Qualche giorno fa Roman Polanski ha compiuto ottant'anni. Sono tanti, "che impressione" - scrive certa competente stampa. "Li mette? Non li mette?", e accanto le foto del nostro con le buste della spesa e le rughe. Colgo la portata del problema, ma non ho idee a riguardo (salvo pensare che per avere ottant'anni anni porta ancora un sacco di buste). Ma non è questo che importa. Polanski è sempre stato qualcos'altro da quel che potesse sembrare. La cronaca lo ha spesso descritto come un pervertito e un uomo oscuro, specie per i noti casi giudiziari che lo hanno visto protagonista; e forse oscuro lo sarà anche stato. A me fu genuinamente antipatico solo quando trattò malamente, ad Apostrophes, nell'aprile del 1984, un Francois Truffaut ormai prossimo alla fine. Ma al di là di questo, di una sua certa spacconeria di fondo, e dopo aver visto (quasi) tutti i suoi film posso dire che reputo RP un giovane, benchè anziano, grande regista; che no, non so se li mette o non li mette, 80 anni, ma che è certamente un personaggio interessante, vitale, i cui reali tratti distintivi sono sempre risultati - come dicevo - difficili da definire.
Ma forse neppure questo importa e neppure questo è un male.
In un autore e di un autore importa l'opera prodotta. E l'opera dice che ha fatto film diversissimi, che forse non ha mai tirato fuori capolavori ma che ha girato film di grande bellezza (come Il Pianista e Rosemary's baby) e così pure porcherie di rara fattura (Pirati).
Di lui ho recentemente rivisto un lavoro dei primi anni 90, quando - a cavallo dei due decenni - andava celebrando e promuovendo la bellezza (da molti discussa, ma erano tutti pazzi) della sua musa e poi moglie Emmanuelle Seigner.
Dopo averle affidato un ruolo importante in Frantic, del 1988, nel 1991 le regala una parte assai più impegnativa: quella della metà - l'altra è Peter Coyote - di una coppia perversa, diabolica e nichilista, cui fa da contraltare la noia e la goffaggine manierata del duo Grant / Scott Thomas.
Al di là dell'inevitabile e naturale preferenza per i satanassi, il film suscita riflessioni amare e non banali.
All'epoca se ne parlò per l'abbondante (e talora parossistico) uso del tema sessuale, e specie in un paese come il nostro - dominato dall'idea di peccato ed espiazione - tutto fu ricondotto ai più classici canoni della retorica critica di casa nostra: congelata nella tensione altissima tra polarità ideali che sembrano ridotte, nientemeno, allo scambismo e ai casti flirt dell'oratorio, senza alcuna intenzione di una riflessione autonoma, che ambisca ad uscire dalla mera rappresentazione - neppure icastica, peraltro - e provare a guardar fuori.
I film che parlano di sesso sono difficili da fare e così pure da giudicare. Il rischio che ne venga fuori qualcosa di banale è enorme, e purtroppo del tutto sconosciuto ai registi (e spesso anche ai compiacenti critici) di casa nostra.
Guardando al resto del mondo, invece, si ritrovano casi di opere molto significative e di rara intelligenza. Kubrick ne azzeccò una, che purtroppo fu anche la sua ultima, in cui quel tema - il sesso - rimaneva magnificamente isolato a farsi osservare, in diverse interpretazioni di sè ed in diversi luoghi; tanto nelle angosce dei protagonisti quanto nelle stanze di qualche elegante villa fuori porta.
Polanski invece non lascia questo tema isolato. Lo porta nella quotidianità di un amore che è invece il vero argomento del film. Un amore malato, ma bestialmente amato, che si oppone idealmente - e corporeamente - ad un amore elegantemente stereotipato e del tutto privo di passione.
Non rivelerò la storia, che si può conoscere guardando il film (che pubblico insieme al post), ma ne segnalo solo un passaggio: al minuto 11"20 entra in scena la protagonista, interpretata da un attrice che all'epoca aveva 25 anni ed aveva da poco iniziato una relazione con un uomo (Polanski, appunto) di 33 anni più vecchio di lei.
La dolcezza e la leggerezza con cui si descrive l'incontro tra la stessa ed il protagonista maschile sono un evidente omaggio che il regista fa alla sua musa, un gesto pieno di quella luce che solo gli uomini che non temono l'ombra, perchè la conoscono - quale è il nostro - sanno mandare.
La musa diventerà presto o tardi turpe e distruttiva. O forse no. Forse alla fine è davvero solo questione di punti di vista, e di scelte, sostanziali: come quella tra il distruggere ed il lasciarsi distruggere.
Scelte e opinioni libere, personali, e comunque non generalizzabili.
Scelte e opinioni libere, personali, e comunque non generalizzabili.
Ed in quello, in fondo, credo stia il senso del cinema di un grande autore, che se ne è sempre fregato di definire.
Perchè era questione di punti di vista, e lui aveva, e ha, il suo.
Anche arrogante, ma senza la pretesa che debba essere l'unico.
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