Da ragazzo ero un discreto velocista, sapevatelo.
Più 100 che 200 metri, però; e dico solo discreto (benchè fossi forte, in effetti) perchè in mancanza di riscontri è consigliabile non forzare con le iperboli. E i riscontri difettano perchè - in onestà - farmi fare gare era una disperazione per chi doveva "gestirmi" come atleta.
Ma da ragazzo era discretamente disperante gestirmi, un po' in tutti i modi. Così niente gare, che la domenica volevo cazzeggiare, niente obblighi eccessivi in allenamento, che mi piaceva fare da me.
Magari più in palestra che in pista; e comunque, in pista, risparmiare tempo: tre sessioni tirate un po' di più piuttosto che quattro tirate un po' di meno. Prendere o lasciare.
Capisco che non fosse facile allenarmi, e di persone che ci hanno provato ne conto tre.
Due mi hanno fatto fare tutto quello che volevo; l'altra no. E proprio quest'ultima, ad un certo punto, ha smesso di seguirmi.
Non dubitavo neppure allora che fosse non solo il preparatore più bravo, ma anche quello - tra gli altri - che volesse realmente insegnarmi qualcosa.
E anche non tollerare quel che non va tollerato è senza dubbio un modo di insegnare, e prima ancora di avere a cuore.
Ma torniamo alla mia vicenda di velocista. Intorno ai 17 anni avevo un rilevamento manuale sui 100 metri che stava sugli 11"20. Avrei dovuto insistere e allenarmi davvero per provare a cavare fuori il meglio di me; invece nel 1993, con maggiore età e patente, smisi.
Ho continuato a fare sport - ne ho fatto tantissimo - e ho continuato a correre, ma da altre parti e in altre discipline. E alla fine ho corso tanto, talmente tanto che mi è rimasta la voglia di farlo di nuovo nel contesto più naturale: la pista.
Ed è stato proprio a Deauville, su quella spiaggia enorme e vuota di cui parlo nel post precedente (leggi), che mi sono definitivamente convinto di un'idea che pure mi girava in testa da tempo.
Così ho scritto al mio vecchio allenatore, quello che aveva smesso di tollerarmi, prima che di allenarmi, e gli ho detto che avevo voglia di riprendere. Come fossero passati venti giorni e non vent'anni.
Ci siamo sentiti e lui mi ha detto di si, che dopo tanto tempo anche lui aveva ripreso ad allenare. E che gli andava l'idea.
E' stata una grande gioia, e mi fa piacere che lui - magari se leggerà queste righe - lo sappia.
Naturalmente un ritorno di questo tipo implica un lavoro di ripotenziamento faticoso, di riattivazione di parti di muscolatura disattivate a lungo, di un certo sacrificio.
Tutte cose che accetto di fare volentieri, a margine di ciò che già faccio nella vita.
Chiaro come intorno ai quarant'anni si abbiano priorità diverse e come non ci siano velleità agonistiche; peraltro in ogni caso sarebbe stupido pensare di tornare indietro, e di avere di nuovo il tempo perduto: la qualità, e soprattutto la quantità di quel tempo.
Ma provare sul proprio corpo e al proprio corpo la sensazione di poter e saper ancora distendersi su un rettilineo e, sì, stare veloce il più possibile, quello ce lo si può e ce lo si deve senza dubbio concedere.
E così sulla spiaggia ho ricominciato a fare quel che c'è da fare: piccoli esercizi non dimenticati (e neppure molto amati, a dire il vero), a volte quasi rituali.
E poi correre.
Che anche se non avevo mai smesso, l'idea di rimettere al centro la corsa, il bisogno di valorizzarla, è un po' come mettere se stessi al centro di quel che davvero serve.

1 commento:
Cool
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