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giovedì 11 luglio 2013

I mostri, le parole.


Il mostro è un luogo dell'immaginazione, un archetipo del nostro umano bisogno di inquietudine.
Il mostro non sempre esiste, ma sempre ne risulta mostruosa la ricerca.
In fondo penso sia anche, o soprattutto, come spesso accade, questione di parole.
Se noi chiamassimo le cose con le parole davvero giuste, mettendole "come cuscini" (come diceva Hillman, vedi qualche post prima), anche i nostri pensieri potrebbero obbedire - di più - alla ragione e alle sue buone geometrie.
Se noi trovassimo le parole giuste forse non esisterebbe più la retorica del mostro, ma piuttosto pallidi ricordi di qualcosa di ingiusto o doloroso.
Solo poche volte, nella vita (per fortuna), ci troviamo davvero di fronte all'orrido.
Quasi sempre era altro. A volte magari - sì - anche un grave torto, o più banalmente una colpa, o un mero errore: situazioni diverse, di gravità differente, cui consegue il nostro personale risolversi etico. Che sia il condannare, il perdonare, o il dimenticare (l'unico - quest'ultimo - che riesca a combinare, in qualche modo, i precedenti).
Condanniamo, dunque; oppure perdoniamo, o assolviamo, o dimentichiamo, ma non parliamo banalmente male. E' fantasia sprecata, è realtà trascurata; gettata nelle parole, e che quindi dalle parole a noi medesimi torna, ingannandoci.
Parafrasando Nietzsche, che afferma, "se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te", potremmo dire che "se tu parlerai a lungo ad un abisso, anche l'abisso parlerà a te".
L'applicazione del principio è, come sempre, molto estesa. Come la nostra costellazione di rapporti individuali.
Questa società abbonda di iperboli, superfetazioni, e - più prosaicamente - cazzate.
A volte verrebbe addirittura la tentazione di considerarle cazzate mostruose, ma poi - via - si sarebbe incoerenti.
Leggete, se siete di destra, questo articolo che - nella sua non condivisibilità di fondo - è carino (anch'io penso sempre a sanzioni esemplari per chi maltratti [il senso del]la lingua italiana).
Guardate, se siete di sinistra, questo video: evergreen e tuttavia comunque sempre pieno di significato.
Perchè le parole sono davvero importanti. Tutte. Anche quelle peggiori. Non vanno mai sprecate.
Non vanno mai abbandonate nel vuoto.
Quello sì, forse, è un po' mostruoso. E con il tempo fa mostruose anche loro.

mercoledì 10 luglio 2013

Velocità del contemporaneo / Fragilità del corpo e dell'individuo, al di là dell'evoluzione medica e sociale.


 Articolo pubblicato su Critica Liberale l'8.7.2013.

