Sui fatti violenti del calcio italiano cala, come sempre, una cortina fumogena di impostura.
Si mettono insieme le capre e i cavoli, nell’intento di non parlare né delle une, né degli altri.
Cosa c’entrano la tragica fine di una persona e la giustamente invocata punizione di colui che la provoca, con quel che avviene nel pomeriggio di domenica 11 Novembre negli stadi di Bergamo e Taranto, o - in serata - per le strade di Roma (dove addirittura si assiste a un assalto alle caserme)?
Niente. Questa è la risposta. Né la stessa può ritenersi opinabile: perché, diversamente, rinvenire un collegamento significherebbe giustificare, in qualche modo, strategie eversive, di piccola o grande portata.
Strategie tali, comunque, da giustificare per la prima volta, da parte della magistratura, l’aggravante del terrorismo per fatti di violenza legati al teppismo da stadio.
A cosa tende, dunque, l’informazione di giornali e telegiornali che continuano ambiguamente a confondere aspetti obiettivamente inconfondibili? (...)
(segue nei commenti [il primo, ovviamente], per non tenere un solo post sulla home page...)
2 commenti:
(segue dalla homepage)
Nessun equivoco. Il rispetto per un morto e per il dolore dei suoi cari era ed è un atto dovuto. Non è affatto dovuta, invece (anzi, è irresponsabile), l'artata sovrapposizione di contesti diversissimi, al solo fine di creare i più classici “tipi” da mercato giornalistico: l'eroe, da piangere; il mostro, contro cui scagliarsi.
Anzi, “i mostri”. L'intero corpo di Polizia, colpevole di tutto, e per tutti. Primo nemico da combattere, per gli hooligans nostrani, che “contro il poliziotto” mettono da parte i campanilismi, e colpiscono “come un sol uomo”.
Riguardo a questo, poniamoci una domanda: la descrizione assai bonaria della filosofia ultrà, che è spesso abbondata nel ricordo del tifoso caduto, quale espressione di “valori autentici” (“...anche se forse un po’ radicali…”) e di un “senso onesto di amicizia” (“...magari forse sì, un po’ manesca…”) , non è pure fuorviante e inaccettabile?
La nostra società è un elogio discreto della patologia: essa dilaga, tollerata, in molteplici ambiti e in molteplici contenitori mediatici, senza che se ne avverta lo scorrere: non nell’eco delle penose analisi sociali (che sono ormai ovunque eguali ed egualmente articolate: al bar come in prima serata tv; ma questo perché chi va in televisione oggi è, spesso, l'avventore medio di ieri); tantomeno nelle cosiddette autostrade telematiche: dove circola una “libertà” di cui si tanto si parla a sproposito e di cui parimenti si abusa: cercando un banale pretesto per fare e dire quel che si preferisce, senza doverne rispondere.
Si parla a sproposito, sì.
Questo è il vero problema.
Si parla a sproposito al punto che tutti i sostantivi e gli aggettivi usati paiono il frutto di un gigantesco fraintendimento. O di un gigantesco inganno.
Per guardare alla politica possiamo ironicamente sottolineare come, senza consultare nessuno, dal mattino alla sera, Berlusconi decida di fondare “Il Partito della libertà”. Divertente, no? Ce lo ricorderemo proprio per quanto liberamente sia stato costituito.
Sul nostro versante, quello democratico, è tuttavia pure inquietante il sistematico dirigismo che si usa per ...aiutare tutta questa democrazia ad esprimersi.
Come si diceva? “Ti spiego cosa pensi”. Ecco.
Vogliamo poi parlare delle ideologie?
Faccio fatica a riconoscere come fascisti quei giovani a braccio teso all’uscita della chiesa dove si celebrano i funerali del povero Gabriele Sandri.
Ma pure mi chiedo cosa c'entrino con il comunismo i frequentatori dei centri sociali, che mi paiono aver scambiato il '68 per una narcosala.
Né di sinistra, né di destra: mi sembrano, piuttosto, ragazzi aggrappati alla propria confusione e agli stereotipi che in essa albergano.
Ragazzi confusi, talvolta disperati, in un piccoli e grandi mondi: pure confusi e sempre più spesso pregni di disperazione.
Quasi che la stessa confusione, nell'assenza di un conforto di ragione (“trovare un perchè”), si trasformi in disperazione, in una disperazione collettiva: diffusa nei gesti, nelle conseguenze di quei gesti, e perfino anche negli atti di amore o di pietà.
E', infatti, la disperazione degli amici di Sandri, mentre piangono l'amico ucciso al suo funerale, tenendo le braccia levate in un saluto romano che suona come sinistra promessa di vendetta.
E' quella del poliziotto che ha ucciso colpevolmente un ragazzo: pure lui con le braccia ben tese nel momento in cui decide di fare fuoco, senza riuscire a pensare che quel fuoco brucia una vita. Anzi, due.
E' la nostra disperazione.
Perchè anche le nostre braccia sono alzate.
Ci siamo arresi alla dilagante inutilità del nostro comunicare il niente.
Servirebbe un po' di coraggio a chiamare le cose con il loro nome.
Né, a farlo, può sempre essere il giudice di turno.
Ma chi è disposto a sostenere questo costo, specie tra i politici? Aver consenso è un'ossessione per chiunque debba agire nell'agone mediatico: figuriamoci per un ministro o un parlamentare in carica.
Alcune risposte, però, si impongono, a prescindere dalle convenienze elettorali.
E tali risposte non possono essere sempre ridotte ad un'abile, comoda, ipocrita, ambigua tolleranza. Di tutto e del suo contrario.
In mezzo a tante braccia alzate, che per diverse ragioni si ritrovano protese in qualche direzione emotiva, possiamo scorgere una richiesta di aiuto.
Come i naufraghi che, in mare aperto, cercano di afferrare qualsiasi cosa.
Non credo che andremmo lontano dalla realtà.
Ammesso che una realtà, fosse anche solo il frutto di una onesta convenzione, ci sia ancora.
Quello che ci si chiede è questo: le forze dell'ordine possono neutralizzare i tifosi pericolosi?
Riformulo la domanda alla luce delle misure che potrebbero prendere FIGC e Lega.Le forze dell'ordine possono neutralizzare i tifosi pericolosi,senza impedire ai tifosi normali il diritto di andare allo stadio,in casa e in trasferta?
P.S.
Io personalmente non faccio nessuna fatica a considerare fascisti quei tifosi col braccio alzato,né a considerare fascisti quelli che hanno devastato la città di Roma.
Posta un commento