Cerca nel blog

mercoledì 21 ottobre 2009

Tu, per me, per sempre.


Se si paragonasse il cinema francese a una casa con un tetto spiovente, Truffaut sarebbe l’architrave, la fila di tegole che unisce la falda "cinema d’autore" a quella "cinema commerciale"». Era il 1989, il regista dei 400 colpi e di Jules e Jim era scomparso da cinque anni, e il critico Jean Douchet scriveva così sulle pagine dei Cahiers du Cinéma. Un elogio venato di rimpianto, tanto più importante se si pensa che la rivista cinematografica su cui pure Truffaut aveva fatto il redattore scrivendo alcuni dei suoi attacchi più celebri e infuocati non era mai stata molto tenera con i suoi film. Ma era anche un elogio che riletto col senno di poi rischia addirittura di peccare per difetto. A venticinque anni dalla sua morte, che cadde il 21 ottobre 1984, Truffaut ha sconfitto tutti i suoi «nemici» (guidati per anni dall’ex amico Godard). E lo ha fatto nel modo più semplice ma incontrovertibile del mondo, regalando al linguaggio comune i titoli di alcuni dei suoi film più famosi, diventati quasi dei veri e propri sinonimi: non la fascinazione per il cinema ma l’«effetto notte», non la passione divorante per i libri e il terrore per la loro distruzione ma la «sindrome Fahrenheit», non l’infanzia difficile ma i «quattrocento colpi», non la donna un tempo amata che torna e sconvolge l’esistenza ma «la signora della porta accanto», come fa notare Paola Malanga nel bellissimo libro che ha dedicato al regista. Oggi Truffaut è diventato qualche cosa più di un classico, che spesso è vissuto come un maestro ingessato nella sua tradizione accademica. Truffaut è qualche cosa di unico, capace di rinfocolare quell’amore per il cinema che da più parti sembra entrato in crisi. Le proiezioni dei suoi film non vanno mai deserte, la loro messa in onda è una certezza . Questo amore che non sembra conoscere crisi lo si vede anche dallo spazio che occupano i suoi dvd nelle videoteche: solo in Italia sono ben sedici i suoi film disponibili, su un totale di ventun lungometraggi. Nessun altro regista può vantare lo stesso successo. Per non parlare dei libri, che occupano più di uno scaffale. Una vera tendenza editoriale che, come conferma Georgette Ranucci, titolare della libreria «Il leuto» di Roma, dove si vendono esclusivamente libri dedicati allo spettacolo può essere paragonata solo a quella dedicata a Fellini, ma «mentre il regista della Dolce vita è soprattutto richiesto dagli stranieri, tra gli italiani il più venduto è sempre Truffaut». Un’ulteriore conferma? Quando il mensile Ciak decise di allegare un dvd cominciato naturalmente da Truffaut: dieci titoli che sono andati «da bene a benissimo», superando gli Hitchcock e i De Palma che seguirono. Piera Detassis, il direttore della rivista, se lo spiegò con «il perfetto equilibrio che nei suoi film esiste tra la sua anima d’autore e quella popolare: non è mai astruso, lontano, intellettuale, piuttosto riesce a toccare le corde dei sentimenti più comuni senza essere mai banale». Paola Malanga arriva a paragonarlo alla grande tradizione letteraria dell’Ottocento: «le sue eroine sembrano uscite da un romanzo delle sorelle Bronte, la Fanny Ardant della Signora della porta accanto sembra la versione moderna di Anna Karenina. Nei suoi film senti scorrere la forza dei grandi sentimenti, quelli che tutti vorrebbero vivere e senti che sono raccontati senza banalizzazioni e senza mai essere cerebrali. Tanto da credere che quello che vedi sullo schermo possa riguardarti da vicino». Ecco, è proprio questa osmosi tra schermo e vita, questo «parlar cinema per alludere alle proprie emozioni» che sempre più ci appare come la vera eredità che l’opera di Truffaut ha lasciato agli spettatori di tutto il mondo. Nelle sue storie, che a prima vista possono sembrare semplici e tradizionali («Non sono certo un innovatore» diceva di se stesso), riusciamo invece a leggere una profondità e una verità che troppo cinema sembra aver perso, riannodando i fili di una «storia umana» che questi tempi sembrano volerci far dimenticare.

Nessun commento: