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lunedì 25 marzo 2013

Correre ovunque.


Morto Mennea non se ne farà un altro. Non se ne è fatto un altro neanche quando si poteva pensare di farlo; quando l'atletica italiana ancora produceva atleti, quando ancora era o sembrava sana, prima di diventare di lì a poco malata, poi sempre più grave, poi agonica, e quindi morta: quello che è oggi. Oggi più nemmeno la speranza; oggi solo un augurio di tanta fortuna e buon lavoro a Malagò; specie se crede davvero di trasmettere i valori di Mennea, come dice. Verrebbe da chiedergli "ma a chi?", però non è il caso, illudiamoci pure che male non fa (non è vero: fa malissimo).
L'addio del corridore - sono tutti corridori, a piedi e in macchina, son corridori quelli che corrono tutta la vita, che corrono ovunque - è stato lungo e progressivo.  Però vitale.
Addolora, la fine, per l'uomo; ma il simbolo ci aveva quasi preparato, abituandoci all'oblio. Anche se è stato un oblio, ripetiamo, vitale. Mennea era andato da tempo fuori scena, tuttavia immergendosi in altri percorsi con la stessa fame di affermazione che aveva sempre posseduto. 
O forse è stata lei a possedere lui, mantendolo vivo fino all'immortalità: che almeno a certi corridori quella tocca per forza.

Le gare migliori, record - in altura - a parte (vedi):
Mosca 1980 - 200 O - Oro
Helsinki 1983 - 200 M - Bronzo
Helsinki 1983 - 4x100 M - Argento

1 commento:

Barbara ha detto...

Quelle che ti costringono a gestire al meglio i tuoi sforzi, il tuo respiro, le tue plurali andature. Come i miei meravigliosi fartlek verso Ansedonia o le mie corse a Regent's Park. I chilometri macinati sono simbolo dei miei anni. Corro ovunque, adesso lungo l'argine dell'Ombrone. Ma in questo periodo la mia corsa è archetipo della mia vita: sempre contro vento. Bacio.