"Da Romolo e Remo al Grande Boemo": fu uno striscione affisso all'Olimpico, che fece storia.
Ho solo cambiato "Grande" con "Nostro", e non per difetto di grandezza: semmai perchè nel giorno di un ritorno a cui io - romanista e zemaniano - non ho mai osato credere per non farmi del male, e non sentire riemergere il dispiacere per quel distacco eterodiretto di 13 anni or sono (di cui più volte ho qui scritto), in questo giorno del ritorno - dicevo - quello che sento è soprattutto l'amore, la gioia, la comunione di sentimenti di un popolo, quello della Roma, nel ritrovare un uomo che come pochi altri ne ha incarnato lo spirito.
Gli "altri", probabilmente, non lo capiscono.
Già ci dicono che non vinceremo mai. Che continueremo a non vincere mai.
Ecco, lasciamo pure che lo dicano.
Una gioia come la nostra, senza titoli, seconde o terze stelle, senza coppe e chincaglieria varia, fatta solo di persone e di abbracci, di schemi e di campo, è una gioia che vale solo per chi può capirla.
Il Boemo, del resto, ci ha insegnato a non incazzarci, a stare sereni, a lasciar parlare.
Quello che conta nella vita è altro: coerenza, lavoro, e poca retorica. Poi, se ti comporti bene, le cose vengono. Vale anche per l'allenatore. Magari la felicità non è la Champions League o la Coppa del Mondo: magari è tornare in una squadra che per te è più di ogni altra. E infatti anche lui, oggi, porta con sè una gioia che probabilmente non si paragona. E che per una magia, un caso strano ma bello del destino, trova la nostra.
Zeman torna alla Roma. La Nostra, la Sua. Noi lo ritroviamo come si ritrova una parte di noi stessi.
E siamo tutti contenti così. Anche senza titoli, seconde e terze stelle, senza coppe e chincaglieria varia. Strano ma vero. Invidiateci pure.

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