Cerca nel blog

Caricamento in corso...

martedì 6 dicembre 2011

Coraggio, liberale, non farti ammazzare.


Adesso che il governo è finito in mani affidabili, soprattutto per loro, i liberali italiani – razza rimasta sotterranea, o silente, o che si è semplicemente accasata altrove, secondo le opportunità del momento, per un secolo abbondante – hanno, per la prima volta nella loro storia, la chance di essere maggioranza; e di potersi anche organizzare, in forma maggioritaria. Venuti meno (o, più correttamente, ridotti in modo proporzionale, almeno nella rappresentatività percepita) i grandi partiti della Seconda Repubblica, si sente oggi più che mai la mancanza di una casa comune per tutti coloro che, con varia consapevolezza, credono ancora – o forse ci credono per la prima volta – nei principi di un liberalismo einaudiano.

E’ un fatto, tuttavia, che con la declamazione rigida di quei principi e con quel genere, austero, di testimonial, i liberali siano storicamente andati poco lontano; ridimensionati, nelle proprie ambizioni, dalla forza significatrice e semplificatrice dei partiti popolari tradizionali. Dalla Dc al Pci, da Forza Italia (poi Pdl) al Pds (poi Ds, Pd, e quindi – pare – di nuovo Pci), tutti hanno contenuto, quando non frustrato, nelle urne, le autonome ambizioni dei liberali: si chiamassero essi, appunto, così, “Liberali”, ovvero, estendendone la famiglia, “Radicali” o “Repubblicani” (non parliamo del Partito d’Azione, anzitempo vittima di Erodi cattocomunisti); ovvero, giungendo quasi sino ai nostri tempi, avessero assunto denominazioni composte: da cui la genesi di innumerevoli “Alleanze”, di diversa natura, fattura ma inevitabile, infine, chiusura.

Eppure anche quando – riparandosi dai rischi autonomisti – si sono messi al servizio di contenitori cosiddetti “plurali”, ai liberali italiani non è mai stato dato particolare spazio ed ascolto. Anzi. Perché ai liberali italiani, autonomi o trasversali che fossero, o intendessero essere, hanno sempre fatto difetto due cose: a) un’immagine chiara, comprensibile in pochi secondi da chiunque; b) dei testimonial efficaci, che sapessero dare, appunto, quell’immagine e renderla di pronta condivisione. L’errore di complicare eccessivamente è in realtà il dazio che si paga allo scrupolo del metodo scientifico e della competente obiettività di giudizio (che è un vero must liberale, diciamolo); ma in ossequio al principio nicciano secondo cui “la verità è che la verità cambia”, anche gli scientifici e preparati liberali dovrebbero rassegnarsi a qualche mutamento. Specie se allettati dalle prospettive che, al momento, il mercato del voto offre loro.

E’ giunto il tempo di non ridursi solo a libri ed austerità, e pensare – invece – alle immagini, ai volti, ai cuori. Le immagini, i volti, i cuori, non sono riferimenti casuali. Ritengo infatti che in questi ultimi anni vi sia stato un solo uomo politico (ma non è un politico professionista, e non è, diciamolo subito, un italiano) che abbia saputo incarnare e trasmettere in modo chiaro alla gente i valori autentici dell’essere individui liberi in un libero Stato. E descrivendone, altresì, anche la caducità, e gli inganni che possono nasconderli o confonderli, questi ha pure affermato la necessità di ricercarli, di ritrovarli; e all’occorrenza – perché no? – di ridefinirli.

Vediamo come, partendo da alcuni contesti. 1. La sanzione, ad esempio: un cardine di ogni Stato di diritto. Ma che accade quando la certezza di una colpa risulta preceduta da un sospetto o da un pregiudizio, troppo veloci ad insinuarsi, a volte persino anche troppo convincenti? Accade che quel pregiudizio, se non diventa esso stesso sanzione, la scatena, arbitraria. Così ne discende l’opportunità, prudente, del dubbio.

