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martedì 10 maggio 2011

Socialisti ancora.


Il dibattito sul “ritorno del craxismo”, che si è aperto in coincidenza delle annunciate candidature – alle prossime elezioni amministrative – di esponenti storici del Psi di Craxi, merita di sopravvivere alla tornata elettorale, di non esaurirsi con il voto: qualunque ne sia l’esito. Il punto, infatti, non è rivedere nuovamente in campo La Ganga e Martelli (per citare i due casi più eclatanti), ma ragionare sul perché del loro nuovo impegno, e di quanto, quello che potremmo definire “lo spirito socialista”, possa essere ancora utile alla politica italiana. I socialisti sono stati una razza strana e coraggiosa, che ha saputo coltivare e realizzare un’alternativa laica – cioè non dogmatica – alle grandi chiese, l’una cattolica e l’altra comunista, che segnarono la cosiddetta Prima Repubblica; lungi, tuttavia, da ogni orgoglio minoritario di stampo liberale (una matrice che, pure, con Craxi si accentuò) le hanno conferito una dimensione ed una proiezione popolare. Non un partito di massa, quindi, ma un partito aperto alle masse. O forse basterebbe dire soltanto questo: un partito aperto. Che aperto lo fu, il Psi craxiano, nell’essere sensibile ai cambiamenti correnti nella società italiana a cavallo tra i ’70 e gli ’80. Una società che voleva abbattere confini, anziché erigerne; non perché non avesse paure, o paura del futuro; ma perché – appunto uscendo da un passato ancor più sinistro – sentiva la Storia andare in quella direzione. Sentiva lo spirito dei tempi correre verso la modernità, il progresso, un diffuso benessere; e vedeva nella competizione, innanzitutto tra i partiti, il meccanismo di rottura di quell’egualitarismo opportunistico che governava, rinchiudendolo nell’ipocrisia e spesso addirittura senza ascoltarlo realmente, il Paese. Fu così che il Psi crebbe vertiginosamente, in un’Italia anch’essa in crescita vertiginosa. Gli anni ’80 hanno segnato l’apice di un movimento, assai più che di una sigla, quanto quella di un nuovo stile: di pensiero e di vita. Da tempo si sente ripetere che quello stile era scostumato e contabilmente fuori portata, e che in quella deriva spendacciona e disinvolta si annidavano tanto l’esplosione del debito quanto quella della corruzione; si dice addirittura che lo stesso Berlusconi sia stato un prodotto scientifico del craxismo. In tutto questo c’è probabilmente del vero e c’è probabilmente del falso, ma è sostanzialmente falsificatrice – anziché veritiera – la prospettiva da cui questi assunti portano a guardare al passato. Riducendolo a meri fatti (che peraltro si pretenderebbero oggettivi sempre, anche quando non lo sono affatto: l’indebitamento pubblico fu piuttosto conseguenza della politica democristiana di costruzione del consenso) e non considerandolo, invece, come epoca portatrice di un “nuovo spirito”. Uno spirito che rompeva le convenzioni, che sfidava l’immobilismo, che trasgrediva – a ben vedere – un ordine imposto. E che muoveva da un nuovo senso di Nazione (del quale il caso di Sigonella, per quanto – in verità – ipercitato, rende buona testimonianza); un senso che non apparteneva e non era appartenuto né ai cattolici né, tantomeno, ai comunisti: i quali, per tradizione, vedevano nello Stato – e prima ancora nella sua necessaria struttura normativa – una forma assai meno perfetta di quanto non fosse, ai loro occhi, quella “società morale” così ben formata tra la parrocchia di quartiere e la sezione Lenin. Società da essi medesimi pervicacemente voluta e catechizzata; ed assai abilmente descritta nei suoi paradossi da Giovanni Guareschi, uomo libero da sovrastrutture e pregiudizi. E come tale, peraltro, non comprensibile in un ambiente che ne ha ammesso e tollerato la sola vulgata buonista. Non era, invece, di certo un buonista, Bettino Craxi. Non era certo un moralista, Bettino Craxi. Non era neppure uomo incline alla prudenza, all’attesa. Craxi era uno stratega che conosceva la spregiudicatezza del (dover) decidere, in un Paese che aveva fatto del temporeggiare e del bizantinismo un efficace metodo di sopravvivenza. A quarant’anni si prese il partito, e a cinquanta si prese Palazzo Chigi; sempre con l’irruenza e i modi spicci di chi arrivava, giovane e garibaldino, a scombinare antichi equilibri; o forse sarebbe più giusto dire antichi equilibrismi. Craxi li conosceva bene, avendo fatto quella gavetta che una volta era regola e non optional; Craxi sapeva perfettamente i ritmi e i riti di quel mondo che è la politica; un mondo fermo, da cambiare. Infatti lo cambiò; lo mise in movimento; gli diede nuova energia, nutrendola delle speranze di un popolo ansioso di vivere. Di vivere, non di sopravvivere. Ecco quale fu il segreto della promessa socialista: preservare e rafforzare opportune tutele sociali, senza mettere limiti all’ambizione del singolo: la formidabile teoria dei “meriti e dei bisogni”, che oggi più che mai sembrerebbe adeguata ai tempi; tempi in cui i meriti sono misconosciuti e i bisogni trascurati. Il fatto è che erano giovani, quei socialisti. Di una gioventù anch’essa garibaldina: talmente perfetta e giovane che ancora oggi, a più di sessant’anni, quelli che restano, sono ben altra cosa rispetto ai Dorian Gray che pure dominano la scena. Senza agitare, loro, simboli decadenti di virilità, o improbabili barzellettieri, e così pure senza l’assortimento di cosce acerbe e spensierata (ma ripagata) miseria, questi socialisti rugosi e un po’ imbolsiti sono e restano – malgrado tutto – ontologicamente nuovi, freschi; lontani dalle brutali banalità dominanti e così pure dalle grigie prudenze opponenti, essi richiamano uno schema rodato, quanto nel tempo, purtroppo, abbandonato, di trasformazione e di progresso. Il movimento che evocano non è confondibile con null’altro, perché è ancora originale. A Blair e ad ogni sua terza via preesiste infatti un leader italiano, dimenticato per quanto indimenticabile, che rifiutò dogmi di opposto segno per costruire un’alternativa pratica, libera, laica. Spesso gli analisti più accorti gli hanno assegnato, in questi anni, una ragione postuma ed inutile. Quel che conta davvero, tuttavia, ragione o torto, è recuperare il desiderio di novità e di innovazione che quel modello riuscì ad esprimere e trasmettere. Smascherandone quindi gli interpreti fasulli, e il loro equivoco ruolo. E non limitandosi, invece, ad attenderne la fine; così scambiando, una volta di più, per virtù strategica una consumata mancanza di idee e di coraggio. Quel che di certo non fu craxiano.