Sport come esempio estremo, e del vivere e del morire. 
Il cuore, i muscoli, come parti di un meccanismo complesso, fortissimo e fragile, che è il corpo. 
In un’epoca di grandi malattie ed altrettanto grandi illusioni di invulnerabilità l’individuo si scopre colpito quando meno se lo aspetta; e allo stesso tempo, però, capace di guarire, di reagire al destino, grazie all’evoluzione medico-scientifica. 
A volte però l’aggressione della patologia è troppo violenta perché vi si possa resistere, in qualunque modo. E davanti all’inevitabile all’uomo senziente non resta che la scelta di un’opposizione orgogliosa e talora vana, quando opporsi sia almeno teoricamente possibile. 
Se questo ci impressiona nella vita quotidiana, ci impressiona ancora di più laddove accada in ambiti speciali, o in qualche modo privilegiati, o addirittura – per così dire – insospettabili. Fino a pochi anni fa il mondo dello sport rappresentava uno di questi ambiti di insospettabilità. Atleti invincibili, senza limiti, forti principalmente nella propria volontà di primato, di vittoria, risultavano tuttavia capaci di trasfondere quella eccezionalità di spirito e disciplina nel corpo. 
Corpo che si è però progressivamente scoperto, con il passare del tempo, esposto a rischi e fragilità assai meno straordinarie del destino agonistico di molti campioni. Negli ultimi anni non pochi atleti sono morti in modo più o meno traumatico, ma sempre certamente doloroso e scioccante per il terribile contrasto che emerge tra la vitalità e l’energia della prestazione sportiva, e la caducità dell’esistenza; di qualsiasi esistenza. Sui perché di una fragilità divenuta progressivamente più frequente (perché più frequenti sono le malattie e i decessi in ambito sportivo) da tempo esiste un dibattito serrato, in cui si confrontano diverse scuole di pensiero. C’è chi è convinto che le abitudini farmacologiche consolidatesi negli ultimi trent’anni possano aver inciso sulle statistiche, e chi pensa invece che nessun reale nesso causale sia stato (o addirittura possa essere, allo stato) comprovato. Questo non toglie che in proprio questi giorni, in cui cadeva la ricorrenza del decimo anniversario della scomparsa di Marc Vivien Foe, calciatore camerunese morto ventottenne, in campo (nel corso di un match di Confederations Cup, a Lione) sia venuto a mancare uno dei calciatori che più avevano commosso – con la propria storia – il pubblico italiano: Stefano Borgonovo, ucciso a 49 anni dalla sclerosi laterale amiotrofica. Sono casi che nulla hanno, evidentemente, in relazione; eccetto appunto l’essere loro calciatori e la quasi perfetta coincidenza delle date in cui questi episodi cadono. Uno a dieci anni dall’altro. Ebbene, nei dieci anni che trascorrono dalla morte di Foe (che fu il primo episodio di morte in campo dopo diversi lustri in cui la miglior prevenzione e – generalmente – i progressi della medicina sportiva, avevano assai limitato l’incidenza di analoghi fenomeni) e l’addio a Borgonovo (ennesima vittima di un male che colpisce i calciatori con frequenza assai superiore alla media) molti sportivi, non solo nel calcio, hanno perso la vita durante lo svolgimento della prestazione agonistica, o comunque ancora in giovane età, o per malattie – appunto – più frequenti tra gli ex atleti di quanto non siano normalmente. In questi dieci anni (forse anche da un po’ prima, considerando i casi di fine anni ’90, tra cui quello, clamoroso, della Joyner) l’aura di invulnerabilità che circondava gli uomini e le donne di sport, e – almeno per noi europei – particolarmente i calciatori, si è enormemente ridotta, fino a non farci più avvertire differenze significative, tra il destino di pochi e quello di tutti. 
Le imponderabilità dell’esistenza cadono trasversali sulle esistenze di ciascuno di noi, assai più di prima. In difetto di spiegazioni scientifiche plausibili si potrebbe ritenere che la velocità dei tempi, unita alla presunzione di poter esorcizzare il rischio – come naturale condizione umana – siano elementi, se non sufficienti, certamente concorrenti a motivare una maggiore precarietà percepita del nostro essere uomini. Oggi nulla sfugge alle nostre lenti di ingrandimento mediatiche, alla nostra curiosità di spettatori e – talora – ad un vero e proprio voyeurismo che la comunicazione contemporanea consente, quando addirittura non sollecita. 
Così scopriamo, con una qualche sorpresa, che si vive e tuttavia si muore di più. Quel che, vero o meno, diventa un fatto percepito, un convincimento che è portato della maggior comunicazione di cui disponiamo, esattamente come la possibilità di acquistare qualsiasi tipo di prodotto, lecito o illecito (anche medico o alimentare), via internet. Insomma, conseguenze assai diverse di una nuova, comune, civiltà dell’informazione, che è più veloce in tutto. Dalla cognizione dei fatti alla loro interpretazione, dalla formulazione di ipotesi allo stesso doping (come ipotesi illecita, che parimenti più velocemente può concretarsi). Che le vite stesse, su questa vera e propria pista che diventa la società moderna, risultino o siano – allo stesso modo – più veloci, non può stupirci. Ma non inganniamoci, né cerchiamo strade eccessivamente semplici o comode. Malattie come quelle di Borgonovo colpiscono da secoli, e la morte improvvisa per arresto cardiaco non è certo una patologia recente. Oggi però noi sappiamo di più di queste vicende, come di molte altre. Conosciamo più e meglio di prima gli agenti patogeni, e conosciamo anche le cure. Non ci sfugge che i casi siano in crescita, ma in qualche modo possiamo abituarci all’idea che tutto ciò dipenda, in qualche modo, anche dai tempi. Da quei tempi che abbiamo descritto, poco più sopra, come generatori di accessi incontrollati: tanto alle informazioni – esatte o meno che siano – quanto a pericolosi principi attivi, quanto ad una cattiva coscienza di noi medesimi. Giusti o sbagliati che li vogliamo considerare, questi tempi, in essi si muore o si vive, o si sopravvive, con la velocità che li contraddistingue. E’ spesso un lampo, buono o cattivo che la sorte lo riservi - come tale - al destino di ciascuno. Poi è evidente che una diagnosi più approfondita – lo si è scoperto successivamente – avrebbe potuto salvare Foe, e vogliamo sperare con ragione che la ricerca farà sì che tra 10 anni la Sla possa essere più efficacemente contrastata. Ma è altresì indiscusso che nuove insidie continueranno a costellare una vita sempre più travolgente in ritmi, quantità di dati, accessi, immagini, azioni, tensioni, impegni e – in ultimo – anche malattie. Questo è il rischio cui siamo socialmente esposti, che Altan con cinico disincanto descriveva in una vignetta di qualche anno fa. Un paziente allettato guarda il medico e dice: “Dottore, non voglio morire”. Il medico lo osserva con sguardo freddo e gli risponde: “Non si può fermare il progresso”. Anche questa, se vogliamo, una lettura illuminante – per quanto cinica e dolorosa – di quell’ipotesi di democrazia che stiamo in qualche modo azzardando.

