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venerdì 4 maggio 2012

Nè l'uno, nè l'altro.


Né Sarkozy né Hollande: rassegnamoci, nessuno dei due candidati all’Eliseo ha in animo di bilanciare la prospettiva nazionale con quella comunitaria, e quindi traguardare una dimensione compiutamente politica ed efficacemente operativa dell’Europa; e pertanto nessuno dei due inciderà su quello che – non da oggi – è o dovrebbe essere, vista l’inerzia diffusa, l’aspetto centrale di ogni elezione in Eurozona.
Può far sorridere, semmai, che di fronte ad un generalizzato lassismo degli Stati membri, il compito di “fare sistema” resti principalmente e paradossalmente un pallino tedesco, con i disagi del caso: perché la Germania, diversamente dall’eterno competitor ed alleato francese, per quanto (ultra)pregna di cultura nazionale, coltiva da sempre un’idea complessa e integrata di Unione, e naturalmente ambisce ad esserne guida. Anche dispotica, a volte: quando la pretesa di portarsi dietro gli altri, mal si concilia con scelte che non proprio a tutti servono, né tantomeno giovano. Ecco perché l’ossessione di Berlino per rigore finanziario e fiscal compact, e i maldestri ricatti che ne derivano, all’indirizzo dei Paesi cosiddetti non virtuosi, hanno finito per diventare il centro del débat électoral in vista del ballottaggio del 6 maggio prossimo.
La realtà è che la Francia (leggi in particolare Hollande: che di questa degenerazione si erge a primo censore), ove pure scegliesse di ridiscutere il metodo e le imposizioni di Merkel, allentando opprimenti vincoli di bilancio, non lo farà verosimilmente con l’idea di rendere un servizio all’Unione; quanto, piuttosto, di favorire sé medesima, costruendosi cioè uno spazio di manovra utile ai propri bisogni. Utile, nella specifica prospettiva di Hollande, a realizzare un programma, quello socialista, oltremodo ambizioso: ambizioso nel senso che necessita di una licenza di spesa oggi indisponibile e impraticabile.
Conta poco il fatto che chi scrive veda in questa nuova facoltà di indebitamento il rischio di un risveglio della più irresponsabile e asfittica tradizione socialdemocratica, con oscuri presagi anche per noialtri, in vista del 2013. Quel che si intende dire, qui, è che prima di arrivare a discutere sul merito sarebbe stato e sarebbe ancora quanto mai opportuno impegnarsi in un confronto schietto sul sistema, sul contenitore istituzionale in cui inserire quel merito, cioè su come funzioni e debba, e possa funzionare (meglio) l’Europa. Perché la “questione istituzionale” europea è argomento delicato ed urgente; affatto sussumibile a secondario o trascurabile, come spesso incautamente si pensa.
Invece l’impressione è che la Francia, una volta ottenuto un miglior risultato per sé, andrà a rinchiudersi nella propria, tradizionale idea, che è ormai soprattutto difensiva, di autosufficienza: un sentimento, questo, trasversale nell’agone politico, al punto che anche Sarkozy sceglie, come ultima carta per risorgere, la via retorica della “protezione”: che intende, ove rieletto, assicurare ai francesi. Con buona pace degli Europei: che quelli non li protegge nessuno, nemmeno se sono nati in Francia.
Chi, dunque, con nuovo debito solidale, chi giocando sull’enfasi della “forza”, i duellanti di Parigi si avviano alle ultime battute di un confronto elettorale assai poco originale, lasciando irrisolta una questione fondamentale: ci credono, loro, all’Europa? E, se ci credono, come intendono agire? Davvero pensano che la questione comunitaria si risolva nel solo rapporto con Berlino e in sole questioni contabili?
A queste domande dovrebbe rispondere soprattutto il candidato socialista, probabile vincitore. Al quale di certo non può bastare baloccarsi con riflessioni per lo più populiste, demagogiche e generiche su politica e mercati. Specie quando non si capisce che più grandi sono i mercati, più grande e condivisa deve essere allora quella stessa politica, per poter contare davvero.
In fondo l’Europa è stata unita proprio per questo motivo; i tedeschi, che hanno buona memoria, pragmatismo e attitudine al comando, l’hanno capito da tempo; e purtroppo o per fortuna (con un’attuale prevalenza del purtroppo) non se lo dimenticano mai.
 
Articolo pubblicato su The Front Page il 2.5.12

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