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sabato 13 agosto 2011

Ezio Borg, immaginifico politico scandinavo.



Dicono sia sempre stato geloso del fratello. L’altro più giovane, e bellissimo; alto ed elegante fin dalla culla; lui invece bruttino, già dall’infanzia pingue e sgraziato; e poi andato sempre più peggiorando. Ma sono soprattutto tanti anni, e un talento sportivo (quello che l’altro ha, lui no), a dividerli.

Infatti, mentre il fratello si dimostra da subito un fenomeno del tennis, lui mangia molto, scansa l’attività fisica, e s’invaghisce, invece, del gioco del biliardo. Gli piace, del biliardo, il clima maschio e gagliardo: la coltre di fumo, i cartelloni degli alcolici alle pareti, le luci al neon, le pupe mute e sedute.

Quando gli illustrano le regole, però, le spiegazioni sono sommarie oppure forse è Ezio a non capirle bene; fatto sta che gli dicono “la stecca va usata per colpire le palle”, e lui – precipitoso – fraintende. Gli istruttori intendevano le biglie sul tavolo, lui invece pensa subito ai dicotiledoni di quei due marocchini poco distanti. Troppo poco distanti.

E’ intollerante, il nostro Ezio. Mentre il fratello comincia a vincere tornei in serie, e diventa popolare, egli è condannato ad una quotidianità un po’ grigia e provinciale. Che però riempie di idee: politica movimentista, difesa del territorio e della sua gente. Sempre considerata per provenienza, mai per destinazione. Ce n’è di che argomentare, a riguardo. Così almeno pensa lui. Qui al Nord (siamo in Scandinavia, badate bene), ci sono poche ore di luce; anche volendo – spiega – le popolazioni autoctone non potrebbero abbronzarsi quanto quei neri così irrispettosamente neri.

Non è giusto, spiega. Lui spiega: a volte con le parole, a volte con le mani. Ma ci pensa sempre; lui è uno che ci pensa, agli altri; è un semplice, ma un semplice idealista; proprio non li tollera questi vantaggi del caso, della sorte, della natura, della razza.

Bisogna rimettere le cose a posto, spiega.

In politica, tuttavia, fa poca carriera. Ha la sfortuna di vivere in un posto dove tutti si vogliono più o meno bene, dove tutti si mescolano senza troppi problemi – i bianchi e i neri, a volte pure i gialli – e dove tutti addirittura pagano le tasse. Non può neppure giocare la carta federalista, che altrove va per la maggiore; lì, stranamente, si parla senza imbarazzo di “Stato”, così come di “cittadini”,“diritti” e di altra roba simile.

Bah. Non se lo spiega.

Il fratello, nel frattempo, si è dimenticato di lui.

La volta che Ezio lo vide giocare con un noto ed eccentrico giocatore di colore, gli fece una scenata: “Perché diavolo non gli tiri la palla addosso?”, urlò dalle tribune. Così fu anche l’ultima volta che lo vide giocare. Dopo neppure si parlarono più.

Accadde infine che Ezio Borg – chissà poi perché quella pessima abitudine a mettere sempre il cognome davanti al nome: “Borg Ezio”, anche quando firmava – un bel giorno decise di andarsene dal freddo paese natio; alla ricerca di un posto e di un popolo più caldi, che lo sapessero apprezzare davvero.

Dove sia andato non è dato sapersi, e neppure sospettarsi.

Ezio Borg resta un mistero, sospeso nel tempo; forse uno dei più grandi misteri di questi anni. Sarebbe stato interessante conoscere da lui, scandinavo purosangue, un’opinione sui recenti fatti di Oslo. Ma chissà dove sarà, adesso, Ezio Borg o Borg Ezio che sia.

Nota dell’autore. I personaggi di questa storia sono frutto di pura fantasia; un po’ come le manovre economiche di oggigiorno. Ogni riferimento a fatti e persone è pertanto puramente casuale.

Articolo pubblicato il 12.8.2011 su The Front Page.

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