martedì 9 luglio 2013

Costruzione. Decostruzione. Ricostruzione.

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Ricostruire è infine questione di fortuna e, certo, di volontà; forse - chissà, per chi è più fragile, o pigro - essa diventa un fatto di vita e di morte, di disvelamento o suggestione. Il caso propone spazi, luoghi, tempi a cui aggrapparsi. L'uomo può afferrarli, o invece solo passarvi accanto, e osservarli. Può prenderli, e tuttavia poi lasciarli. Può rinunciarvi e poi ritornare.
Si può ricostruire, non si deve.
Ma si può ricostruire anche la stessa ricostruzione; quando capita, se capita.
 

domenica 7 luglio 2013

Altri 25 minuti (e le parole come cuscini). Un filo da Gilmour a Waters, a Hillman.

All'imbrunire del 2 luglio di otto anni fa, dopo venticinque anni, compaiono in quattro sul palco di Hyde Park, a Londra, e ricominciano a suonare.
Suonano per 25 minuti, tra la commozione di tutti quelli che non avrebbero mai creduto di poterli rivedere insieme.
Ogni cosa è veloce, ma ogni cosa è grande, mentre il cielo di colpo si fa più scuro e le canzoni passano. 
Se ne contano quattro. Quella del video, Comfortably numb, è l'ultima.
Sono 25 minuti che volano, finiscono, e finendo provano la fine una storia che era già conclusa. 
Lasciano all'immaginazione il potere di non crederci, ed inseguirli altrove. E ritrovarli ancora, oltre la fine. 
E in essi le parole per descriverli: le parole come cuscini.



Ma trovare le parole è magnifico (Le parole come cuscini)

«E' molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l'osservazione che ha fatto, l'odore dell'aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento. Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore.
(James Hillman, Sto morendo ma non potrei essere più impegnato a vivere, 2011, l'ultima intervista - vedi integrale)

sabato 6 luglio 2013

Un'estate intera. Cash, 2003/2013.

Nel maggio del 2003, dieci anni or sono, a poco più di 70 anni, June Carter, moglie di Johhny Cash , muore. Stavano insieme da 40. L'estate che Cash trascorre in quell'anno è dunque segnata dalla perdita del vero ed unico cardine della propria vita. Un cardine intorno al quale si era svolta l'intera storia personale dell'uomo: da quella artistica - pubblica - a quella intima, che raccontava le fragilità e le trasgressioni private. Dopo pochi mesi da quel distacco - un'intera estate, appunto - la malattia vince anche lui.
Due sono le cose che colpiscono gli appassionati e, più genericamente, il pubblico: il poco tempo che separa gli eventi - come se Cash si fosse arreso al lutto - e il video (quasi un testamento, in cui JC interpreta "Hurt" dei Nine Inch Nails) che - girato pochi mesi prima -  consegna l'ultima immagine del mito e, tuttavia, anche di una coppia unica. Indimenticabile e indefinibile è infatti lo sguardo di June, verso il marito, durante le riprese.
Per chi volesse, è da poco uscita in libreria, in Italia, la biografia di JC - (ri)edita da Feltrinelli.
Io la sto leggendo e la consiglio, perchè immagino vi sia un Johnny Cash dentro ognuno di noi.
O almeno spero, malgrado tutto.



I hurt myself today (Oggi mi sono ferito da solo) to see if i still feel (Per vedere se ero ancora in grado di sentire) I focus on the pain (Mi sono concentrato sul dolore) the only thing that’s real (la sola cosa reale) The needle tears a hole (l’ago fa un buco) the old familiar sting (la vecchia familiare puntura) try to kill it all away (che cerca di eliminare ogni cosa) but I remember everything (ma io ricordo tutto) what have I become (Cosa sono diventato?) my sweetest friend (mio dolce amico) everyone i know (Tutti quelli che conosco) goes away in the end (sono andati via alla fine) and you could have it all (e potresti avere tutto) my empire of dirt (il mio impero di fango) I will let you down (Ti abbandonerò) I will make you hurt (Ti farò star male) I wear this crown of thorns (Ho portato questa corona di spine) upon my liars chair (sulla sedia di coloro che mi mentono) full of broken thoughts (pieno di pensieri interrotti) I cannot repair (che non posso riparare) beneath the stains of time (sotto le macchie del tempo) the feelings dissapear (i sentimenti scompaiono) you are someone else (tu sei qualcun altro) I am still right here (Sono ancora qui) What have I become (Cosa sono diventato?) my sweetest friend (il mio più caro amico) everyone I know (tutti quelli che conosco) goes away in the end (sono andati via alla fine) and you could have it all (e potresti averlo tutto) my empire of dirt (il mio impero di fango) I will let you down (Ti porterò in basso) I will make you hurt (voglio farti male) if I could start again (Se potessi ricominciare) a million miles away (a un milione di miglia da qui) I will keep myself (mi controllerei) I would find a way (troverei un modo)

martedì 2 luglio 2013

Sbandati.

sbandato

[sban-dà-to] agg., s.
  • agg.
  • 1 Disperso, soprattutto nel l. mil.: truppe s.
  • 2 fig. Che è in una condizione di disorientamento morale, esistenziale o ideologico per aver perso i legami con il proprio gruppo o ambiente sociale di appartenenza; che conduce una vita disordinata e priva di regole morali: famiglia s.
  • s.m. (f. -ta) Nei sign. dell'agg.
  • • sec. XVI
Raramente ho trovato, per evocazioni suscitatemi, musicalità, sensualità, parole più belle - in quanto appunto evocative, musicali e sensuali - di sbandato.
La Storia abbonda di sbandati, e forse sono stati troppi per osservarli e capirli bene tutti; tanto che essa, la Storia, insieme ad un uso disinvolto - delle parole prima che delle idee - lo hanno infine appiattito, il concetto che porta il termine (sbandato); e forse non è stato del tutto un male. Ne è sortito infatti un miscuglio di generi, pulsioni, differenze, pregiudizi, colpe ed alibi (moltissimi alibi) che ha reso lo sbandato un tizio non per forza canagliesco, non necessariamente cattivo, anzi, e quindi in astratta ipotesi rivalutabile. Perchè alla fine è sbandato tanto il delinquentello di strada quanto il perseguitato di Hugo, Jean Valjean, che ha la sola colpa di non sapersi - o peggio, di non potersi - liberare del passato; è uno sbandato chi - come dice il dizionario - paga la propria poca morale, e tuttavia oggi finisce per l'essere sbandato pure chi ne manifesti troppa. Anzi, forse è considerato tale soprattutto chi ancori il proprio agire al proprio sentire, quando il sentire è ostile alla semplificazione, qualunque e comunque sia.
Ci sono sbandati insospettabili in giro; sbandati eleganti (eleganti d'abito, di stile e di pensiero), sbandati ricchi e sbandati poveri. Sbandati che sanno essere nel giusto anche quando pubblici reprobi: non era forse uno sbandato lo stesso Mandela, in una data epoca e in una data comunità? 
E quanta pazienza hanno.
Si portano in dote un pensiero sì antagonista, ma severamente privo di odio.
Lo sbandato è romanticamente permeato dell'idea di poter sovvertire un'epoca o un destino con la forza di un disagio.
A volte, se il disagio non è pretestuoso, può farcela. Ma presto o tardi dovrà accorgersi che per vivere occorre essere concreti, anche nelle astrazioni e nei dolori. E negli errori.
Pur strutturandosi, non per questo cessa di essere quello che Pasolini definiva "un cane senza padrone", che è poi esattamente il senso di questa lettura, di questa interpretazione.
Nell'assenza, pretesa, di padroni sta infine la correlata, appassionata, ricerca di compagni di strada, di sentimenti, di mete.
Nel tragitto i legami più solidi possono riuscire a togliere il peso del sospetto di errore, che è poi l'errare (la dispersione da vocabolario) cioè appunto lo sbandare.
Ma il nostro sa che è solo un'idea, piuttosto facile; che solo nel poter sbandare, come condizione esistenziale, si possono infatti costruire percorsi che riescano a essere efficacemente e veramente diritti.
Lo sbandato ha poi un'altra caratteristica. Si allontana, sì, nelle direzioni più diverse, ma non dimentica il percorso.
Partenze, luoghi, parole, gesti, tutto torna nel suo quotidiano.
E, come Valjean dei Miserabili, non se ne libera.
Perchè egli è una forza del Passato - dove il Passato è Memoria - come scrive PPP mezzo secolo fa, nel 1963 (anche se Pasolini la inserirà solo l’anno seguente in Poesia in forma di rosa). 
E però guarda al futuro, senza pietà, nemmeno per se stesso. Come pensava, testimoniandolo nel quotidiano, PPP - manifesto vivente degli sbandati - prima di cadere vittima di chi pietà non conosceva. Che lo annichilisce per crudeltà, per disperazione, o chissà per cosa; di certo per nulla che assomigli a un sentimento, o ancora più precisamente a quel sentimento. Un sentimento che è invece ad unire e ad escludersi. A volte perdersi, a volte trovarsi. Ma mai volto a ferire. Come lo canta, così bene, un indimenticabile sbandato di Livorno.


Io sono una forza del Passato (1963)
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore. 
Vengo dai ruderi, dalle Chiese, 
dalle pale d'altare, dai borghi 
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, 
dove sono vissuti i fratelli. 
Giro per la Tuscolana come un pazzo, 
per l'Appia come un cane senza padrone. 
O guardo i crepuscoli, le mattine 
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, 
come i primi atti della Dopostoria, 
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, 
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato 
dalle viscere di una donna morta. 
E io, feto adulto, mi aggiro 
più moderno d'ogni moderno 
a cercare i fratelli che non sono più.

lunedì 1 luglio 2013

E la voglio fare tutta questa strada.

Nel 1927 attraversare gli Oceani volando era un fatto rivoluzionario.
Bisognava volerlo profondamente, bisognava desiderare di esserlo, rivoluzione.
Quasi un secolo dopo la rivoluzione si riduce all'attraversamento stesso delle epoche, provando almeno a guardarci dentro. Provando, cioè, a dare un significato all'essere Comunità, in un dato luogo, in un dato momento.
Non solo testimoni di niente, ma soggetti che autenticamente desiderano. Questa è la sfida che non raccoglie la Politica, spesso non raccogliendola neppure il singolo individuo.

[A riguardo, consigli di lettura: questi]


Dal mio piccolo aereo di stelle io ne vedo,
seguo i loro segnali e mostro le mie insegne
e la voglio fare tutta questa strada
fino al punto esatto in cui si spegne.
E la voglio fare tutta questa strada
fino al punto esatto in cui si spegne.