sabato 7 maggio 2011

giovedì 5 maggio 2011

Da Vercelli all'Europa, per Bobba Presidente.

Mancano dieci giorni alle elezioni provinciali che decideranno il futuro di Vercellese e Valsesia.
I riformisti sono con Gigi Bobba, in questa battaglia impegnativa e nobile. Impegnativa perchè ardua è la sfida che Gigi ha scelto di affrontare. Nobile perchè è bello vedere un deputato mettersi concretamente in gioco per il proprio territorio mentre altri che tanto (troppo) ne parlano, finiscono invece per accumulare nomine ed incarichi lontano da qui; lontano dai problemi e dalle reali questioni che sono al centro dell'agenda politica locale.
Forza Gigi, quindi: per un'altra Politica.

lunedì 2 maggio 2011

Una fine è un inizio.


Ad ogni perdono, quand'anche solo possibile, è indispensabile un castigo.
E' una fine, quella di bin Laden, da cui possiamo, e dobbiamo, inventare un inizio.

domenica 1 maggio 2011

Una strada.


In un giorno di piazze affollatissime, affollate per motivi diversi e verso i quali - appunto per la loro diversità - nutro sentimenti diversi, sento quanto mai il piacere di trovarmi, invece, su una strada. Una strada che corre, che sposta; che ti sposta. Che ti toglie dalla staticità di un rito. Che ti lascia nel pensiero di muoverti, nella consapevolezza di una partenza, e nel desiderio di un arrivo, in fondo neanche sicuro. Qualsiasi strada: assolata, buia; deserta, popolata; grande, piccola strada. Basta che ti porti con sè. Per riportarti, magari, qui, di nuovo. Ma che ti lasci, in quel viaggio, libero con te. Libero di non credere a quel che sembra dovere. Libero di non appartenere, o di appartenere ad altro.

martedì 19 aprile 2011

Second chance*.



