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giovedì 7 luglio 2011

Totti, Enrique e il rinnovamento italiano.

La vicenda che sta monopolizzando l’inizio della stagione della A.S. Roma Calcio, ovvero la tensione sempre più forte tra il simbolo della squadra, Totti, e il nuovo allenatore, lo spagnolo Enrique, appartiene solo in parte alla dimensione calcistica e sportiva. Ai più i fatti saranno noti, ma per chi non seguisse il football li ricapitoliamo.
La Roma – già gravata da una pesante situazione debitoria – nei mesi scorsi è stata acquistata da un fondo di investimenti americano. Circostanza che ha destato un certo scalpore: piuttosto provinciale, in verità, poiché l’ingresso degli yankees nel calcio nostrano segue (ormai di qualche anno) operazioni anche più onerose, perfezionate – sullo scenario europeo – da investitori statunitensi.
I nuovi proprietari della Roma hanno tuttavia voluto alimentare, se possibile, questo scalpore, con l’ingaggio di un tecnico giovane e ambizioso, però del tutto inaspettato: Luis Enrique Martinez Garcia. Ex calciatore spagnolo, poi entrenador delle giovanili del grande Barcellona – club leader a livello mondiale e noto, appunto, per la valorizzazione dei vivai; tuttavia allenatore privo di esperienza a livello di prima squadra. Il quale si è peraltro portato dietro sei connazionali, tra collaboratori e calciatori.
Improvvisamente si sono ritrovate, in seno alla squadra capitolina, esperienze, identità, culture, e sensibilità significativamente differenti. Un mix interessante, ma complesso. Innanzitutto c’è il sogno americano, ricco, visionario e nuovo per definizione; o almeno per l’italiano medio. Altrove, a oriente, si trovano infatti sogni ben più nuovi, più visionari e ormai anche più ricchi di quello, ma essi sono probabilmente meno suggestivi agli occhi di chi , come noi, è cresciuto a pane e Dallas. C’è poi l’appassionata e schietta spregiudicatezza spagnola, che rifiuta ipocrisie ed utilitarismi, e si vota – parliamo di calcio, ma non solo – al bel gioco e al lealismo “a ogni costo”. E quindi c’è il prudente, conservativo, spesso si usa anche dire “razionale” pragmatismo italiano; del quale facendo uso massivo in ambito calcistico, finiamo per non disporre altrove: vedi programmazione economica e roba del genere.
Il calcio però è una cosa seria. Così, se per rimediare a una finanziaria sbagliata c’è sempre un 12 agosto dietro l’angolo, quando si esce da una competizione europea il rimedio non c’è. Che accada il 25 di agosto, poi, è intollerabile. E che accada dopo aver tolto dal campo il simbolo, romano, della Roma, pare addirittura imperdonabile.
I fatti: dopo aver perso contro un avversario modesto (lo Slovan di Bratislava) nella gara di andata, la Roma è stata eliminata non riuscendo a ribaltare, in casa, al ritorno, il risultato; non solo: nell’ultimo quarto d’ora di partita l’allenatore ha sostituito Totti, che sta alla Roma come il Papa sta a San Pietro, affidando le residue speranze a una formazione sperimentale che è stata poi da molti definita – peraltro non a torto – “troppo inesperta e non all’altezza”.
Al termine, come è facile prevedere, la stampa e i tifosi si sono scatenati contro Enrique. Il quale, in verità, ha avuto una reazione sorprendente: dimostrandosi per nulla pentito delle scelte,  ma soprattutto ancor meno preoccupato di dover spiegazioni al leader della sua squadra. Anche perché, lo ha detto e lo ripete, per lui “Totti è uno come gli altri”. Bum! Così, nel giro di poche settimane le culture che compongono l’inedito melting pot romanista sembrano già entrate in conflitto. O almeno lo sono quelle europee, le più competenti in ambito calcistico, mentre la dirigenza a stelle e strisce sembra assistere distrattamente alla querelle originata; e se poi fosse vero – come si insinua – che essa veda in Totti soprattutto uno strumento da marketing, si dimostrerebbe assai meno innovatrice di quanto voglia apparire.
In realtà la questione, come già si diceva in apertura, ha natura solo marginalmente calcistica. In realtà la questione è che c’è un totem, un Dio, un pezzo di storia di una città e dello sport nazionale. Sta appeso in foto nelle camerette di centinaia di migliaia di ragazzi, sta in tv, sta nei nostri discorsi, è nella nostra vita. Il nuovo proprietario della Roma ha detto che è “il più forte calciatore italiano dell’ultimo mezzo secolo”, però forse non sa chi fossero Gianni Rivera e Roberto Baggio.
Incidentalmente – tuttavia – questo totem, questo Dio, è anche un uomo. Di 35 anni di età. Già da alcuni ha smesso con la Nazionale, per propria scelta. Ha ancora forze, naturalmente, ma naturalmente meno di prima. Ha ancora molti colpi, ma naturalmente meno di prima. Ha tutto, agonisticamente, meno di prima. E una società che decida – a torto o a ragione –  di rinnovarsi completamente, di affidarsi allo specialista del calcio “giovane”, consegnandogli una scommessa tutta da giocare e piena di incognite (ma, vista la conclusione del calciomercato, adesso c’è anche qualche certezza) non può non averci pensato. Nel momento, poi, in cui assume proprio un tipo come Enrique, asturiano chiaro e aspro come il sidro, e nel momento in cui accetta – come pare aver fatto – le sue richieste sulla libertà di conduzione tecnica, deve per forza averci pensato.
E’ chiaro ed evidente a tutti che Totti non può essere – con 35 anni – il futuro della Roma, però forse sarebbe stato opportuno essere più espliciti, da subito, sul punto. Nonché più rispettosi: e del totem e dell’uomo. Ma la strada è segnata. E gli ultimi acquisti, giovani e competitivi, la segnano – se possibile – ancora di più. Laddove si pensasse di tornare indietro, ciò sarebbe inquietante prima che fallimentare: perché significherebbe che il sistema italiano di cristallizzazione dell’esistente si è ormai propagato ben oltre il livello politico, che per primo ha toccato e condizionato (di fatto, in tal modo, necrotizzandolo). Vero è che il nostro è un Paese sempre più povero di simboli, ma questo non giustifica l’aggrapparsi al passato pure quando sia poco ragionevole.
Può essere opportuno, in conclusione, citare un precedente: idealmente utile a smontare un caso che in questo è – sì – davvero molto italiano. A Madrid, l’anno passato, similmente a quel che accade oggi a Roma, il totem di casa, Raul Blanco, si vide chiuso – proprio come Totti – da un nuovo progetto tecnico, affidato a Josè Mourinho. Risultato: Raul si trasferì a Gelsenkirchen, portando lo Schalke 04 alle semifinali di Champions League. Forse una nuova sfida, altrove da Roma, sarebbe arricchente anche per lo stesso Totti: che è e resta un grande giocatore. E forse sarebbe utile a favorire, a Roma, una mescolanza laica (senza più totem, e senza papi) e rinnovatrice, che potrebbe essere di buon esempio. Non solo al mondo del calcio.

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