rappresentati come i ragazzi che in anni bui hanno sognato di trasformare radicalmente realtà profonde, a volte tuttavia senza possederne il senso pieno. Anzi credendo, spesso, che la libertà e la speranza potessero bastare a rovesciare una realtà avara di sogni e comprensione.
E' in quel frangente che si offre uno dei suoi momenti musicali più belli ed intensi dell'opera, intessuto di quella stessa ingenuità di sopra, per cui sarebbe bello - gridano gli amici - "riportare tutto come prima". "Possiamo ricominciare daccapo, per favore?" domandano gli apostoli ad un Gesù voltato di spalle e incammminato verso il proprio destino.
Ma quel destino ha da compiersi, e niente può impedire che ciò accada.
La forza della testimonianza, sia di Cristo come di altri cosiddetti uomini contro (e lui lo era più di chiunque), è che l'uomo contro agisce ed accetta le conseguenze del proprio agire.
Anche nella vita questa regola deve e può diventare un riferimento prezioso, per aiutarsi a trarne - almeno quando si riesca - un senso, ed una dignità del e nel vivere.
Un po' come cantava il Principe, in altri anni e in un'altra canzone,"quando domani ci accorgeremo / che non ritorna mai più niente / ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria".
Ecco, questo, almeno per me, resta il valore più caro e prezioso della vicenda umana di Gesù.
Ed è appunto il motivo per cui questa scena continua ad emozionarmi come quando da bambino, seduto nella platea del cinema Lux di via Alberti, durante la settimana di Pasqua, intuivo - pur con la minima consapevolezza di allora - che a volte poteva anche non esserci ritorno o rimedio.
Che era un dolore, questo, era un male. Ma era un male che poi poteva diventare Bene.
Occorreva solo capire. O almeno impegnarsi a capire.
E io non avevo ancora sentito parlare nè di Socrate nè di Tommaso Moro, ma quella canzone ormai vecchia serviva a convincermi che si poteva capire. Ed era già qualcosa, era già molto.
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