Massimo Gramellini ha una capacità di sintesi, di evocazione e di ironia formidabile. E' per questo che la lettura della sua rubrica è diventata, per me, quotidianamente doverosa: forse uno dei pochi momenti in cui il dovere e il piacere riescono compiutamente ad incontrarsi. Capita, tuttavia, che anche con gli autori che più amiamo si registrino situazioni di dissenso. Un dissenso anche aperto, pieno, quale mi ha suscitato la lettura del suo "Buongiorno" dedicato a Giusi La Ganga.
Poiché quel che di Gramellini più apprezzo è la capacità di andare oltre il luogo comune, mi ha stupito – in questo caso – l'esserne invece completamente imbrigliato. Almeno a mio avviso, s'intende; e desidero motivare questa affermazione.
Premetto che ho 35 anni, sono amministratore da 16, e ho sempre militato nel centrosinistra.
Mi considero un riformista, un moderato; non sono mai stato un radicale, neppure a 18 anni.
Fu appunto in coincidenza con la mia maggiore età che la carriera politica di Giusi La Ganga si interruppe per le note vicende. Quando, dopo molto tempo, mi è capitato di farne la diretta conoscenza, ero del tutto consapevole della sua storia, e politica e giudiziaria; tuttavia, il tempo trascorso quanto il mio costume mentale, mi spinsero a non usare un pregiudizio che mi sarebbe parso, a conti fatti, di maniera ancora più che banale.
Posso dire come questo incontro sia stato umanamente e politicamente fecondo. La Ganga è un uomo di buona cultura e di notevole vivacità intellettuale, e il suo rientro, oggi, in un panorama politico in cui dette doti latitano credo possa e debba essere salutato, a prescindere, con favore.
Poiché, tuttavia, mi rendo perfettamente conto di come sia difficile prescindere da quel che è stato, mi permetto allora di sottolineare pochi aspetti che ritengo utili ad una miglior valutazione dei fatti.
Alcuni di essi sono stati già sottolineati dallo stesso Gramellini: l'aver saldato il debito con la giustizia, da parte di La Ganga; la stessa – singolare – evocazione negativa portata finanche dal suo nome; e, infine, il "diritto ad una seconda occasione". Su questo ultimo punto credo occorra però una riflessione più profonda, e – io penso – decisiva.
In questo Paese c'è una scarsa cultura della responsabilità. E non diamone colpa a Berlusconi, il problema gli preesiste e gli succederà. Per "cultura della responsabilità" intendo il conoscere ambiti e contesti in cui tale responsabilità si esercita, e così pure le conseguenze al tradimento dei doveri che essa imponga.
Come cittadino prima ancora che come operatore del diritto, in quanto avvocato, ho rispetto per la Magistratura e per il suo operato. I Giudici applicano norme, e le norme sono la sostanza della nostra democrazia. E la violazione di queste stesse norme è un fenomeno patologico cui si pone un opportuno rimedio sanzionatorio. La Ganga ha violato queste norme ed è stato sanzionato nei modi, per gli effetti e secondo gli scopi che esse imponevano; tra i quali vi è – non sussumibile a minus rispetto ad altri principi, se non da una lettura incompetente anzichè legalitaria – il reinserimento sociale del reo.
Legalitarismo è quindi consentire il rientro (anche e soprattutto in politica, quale fondamentale agone di dibattito sociale) di chi "ha sbagliato"; certamente non è impedirlo.
Credo che far divenire patrimonio comune di una società che voglia ancora appassionarsi alla cosa pubblica questi principi sia assai più importante che abbandonarsi a dibattiti generazionali assai stereotipati (io non mi pongo il problema se un sessantaquattrenne bravo mi toglie posto; me lo pongo semmai se me lo toglie un pirla, a prescindere dall'età del medesimo), o a riflessioni esegetiche circa quel che pensa o suggerisce un comico, per quanto bravo.
La Ganga ha quindi pieno diritto di essere candidato a Torino.
E non per il fatto che se fosse trasmigrato verso altri lidi politici sarebbe già ritornato in Parlamento. Il che, semmai, è un di più. Diverso, questo lo possiamo ammettere, sarebbe stato un suo inserimento in una lista bloccata, senza preferenza. Ma così lui si rimette alla volontà dei Torinesi, scansando mediazioni ed equivoci.
E' opportuno, tutto questo? Io penso proprio di sì. Lo è appunto in quanto è opportuno dare quella seconda chance: perché quella seconda chance è, almeno in teoria, un caposaldo del nostro ordinamento.
I Torinesi, da par loro, avranno l'ancor più pieno e rispettabile diritto di non votare La Ganga; peraltro avendo 39 altri candidati, solo nel Pd, a disposizione.
Allora, e concludo, non perdiamoci nel vezzo di citare "timidezze generazionali", e "iatture", e "derive brizzolate". In tali richiami, spesso, si annidano qualunquismo ed ipocrisia.
Ed è proprio contro di essi che va combattuta, invece, la battaglia più importante.
Esattamente quella che ogni giorno conduce lo stesso Gramellini: curando una rubrica che è tanto apprezzabile quanto volta, per come l'ho conosciuta fino ad oggi, a stimolare riflessioni non omologate.

*
(articolo pubblicato come "Gramellini e La Ganga" su Nuova Società
)

venerdì 8 aprile 2011

Ma quale fascista?


Si è fatto un gran discutere sul disegno di legge per l'abrogazione della XII norma transitoria della Costituzione ("E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista"), presentato nei giorni scorsi da un gruppo di senatori del Pdl.
Da subito mi è parso ridicolo il ddl, ma pure ridicole le veementi reazioni di molta sinistra, che ha purtroppo ancora bisogno dell'antifascismo quale collante della propria residualità.
Si parla infatti del niente, comunque la si metta.

Ma quale fascista - chiedetevi - penserebbe mai di far normare, di far riconoscere , legittimare, il suo essere fascista?
Domandarono forse l'autorizzazione a marciare su Roma, nel 1922?
Chiesero forse il permesso di menare a destra e (soprattutto) manca?

Basterebbe porsi questo interrogativo (banale, peraltro) per liquidare tutta questa storia per quello che è.
Eppure, da una parte, questi epigoni da quattro soldi in (ideale) camicia nera vogliono che si creda, che ci credono; dall'altra, i difensori (di un'imitazione, di una fiction) della democrazia, pure.
Ci credono - in teoria - tutti: perchè non avendo, a quanto pare, granchè da dire dell'oggi, a tutti conviene guardare indietro; facendo finta che ci sia ancora qualcosa.

E qualcosa in effetti c'è. Una diffusa ipocrisia.