
E’ un fatto, tuttavia, che con la declamazione rigida di quei principi e con quel genere, austero, di testimonial, i liberali siano storicamente andati poco lontano; ridimensionati, nelle proprie ambizioni, dalla forza significatrice e semplificatrice dei partiti popolari tradizionali. Dalla Dc al Pci, da Forza Italia (poi Pdl) al Pds (poi Ds, Pd, e quindi – pare – di nuovo Pci), tutti hanno contenuto, quando non frustrato, nelle urne, le autonome ambizioni dei liberali: si chiamassero essi, appunto, così, “Liberali”, ovvero, estendendone la famiglia, “Radicali” o “Repubblicani” (non parliamo del Partito d’Azione, anzitempo vittima di Erodi cattocomunisti); ovvero, giungendo quasi sino ai nostri tempi, avessero assunto denominazioni composte: da cui la genesi di innumerevoli “Alleanze”, di diversa natura, fattura ma inevitabile, infine, chiusura.
Eppure anche quando – riparandosi dai rischi autonomisti – si sono messi al servizio di contenitori cosiddetti “plurali”, ai liberali italiani non è mai stato dato particolare spazio ed ascolto. Anzi. Perché ai liberali italiani, autonomi o trasversali che fossero, o intendessero essere, hanno sempre fatto difetto due cose: a) un’immagine chiara, comprensibile in pochi secondi da chiunque; b) dei testimonial efficaci, che sapessero dare, appunto, quell’immagine e renderla di pronta condivisione. L’errore di complicare eccessivamente è in realtà il dazio che si paga allo scrupolo del metodo scientifico e della competente obiettività di giudizio (che è un vero must liberale, diciamolo); ma in ossequio al principio nicciano secondo cui “la verità è che la verità cambia”, anche gli scientifici e preparati liberali dovrebbero rassegnarsi a qualche mutamento. Specie se allettati dalle prospettive che, al momento, il mercato del voto offre loro.
E’ giunto il tempo di non ridursi solo a libri ed austerità, e pensare – invece – alle immagini, ai volti, ai cuori. Le immagini, i volti, i cuori, non sono riferimenti casuali. Ritengo infatti che in questi ultimi anni vi sia stato un solo uomo politico (ma non è un politico professionista, e non è, diciamolo subito, un italiano) che abbia saputo incarnare e trasmettere in modo chiaro alla gente i valori autentici dell’essere individui liberi in un libero Stato. E descrivendone, altresì, anche la caducità, e gli inganni che possono nasconderli o confonderli, questi ha pure affermato la necessità di ricercarli, di ritrovarli; e all’occorrenza – perché no? – di ridefinirli.
Vediamo come, partendo da alcuni contesti. 1. La sanzione, ad esempio: un cardine di ogni Stato di diritto. Ma che accade quando la certezza di una colpa risulta preceduta da un sospetto o da un pregiudizio, troppo veloci ad insinuarsi, a volte persino anche troppo convincenti? Accade che quel pregiudizio, se non diventa esso stesso sanzione, la scatena, arbitraria. Così ne discende l’opportunità, prudente, del dubbio.
2. Però è un fatto che quel dubbio rischia di avere vita dura, in un tempo che non dispensa mai dall’obbligo della verità. Che non dispensa neppure quando la verità non esiste, o comunque non si riconosce. E quando poi si scambia la verità con la vita, allora capita il peggio: chè il nostro tempo non dispensa neppure dall’obbligo della vita. E questo anche quando è la vita stessa a non esistere, o a non riconoscersi.
3. Laddove invece, pur riconoscendosi, la vita si scopre precaria, ecco che spesso essa offre all’individuo una prospettiva nuova, meno radicale, attraverso cui guardare a sé ed alle cose: i dogmi si offrono alla relativizzazione, e quelle differenze su cui spesso si edifica, a contrario – nell’opposizione all’altro-da-sè – la propria stessa soggettività, anche le differenze più avvertite possono cedere il passo ad un’estrema, finalmente autonoma consapevolezza.
4. Questa è la fortuna dell’essere uomini. Quella di potersi riscattare sempre, fino alla fine. E non solo come singoli, ma anche come corpo sociale. Educandosi reciprocamente, ciascuno a modo proprio, ad una nuova, tollerante ed insieme anche competitiva idea di comunità.
Ora vi chiederete: chi ha detto o teorizzato tutto questo? Chi sarà mai questo lucido custode della vulgata liberale? Non bisogna in verità cercare lontano, per trovare la risposta: basta andare al cinema. Perché è appunto ad un uomo di cinema, Clint Eastwood, peraltro già sindaco repubblicano di Carmel (California), che va il merito di aver realizzato, in questi anni, con i suoi film, un manifesto popolare dell’autentico, profondo spirito liberale. Che è appunto, tra le altre cose, sospendere un giudizio, anche o soprattutto di fronte al sospetto (1. – Mystic River, 2003). Che è rispettare la vita come espressione del libero arbitrio (2. – Million Dollar Baby, 2004). Che è capire come il mondo sia più grande di una strada, di una città ed anche di una guerra; e che l’arma più potente sta proprio in quel capire (3. – Gran Torino, 2008). Che è pensare ad una comunità come frutto di una rinuncia reciproca, ma anche come pretesa, come meta comune (4. – Invictus, 2009).
Insomma, in termini di diritti (e doveri) civili, in questi ultimi anni il regista C.E. ha spiegato – riuscendone compreso – a milioni di persone quanto gli eredi, viventi e prestati alla politica, di Stuart Mill o Tocqueville, o – avvicinandosi a noi, come epoca e come sentire – Roepke, non siano riusciti a fare. Certo che senza di loro, tanto gli originali che gli epigoni, non avrebbe avuto nulla da divulgare e nessun presidio ideale cui ancorarsi, ma altrettanto certo è questo: l’originalità del manifesto liberale di C.E. c’è ed è nel suo stile personale, da eterno cowboy: essenziale e rigoroso; spigoloso fino al brutale, silenzioso sino all’enunciato. Quel che dovrebbe essere, o provare ad essere, a volte, la stessa politica.
Perchè la gente, oggi, specie da noi, ha bisogno proprio di questo: di sentimenti schietti, espressioni umane e severa comprensione. Se riesci a dare tutto questo, allora a quella gente potrai anche dare un po’ di complesso ma vitale liberalismo; però non da scienziati, o da tecnocrati; piuttosto, appunto, da cowboy, se ci riuscissero, dovrebbero ragionare, e comportarsi, i liberali. Particolarmente quelli italiani. Per loro il vuoto della politica contemporanea potrebbe diventare una vasta prateria. E l’Europa, l’idea concreta di Europa (cioè sociale, e non solo economica), la frontiera. Insomma, per dirla un po’ come direbbe lui, “coraggio, liberale, non farti ammazzare”. Provaci.
Articolo pubblicato il 5.12.2011 su TheFrontPage
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