2. Però è un fatto che quel dubbio rischia di avere vita dura, in un tempo che non dispensa mai dall’obbligo della verità. Che non dispensa neppure quando la verità non esiste, o comunque non si riconosce. E quando poi si scambia la verità con la vita, allora capita il peggio: chè il nostro tempo non dispensa neppure dall’obbligo della vita. E questo anche quando è la vita stessa a non esistere, o a non riconoscersi.

3. Laddove invece, pur riconoscendosi, la vita si scopre precaria, ecco che spesso essa offre all’individuo una prospettiva nuova, meno radicale, attraverso cui guardare a sé ed alle cose: i dogmi si offrono alla relativizzazione, e quelle differenze su cui spesso si edifica, a contrario – nell’opposizione all’altro-da-sè – la propria stessa soggettività, anche le differenze più avvertite possono cedere il passo ad un’estrema, finalmente autonoma consapevolezza.

4. Questa è la fortuna dell’essere uomini. Quella di potersi riscattare sempre, fino alla fine. E non solo come singoli, ma anche come corpo sociale. Educandosi reciprocamente, ciascuno a modo proprio, ad una nuova, tollerante ed insieme anche competitiva idea di comunità.

Ora vi chiederete: chi ha detto o teorizzato tutto questo? Chi sarà mai questo lucido custode della vulgata liberale? Non bisogna in verità cercare lontano, per trovare la risposta: basta andare al cinema. Perché è appunto ad un uomo di cinema, Clint Eastwood, peraltro già sindaco repubblicano di Carmel (California), che va il merito di aver realizzato, in questi anni, con i suoi film, un manifesto popolare dell’autentico, profondo spirito liberale. Che è appunto, tra le altre cose, sospendere un giudizio, anche o soprattutto di fronte al sospetto (1.Mystic River, 2003). Che è rispettare la vita come espressione del libero arbitrio (2.Million Dollar Baby, 2004). Che è capire come il mondo sia più grande di una strada, di una città ed anche di una guerra; e che l’arma più potente sta proprio in quel capire (3.Gran Torino, 2008). Che è pensare ad una comunità come frutto di una rinuncia reciproca, ma anche come pretesa, come meta comune (4.Invictus, 2009).

Insomma, in termini di diritti (e doveri) civili, in questi ultimi anni il regista C.E. ha spiegato – riuscendone compreso – a milioni di persone quanto gli eredi, viventi e prestati alla politica, di Stuart Mill o Tocqueville, o – avvicinandosi a noi, come epoca e come sentire – Roepke, non siano riusciti a fare. Certo che senza di loro, tanto gli originali che gli epigoni, non avrebbe avuto nulla da divulgare e nessun presidio ideale cui ancorarsi, ma altrettanto certo è questo: l’originalità del manifesto liberale di C.E. c’è ed è nel suo stile personale, da eterno cowboy: essenziale e rigoroso; spigoloso fino al brutale, silenzioso sino all’enunciato. Quel che dovrebbe essere, o provare ad essere, a volte, la stessa politica.

Perchè la gente, oggi, specie da noi, ha bisogno proprio di questo: di sentimenti schietti, espressioni umane e severa comprensione. Se riesci a dare tutto questo, allora a quella gente potrai anche dare un po’ di complesso ma vitale liberalismo; però non da scienziati, o da tecnocrati; piuttosto, appunto, da cowboy, se ci riuscissero, dovrebbero ragionare, e comportarsi, i liberali. Particolarmente quelli italiani. Per loro il vuoto della politica contemporanea potrebbe diventare una vasta prateria. E l’Europa, l’idea concreta di Europa (cioè sociale, e non solo economica), la frontiera. Insomma, per dirla un po’ come direbbe lui, “coraggio, liberale, non farti ammazzare”. Provaci.

Articolo pubblicato il 5.12.2011 su TheFrontPage

0 commenti: