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martedì 2 luglio 2013

Sbandati.

sbandato

[sban-dà-to] agg., s.
  • agg.
  • 1 Disperso, soprattutto nel l. mil.: truppe s.
  • 2 fig. Che è in una condizione di disorientamento morale, esistenziale o ideologico per aver perso i legami con il proprio gruppo o ambiente sociale di appartenenza; che conduce una vita disordinata e priva di regole morali: famiglia s.
  • s.m. (f. -ta) Nei sign. dell'agg.
  • • sec. XVI
Raramente ho trovato, per evocazioni suscitatemi, musicalità, sensualità, parole più belle - in quanto appunto evocative, musicali e sensuali - di sbandato.
La Storia abbonda di sbandati, e forse sono stati troppi per osservarli e capirli bene tutti; tanto che essa, la Storia, insieme ad un uso disinvolto - delle parole prima che delle idee - lo hanno infine appiattito, il concetto che porta il termine (sbandato); e forse non è stato del tutto un male. Ne è sortito infatti un miscuglio di generi, pulsioni, differenze, pregiudizi, colpe ed alibi (moltissimi alibi) che ha reso lo sbandato un tizio non per forza canagliesco, non necessariamente cattivo, anzi, e quindi in astratta ipotesi rivalutabile. Perchè alla fine è sbandato tanto il delinquentello di strada quanto il perseguitato di Hugo, Jean Valjean, che ha la sola colpa di non sapersi - o peggio, di non potersi - liberare del passato; è uno sbandato chi - come dice il dizionario - paga la propria poca morale, e tuttavia oggi finisce per l'essere sbandato pure chi ne manifesti troppa. Anzi, forse è considerato tale soprattutto chi ancori il proprio agire al proprio sentire, quando il sentire è ostile alla semplificazione, qualunque e comunque sia.
Ci sono sbandati insospettabili in giro; sbandati eleganti (eleganti d'abito, di stile e di pensiero), sbandati ricchi e sbandati poveri. Sbandati che sanno essere nel giusto anche quando pubblici reprobi: non era forse uno sbandato lo stesso Mandela, in una data epoca e in una data comunità? 
E quanta pazienza hanno.
Si portano in dote un pensiero sì antagonista, ma severamente privo di odio.
Lo sbandato è romanticamente permeato dell'idea di poter sovvertire un'epoca o un destino con la forza di un disagio.
A volte, se il disagio non è pretestuoso, può farcela. Ma presto o tardi dovrà accorgersi che per vivere occorre essere concreti, anche nelle astrazioni e nei dolori. E negli errori.
Pur strutturandosi, non per questo cessa di essere quello che Pasolini definiva "un cane senza padrone", che è poi esattamente il senso di questa lettura, di questa interpretazione.
Nell'assenza, pretesa, di padroni sta infine la correlata, appassionata, ricerca di compagni di strada, di sentimenti, di mete.
Nel tragitto i legami più solidi possono riuscire a togliere il peso del sospetto di errore, che è poi l'errare (la dispersione da vocabolario) cioè appunto lo sbandare.
Ma il nostro sa che è solo un'idea, piuttosto facile; che solo nel poter sbandare, come condizione esistenziale, si possono infatti costruire percorsi che riescano a essere efficacemente e veramente diritti.
Lo sbandato ha poi un'altra caratteristica. Si allontana, sì, nelle direzioni più diverse, ma non dimentica il percorso.
Partenze, luoghi, parole, gesti, tutto torna nel suo quotidiano.
E, come Valjean dei Miserabili, non se ne libera.
Perchè egli è una forza del Passato - dove il Passato è Memoria - come scrive PPP mezzo secolo fa, nel 1963 (anche se Pasolini la inserirà solo l’anno seguente in Poesia in forma di rosa). 
E però guarda al futuro, senza pietà, nemmeno per se stesso. Come pensava, testimoniandolo nel quotidiano, PPP - manifesto vivente degli sbandati - prima di cadere vittima di chi pietà non conosceva. Che lo annichilisce per crudeltà, per disperazione, o chissà per cosa; di certo per nulla che assomigli a un sentimento, o ancora più precisamente a quel sentimento. Un sentimento che è invece ad unire e ad escludersi. A volte perdersi, a volte trovarsi. Ma mai volto a ferire. Come lo canta, così bene, un indimenticabile sbandato di Livorno.


Io sono una forza del Passato (1963)
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore. 
Vengo dai ruderi, dalle Chiese, 
dalle pale d'altare, dai borghi 
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, 
dove sono vissuti i fratelli. 
Giro per la Tuscolana come un pazzo, 
per l'Appia come un cane senza padrone. 
O guardo i crepuscoli, le mattine 
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, 
come i primi atti della Dopostoria, 
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, 
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato 
dalle viscere di una donna morta. 
E io, feto adulto, mi aggiro 
più moderno d'ogni moderno 
a cercare i fratelli che non sono più.

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