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giovedì 28 luglio 2011

C'erano una volta i Repubblicani.


I DATI
Il debito pubblico Usa il 16 maggio 2011 ha raggiunto la cifra di 14.292 miliardi di dollari, arrivando così alla soglia del tetto, stabilito per legge a 14.294 miliardi di dollari, oltre il quale gli Usa rischiano il default. Entro il 2 agosto repubblicani e democratici devono trovare un accordo per alzare il tetto del debito ma l' accordo non è ancora stato raggiunto perché i democratici chiedono, come soluzione temporanea, l' aumento delle imposte derivate da redditi elevati mentre i repubblicani vedono come via maestra il taglio della spesa pubblica. Il debito pubblico, negli ultimi tre anni, è aumentato al ritmo di 1.000 miliardi di dollari ogni sette mesi circa. Ha raggiunto (e superato) i 14.000 miliardi il 31/12/2010; in precedenza era arrivato a 13.000 miliardi il 01/06/2010.

DAI FATTI ALLE OPINIONI
"Americani, chiamate il vostro rappresentante in Parlamento. Mandate email. Dite che volete che appoggi una soluzione di compromesso. Non possiamo rischiare il default , è da irresponsabili. Il costo del denaro schizzerebbe in alto per tutti, sarebbe una catastrofe. Il tempo stringe, rischiamo davvero il baratro". Così ha parlato Barack Obama, attaccando John Boehner, capo del Gop, che ha rinunciato all' improvviso all'accordo da 4 mila miliardi di dollari a lungo negoziato alla Casa Bianca; B.O. è consapevole che la destra radicale dei Tea Party vuole ottenere il "suo default" e che per ottenerlo è disposta a rischiare anche un default del credito Usa. Così ha cambiato linea. Basta discorsi bipartisan e appelli accorati: il presidente ora cerca di mettere alle strette il partito repubblicano ripetendo con toni sempre più netti e ad audience sempre più vaste che l' America rischia una crisi senza precedenti - a partire dalla perdita, per la prima volta nella storia, della 'tripla A', il voto massimo di affidabilità del suo credito - solo per l' ostinazione di un fronte conservatore che rifiuta di prendere in considerazione un pacchetto che è stato definito "degno di Ronald Reagan". Un piano che peraltro - osservano gli analisti - concede ai Repubblicani tutto quello che avevano chiesto "2.700 miliardi di dollari di spese in meno senza alcun incremento delle entrate". Fin qui una sintesi di quel che scrive Massimo Gaggi sul Corriere. A me resta da aggiungere poco. E cioè questo: 1) Obama cerca di responsabilizzare l'elettorato moderato e di accreditarsi al centro; 2) lascia aperta una porta all'accordo, e tuttavia attacca gli oltranzisti; 3) così facendo si scopre a sinistra, ma tanto a qualunque buon cristiano almeno due o tre volte al giorno gli tocca scoprirsi a sinistra. Alla fine i sondaggi dicono che il 51% degli americani considererebbe i repubblicani i maggiori responsabili di un eventuale downgrading degli Usa mentre, a oggi, solo il 30% afferma che ne darebbe la colpa a Obama. Dopo la sconfitta di midterm, questo sembra paradossalmente un 'momento si' per un Presidente che - pur in una situazione di crisi nazionale senza precedenti - sembra essersi ritrovato. Stupisce, per altro verso, il minimo toccato dai Repubblicani, completamente privi di idee. E questo è il punto 4): manca, agli Stati Uniti d'America, un Great Old Party degno della fotografia che campeggia qui sopra. Proprio questa mancanza potrebbe costituire la miglior garanzia per la rielezione di un Presidente a volte controverso, spesso all'apparenza debole, ma sempre coraggioso. Che proprio per questo sarebbe piaciuto, e forse piace, alla migliore tradizione conservatrice (che per chi scrive non poteva e non potrà mai essere quella robaccia alla Barry Goldwater): cinica ma responsabile, retorica ma pratica, spregiudicata all'occorrenza, se serve impopolare, ma sempre orgogliosamente e affidabilmente americana.

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