



Il costo di questa battaglia, al tempo stesso votata e al cambiamento di un’identità politica collettiva, e alla ricerca di un potere personale, furono le accuse di ambiguità, strumentalità, cinismo che sempre e per sempre l’ortodossia progressista riversò e probabilmente riverserà su Mitterrand. Il quale, in effetti, con coerenza in qualche modo insolente, non mascherò mai i propri obiettivi, né fece mistero di quanto fosse elevato il livello della propria autoconsiderazione. Se non seppe scaldare i cuori dei giacobini e degli ortodossi, Mitterrand si inventò, addirittura, un cuore nuovo, quello socialista. Non solo: restituì a quello di tutti i francesi una figura familiare, forte; di profilo e credibilità assoluti.
L’invenzione di un nuovo Ps fu la conseguenza dell’avvertita necessità di una piattaforma ampia, maggioritaria, da cui lanciare la sfida decisiva per l’Eliseo (dopo quella, fallita, del ’65). Così, nel giro di sette anni il Ps, apparentemente condannato alla residualità, divenne il primo partito della gauche; presto pure consolidandosi come motore del riformismo europeo: di cui Mitterrand divenne leader, idealmente interponendosi – nella scala evolutiva della socialdemocrazia – tra il keynesismo classico di Brandt e la terza via di Blair.
Se la conquista della fiducia della sinistra risultò per Mitterrand un compito laborioso e di lunga durata, il feeling del Presidente con il Paese fu pressoché immediato e parimenti duraturo. Per quanto certamente diverso da De Gaulle, Mitterrand mostrò un carisma di analogo, eccezionale, spessore; riuscendo ad infondere nei francesi la stessa, incrollabile fiducia che egli riponeva in se stesso. Fiducia che lo accompagnò anche nei momenti duri: che forse meritano di essere ricordati più dei suoi successi, laddove si desideri cogliere appieno lo spirito dell’uomo e la sua vicenda politica ed umana.
Sempre fedele a quello schema “di medio termine”, per cui l’opportunità migliore va individuata in prospettiva, nel 1958 Mitterrand, non ritenendo strategicamente utile, almeno in quel momento (in primis a sé medesimo) il sostegno alla nuova carta costituzionale, al relativo referendum si schierò con il “no”. Questo nonostante alcuni punti di quella stessa carta, che pure accentrava e aumentava i poteri nelle mani del Presidente, fossero da lui medesimo condivisi. Il “no” perse, tuttavia, e la sconfitta generò nel suo partito di allora (l’UDSR) numerose defezioni; l’emorragia fu talmente vasta da far sì che l’UDSR, alle elezioni legislative del novembre successivo non riuscisse a garantire, allo stesso Mitterrand, la rielezione in Parlamento. In un colpo egli aveva quindi perso lo status di parlamentare, il sostegno dei moderati, senza peraltro consolidarsi a sinistra: dove, sempre considerato inaffidabile, gli veniva preferito Mendès-France.
Isolato, leader di un partito insignificante e privo di un ruolo istituzionale, nel 1959 Mitterrand era pronosticato un uomo politicamente finito. Non finì, invece, come testimonia la storia, e come meglio si potrebbe documentare. E se qui, per brevità, non è dato dilungarsi, si può tuttavia sottolineare ciò che più conta, ai fini della comprensione dell’uomo e della sua capacità di ripresa: Mitterrand non finì perché era una persona coraggiosa, e perché era una persona curiosa. Attraverso queste due qualità, sempre mescolate alla fiducia di cui abbiamo detto, Mitterrand seppe - in questo come in altri casi - rialzarsi, reinventarsi, e all’occorrenza tendere una mano ai suoi numerosi nemici: giungendo infine a costruire in essi stessi, specie nei più acerrimi (spesso anche i più avvertiti) la coscienza della sua insostituibilità.
Perseguendo il proprio disegno, correggendone nel tempo le sbavature, dove necessario voltando addirittura il foglio per cominciare daccapo, Mitterrand riassume nella propria storia, in quel coraggio e in quella curiosità, la storia di un’intera epoca politica, e con essa di una vicenda che in essa si è radicata: quella socialista, e più latamente quella progressista, che proprio con “le Florentin” toccò probabilmente il suo apice europeo.
Cosa ne residui è probabilmente da rinvenirsi nella scarsa quantità di coraggio e – sì, anche – di curiosità che caratterizza gli eredi di una tradizione che oggi quanto mai appare stanca. E vulnerabile.
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