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giovedì 14 luglio 2011

Istantanee di Luglio.


Luglio è un mese particolare: ha visto negli anni una serie di morti violente, che hanno scosso l’Italia, e dietro le quali spesso ancora si trascinano questioni irrisolte. Morti tra loro diverse, come le vite che hanno concluso, delle quali ci consegnano un ricordo a volte imperfetto: che se in un certo senso è ancora da aggiustare, come una messa a fuoco che non riesce, al tempo stesso è da completare: cercando le parole adatte a riempire vuoti della memoria, oppure mettendo semplicemente insieme istantanee di singoli momenti. Momenti così differenti e così lontani da trovarci, tuttavia, nel solo accostamento, un qualche senso comune; o perlomeno un nesso.

Giorgio Ambrosoli fu ucciso l’11 luglio del 1979 perché era un uomo dello Stato, anche senza esserne organico. In un Paese in cui, come ebbe a cantare Gaber, un politico qualunque, se gli ha sparato un brigatista, diventa l’unico statista, un avvocato non qualunque di Milano e la sua mite, riservata dirittura morale risultarono così intollerabilmente impudenti da spingere ad eliminarlo chi, di quello Stato, voleva fare una preda, un servo, un suddito. Ai suoi funerali, non da statista, i politici risultarono non pervenuti.

Gremivano, invece, la chiesa, il 24 luglio del 1992, ministri e onorevoli intervenuti ai funerali di Paolo Borsellino, morto cinque giorni prima. Era, quello, però, un periodo nero per la politica, la cui credibilità andava azzerandosi: così i rappresentanti delle istituzioni vennero accolti da fischi ed insulti. Questo avrebbe probabilmente irritato il giudice palermitano, che era un uomo d’ordine e di regole non solo formali; caduto per difendere un’idea di Stato che – casi della vita, ma soprattutto della geografia – non era poi diversa da quella dell’avvocato milanese.

A quasi un anno da quel funerale, il 23 luglio 1993 viene ritrovato cadavere, a Milano, Raul Gardini: ultimo capitalista visionario della finanza italiana, con un bisogno di gigantismo e di impresa (valgono tutti i significati del termine) niente affatto comune. Giocatore di poker divenuto imprenditore, Gardini coltivò una pericolosa vocazione all’impero, per la quale volle (e ottenne e perse) e portò tutto all’estremo, dalle sfide sportive alla consistenza delle tangenti. Ma era uomo per il quale la libertà superava, in importanza, ogni altra cosa; mal si sarebbe figurato in una cella di prigione.

Né avvocato, né giudice, né imprenditore, anzi un normale cittadino, il 20 luglio 2001, durante gli scontri del G8 di Genova, muore Carlo Giuliani. Ha la ventura di trovarsi nel momento sbagliato al posto sbagliato, a fare la cosa sbagliata. Mentre tenta di scagliare una bombola di gas contro una camionetta dei Carabinieri, un altro giovane, lui però in divisa, da dentro quella camionetta gli spara. Nel momento in cui il ragazzo cade, si radica in Italia una inedita coscienza no global che ancora sopravvive, e che genera un nuovo mito “resistenziale”: un mito che si sovrappone e quasi sostituisce a quello originale, e crea un nuovo, confuso quanto ideologicamente onnivoro partigianesimo. Anche Giuliani conduce, più o meno consapevolmente all’estremo, quel bisogno e impegnato e irresponsabile di “esser libero” che è parte fondante – e al tempo stesso pure disgregante – di questo paese. A tale moto individuale si contrappone una dottrina sociale, e statuale (in verità, purtroppo, sempre più rara e debole) che evoca ed esige una responsabilità e un disegno collettivi.

Ancora su questa tensione, oggi appunto sempre più precaria e controversa, e sempre meno feconda, l’Italia disordinatamente procede. Forse, in tutto questo, un vero e proprio nesso non c’è. Forse è solo una fotografia composta, sbilenca, di tanti, troppi anni presi tutti insieme. Ma la foto andava scattata al volo per forza; che l’Italia, quando si mette in posa, dà solitamente il peggio di sé.


Articolo pubblicato con il titolo "Ambrosoli, Borsellino, Gardini, Giuliani" su TheFrontPage.it il 13.7.2011

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