Ero stato a Deauville un po' di anni fa.
La mia passione per il cinema, e soprattutto per i personaggi del cinema, per le loro storie, le loro facce e le loro inquietudini, mi aveva già portato sui posti di Trintignant - pilota innamorato di Lelouch in Un uomo e una donna del '66 - e del piccolo Leaud, il neppure adolescente Antoine Doinel, che nei 400 colpi di Truffaut (1958) concludeva su un'altra spiaggia della Normandia, poco distante, la sua corsa verso la libertà.
O verso l'idea della libertà. Che poi però non trova.
Ma non mi era bastato.
Non era stato l'incontro che avevo immaginato.
Non bastava.
Così ho preso la mia auto, ho viaggiato dieci ore buone - proprio come JLT - e sono venuto a prendermi anch'io lo sbieco d'alba che concede questa spiaggia enorme.
Enorme come poche, bella e silenziosa come poche.
Perchè l'ho fatto?
Perchè anch'io a volte voglio illudermi che la vita sia un film francese.
E siccome la vità lo è, un film, basta farne un montaggio un po' lento, mettere dei primi piani non banali, e dargli un senso per cui tutto sia possibile. Esistenzialmente, sentimentalmente. Liberamente.
Bien sur, on peut.
Bien sur, on peut.

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