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giovedì 19 gennaio 2012

Il garantismo è sacro. La conoscenza dei fatti, anche.

Il garantismo è sacro. Ognuno ha diritto a non essere vittima di processi di piazza o di una giustizia che sinistramente si battezzi “esemplare”. E questo vale certamente anche per il Comandante Schettino. Ma le parole, e i gesti, contano; e parlano, e spiegano. E ci spiegano che questo Paese merita senz’altro di meglio di quello che si ascolta e si ascolta fare (e non fare) nelle telefonate tra il Comandante e la Capitaneria di porto di Livorno.
Vero, si può legittimamente obiettare, ed è anche stato fatto, circa l’opportunità di renderle pubbliche, queste conversazioni, ma è altresì evidente come, in questo specifico contesto, non ci si trovi nel tipico “gossip” indebitamente posto a corollario di cronaca di qualche inchiesta penale – magari di matrice politica – e vi sia, invece, 1) un palese interesse pubblico alla conoscenza dei fatti; che se l’ascolto delle telefonate pure non esaurisce, tuttavia – anche solo in parte – consente; 2) una pronosticabile rilevanza giudiziaria di queste stesse registrazioni, che non riguardano cioè questioni private, inopportunamente “date in pasto” al voyeurismo nazionalpopolare.
Per cui no, stavolta a differenza di tanti altri casi non credo proprio che ci si debba scandalizzare per questa pretesa (da alcuni) violazione della privacy. E’, quello della pubblicazione “rubata”, un malcostume italiano che andrebbe senza dubbio corretto, magari con un prudente intervento legislativo, e tuttavia, stavolta – laddove pure vi fosse stata una forzatura – ritengo più opportuno, almeno allo stato, concentrare l’attenzione sul contenuto dei colloqui intercorsi tra il Comandante e la Capitaneria.
Lungi dal volersi creare mostri, che non devono mai esistere, o dal voler indugiare in una stereotipata (e in questo caso fin troppo facile) contrapposizione tra Bene e Male, non può tuttavia sfuggire come in quello che si dicono Schettino e De Falco emergano chiaramente due Italie. Ciascuno si chieda a quale di esse si senta di appartenere, con ciò esercitando una scelta che non deve intendersi retorica, ma motivata e calibrata – io credo – più sull’orgoglio dell’appartenenza – se ancora esiste – che non sulla rassegnazione per un inevitabile, triste declino collettivo.
Declino di cui talora qualcuno non solo sembra compiacersi ma, quel che è davvero discutibile, addirittura voler far compiacere gli altri. E questo in nome di un dichiarato rifiuto dell’ipocrisia che, a conti fatti, pare solo un esercizio, anche un po’ forzato, di nichilismo.

[rielaborazione di "Italy falling", post apparso su SHM il 17.1.12]

Articolo pubblicato il 19.1.12 su TheFrontPage.it con il titolo 
"I due volti dell'Italia"

1 commenti:

damiano ha detto...

Ciao Gabriele, mi picerebbe starmene zitto, ma ancora una volta non ci riesco...Senza leggere il tuo blog poco fa scrivevo: "l' Italia è un Paese drammaticamente in bilico tra la farsa e la tragedia". Dal tuo post si evince in modo logico e spietato la deriva che sta attenagliando il nostro Paese. L' episodio della nave è solo l' apice dell' imbarazzante leggerezza con la quale si affronta la quotidianità. Il pressapochismo e la spannometria ormai la fanno da padroni e bene o male ne siamo tutti responasabili anche nel nostro piccolo. Quante volte, con quel tipico fare italiano, abbiamo sottovaluto, abbiamo lasciato perdere, abbiamo detto " ma si dai, tanto è questione di pochi minuti (o metri ndr)"... almeno nessuno abbia la faccia da culo di indignarsi veramente, perchè questa volta ci sono scappati dei morti...